Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Nella seconda fase vi è un coinvolgimento nel lavoro assai maggiore ed il giovane inizia a perse guire una carriera in senso proprio. Da questo punto in poi la mobilità è orientata; si riscontra continuità professionale tra un lavoro ed il suc cessivo. Si espande, quindi, l ’ occupazione giovanile nelle imprese che richiedono un maggior grado di professionabilità ed in cui, spesso indipen dentemente dal grado di sindacalizzazione, sono garantiti automatismi nella carriera connessi con l ’ anzianità. Tra impresa e lavoratore — si sostie ne — viene a crearsi un interesse reciproco che garantisce della continuità del rapporto di lavoro e della stabilità dell ’ impiego. Se, infatti, il lavo ratore si licenziasse, dovrebbe imparare un altro mestiere e perderebbe i vantaggi connessi con l ’ anzianità di lavoro e con il livello di professio nalità acquisito. D ’ altra parte, se l ’ impresa lo li cenziasse, dovrebbe affrontare i costi per adde strare un altro lavoratore che lo sostituisca. Tutto ciò ha conseguenze importanti sulla mobilità tra diversi settori e diverse imprese. Nella prima fase, infatti, la mobilità interazien dale e intersettoriale è molto forte e non si ri scontra né accumulo di professionalità specifica, né miglioramenti nella scala occupazionale. La carriera «vera» del giovane lavoratore inizia sol tanto nella seconda fase e si compie, in larga mi sura, all ’ interno della stessa impresa e dello stes so posto di lavoro. Questa interpretazione coglie certamente al cuni aspetti importanti e reali. Non è, tuttavia, del tutto soddisfacente. L ’ altissima percentuale di coloro che, se non hanno avuto mobilità verticale, svolgono, dopo breve tempo, tipi di lavoro attinenti con la pre parazione scolastica e, per converso, la bassissima percentuale di coloro che fanno un lavoro «de qualificato» rispetto al titolo di studio consegui to — seppure siano indicatori assai grossolani — sembrano suggerire che la fase in cui la mobilità professionale è casuale, sia più limitata nel tem po e non comprenda la generalità dei giovani al di sotto dei 20-22 anni che hanno terminato gli studi. Questo fatto può avere una duplice spiegazio ne. Va osservato, innanzitutto, che le pressioni dal lato della domanda di lavoro possono essere così forti da modificare e rendere assai più elasti ci i criteri di assunzione e di selezione della forza-lavoro da parte delle imprese. In un ’ area industriale ricca e sviluppata, in altre parole, è più semplice non soltanto trovare un lavoro, ma si moltiplicano anche le opportunità di trovare un «buon» lavoro. In questo contesto è assai più
facile che un perito industriale, se vuole, vada a fare il tecnico in un ’ impresa che non rimbian chino o il manovale. Ciò vale, in qualche grado, anche per quei giovani che non hanno consegui to alcun diploma o che, comunque, hanno una preparazione scolastica del tutto svincolata dal tipo di capacità e conoscenze richieste dalle im prese, e che sul mercato del lavoro hanno una posizione di relativo svantaggio. In secondo luogo — altrettanto importante — lo schema proposto ha un valore interpretativo minore per i giovani che si iscrivono alle scuole medie superiori; l ’ analisi del lavoro degli stu denti, infatti, consente di formulare l ’ ipotesi che molti giovani portino a compimento la fase in cui sul mercato del lavoro non hanno alcun orientamento definito mentre ancora frequenta no le scuole. In particolare la presenza di una quota non piccola di studenti che hanno una mobilità professionale «orientata», anche nel la voro stagionale sembra testimoniare che, in mol ti casi, questa esperienza si chiuda ancor prima dell ’ abbandono della scuola superiore. Va sottolineato, inoltre, che quando il tessuto produttivo è «integrato», molte imprese produ cono la stessa merce e la professionalità non è specifica di una singola impresa — condizioni che a Reggio si riscontrano in diversi settori — l ’ accumulo di professionalità e l ’ avanzamento nella carriera possono realizzarsi anche per «linee esterne». Ciò è tanto più vero per quanto riguar da la sfera del lavoro non manuale, in cui una se rie di capacità professionali sono facilmente so stituibili e possono essere trasferite non solo da impresa a impresa all ’ interno della stessa indu stria, ma anche tra industrie differenti. Molti impiegati, ad esempio, non hanno funzioni e compiti sostanzialmente diversi in un ’ impresa tessile o in un ’ impresa metalmeccanica. La stessa considerazione può estendersi anche a svariate attività terziarie. In questo quadro si può presumere che la forte mobilità interaziendale sia anche un modo per trovare un lavoro più adatto alle proprie neces sità e aspirazioni e non solamente il prodotto della discriminazione che i giovani subiscono sul mercato del lavoro. Sebbene i casi in esame siano un numero esi guo, infine, vai la pena di fare alcune considera zioni sugli effetti del matrimonio e della nascita dei figli sui percorsi lavorativi delle donne. Il 72,3% delle donne coniugate non hanno avuto la carriera modificata o interrotta dal ma trimonio (32,3%) o dalla nascita dei figli (40%). Il 5,4% hanno smesso di lavorare, almeno per qualche tempo, dopo essersi sposate ed il 16,9%
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