Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

a favore della tesi che la «terziarizzazione dell ’ occupazione» giovanile dipenda, almeno in parte, dalle caratteristiche dell ’ offerta di lavoro, cioè dalla maggiore disponibilità dei giovani a lavorare in questi settori piuttosto che in altri. Tra i giovani che vivono in città, inoltre, una quota non piccola — nettamente superiore, si badi, alla quota di attivi in agricoltura calcolata sulla popolazione in età di lavoro — desiderano lavorare e, probabilmente, vivere in campagna. Va notato, tuttavia, che tra gli intervistati la per centuale di coloro che dichiarano di voler lavora re in agricoltura è assai più alta della percentuale di occupati in agricoltura. Ciò dipende da mol teplici fattori. Uno di questi è che, probabil mente, il desiderio di lavorare in campagna è il segno di un atteggiamento ideologico che non modifica in misura sostanziale i comportamenti sul mercato del lavoro; il desiderio di lavorare in campagna, in altre parole, può nascere da una critica severa nei confronti dei modi in cui è or ganizzata la vita sociale nel tessuto urbano; può essere indicativo dell ’ attenzione dei giovani ver so tematiche quali la difesa dell ’ ambiente; e, so prattutto, può testimoniare il desiderio di un la voro «diverso». Il dato, quindi, sembra dover es sere interpretato più come una attenzione ai contenuti del lavoro che come l ’ indice di un in cremento rilevante dell ’ offerta di forza-lavoro giovanile nel settore primario. 3.2. La scelta tra lavoro autonomo e lavoro di pendente La seconda domanda, tra quelle qui prese in considerazione, chiedeva ai giovani di scegliere tra i diversi possibili datori di lavoro. Le risposte non sono distribuite in modo rego lare tra le diverse alternative. Quasi la metà degli intervistati infatti dichiara di voler lavorare in proprio. Tutte le altre possibilità ricevono un numero di consensi assai inferiore. Circa il 10% dei giovani vorrebbero lavorare in una cooperati va; il 10,2% preferirebbero lavorare in un ente pubblico; assai pochi lavorerebbero nelle piccole imprese industriali ed artigiane (5,5%) o nelle grandi imprese (3,6%). Il 7,5%, infine, non ha alcuna idea precisa e per ben il 14,2% il datore di lavoro non ha alcu na importanza. La propensione al lavoro autonomo è superio re tra i maschi e gli operai — soprattutto se spe cializzati — che non tra gli impiegati e gli stu denti; verso il pubblico impiego, si orientano in misura maggiore le donne, indipendentemente

dalla loro collocazione professionale. Infine, la quota di giovani che non sanno de cidere tra le diverse situazioni lavorative o per i quali, comunque, è indifferente «il come» ed il «per chi» lavorare, è relativamente più alta tra le femmine, i giovani in età inferiore ai 21 anni, e tra i giovani in condizioni non professionali. Questa distribuzione delle risposte sollecita una serie di osservazioni. Un primo elemento di discussione è la scarsa disponibilità al lavoro in fabbrica. La vita ed il lavoro in fabbrica — che, sia tra gli occupati che tra i non occupati, molti conoscono da vicino — è per un gran numero di giovani «il peggiore dei mondi possibile». Va notato, inoltre, che è molto alta la quota di giovani che non hanno preferenze specifiche. Se ciò, in molti casi, può dipendere dalla giovane età o dalla relativa «lontananza» dal «mondo del lavoro», è probabile, tuttavia, che talvolta que sto atteggiamento stia ad indicare un reale disin teresse nei confronti del lavoro; stia ad indicare, in altre parole, che il lavoro è soltanto «un pez zo», e nemmeno il più importante, della propria vita. Ed è interessante, e probabilmente signifi cativo, notare come questo atteggiamento sia diffuso soprattutto tra le giovani donne. Infine, l ’ alto numero di consensi ottenuto dal lavoro autonomo sembra spiegarsi almeno in due modi, che, seppure non alternativi, si riferi scono però — se quanto si è detto nelle pagine precedenti è vero — a due tipi diversi di giovani. Tra coloro che scelgono il lavoro autonomo, cioè, sembrano essere inclusi sia coloro che apparten gono alla fascia «forte» della forza lavoro giovani le, sia coloro che sono straordinariamente attenti ai contenuti del lavoro. I primi vivono il lavoro autonomo come lavoro ad alto rischio, ma ricco di opportunità e ben retribuito, per i secondi, invece, l ’ attività «in proprio», il «non andare sot to padrone», la possibilità di dividere a proprio piacimento il tempo di lavoro e di non lavoro vengono vissuti come condizione per poter rea lizzare una scelta di «poco lavoro e poco reddi to». E che, tra coloro che scelgono il lavoro autono mo, vi sia una rappresentanza forte di questo ul timo tipo di giovani, viene dimostrato dal fatto che — come mostrano le risposte alla domanda successiva — ben il 43% degli intervistati prefe rirebbero guadagnare 350 mila lire al mese come lavoratori autonomi piuttosto che 500 mila lire come lavoratori dipendenti. Questa percentuale, si noti, rimane alta in misura largamente indi pendente dalle caratteristiche degli intervistati. In particolare, la scelta a favore di una attività

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