Problemi della transizione 1983

Le aggregazioni giovanili

cambiamento complessivo dell ’ impatto con il sociale, ci sembra oggi di vivere un ’ epoca di pro fonde trasformazioni soggettive che non sappia mo ancora dove ci porteranno. Questa sensazio ne produce ovviamente una curiosità legittima verso gli orientamenti delle nuove generazioni, in quanto possibili indicatori di comportamenti sociali futuri. Questo modo di sentire produce però anche, quando nasce, una sensazione di cri si (crisi personale e crisi sociale) che inevitabil mente prima di trovare nuove enucleazioni per attestarsi su aggregazioni positive, implica una notevole dose di pessimismo e di aggrappamen- to al vecchio prima di sapere guardare al nuovo (spesso nonostante le eventuali buone intenzio ni, dichiarate, di «stare» con il nuovo). Insisto su questo punto perché mi sembra che spesso parte dell ’ interesse per le nuove generazioni sia stru mentale, più destato dalla preoccupazione, pe raltro legittima, verso i «casi limite» (indifferen za al politico canonico, aggressività, tossicodi pendenza e casi letali ecc.) che non da un inte resse genuino per il cambiamento sociale, inte resse perciò rivolto alle energie sociali sane esi stenti e reclutatali per perseguirlo. Non intendo ora dilungarmi su questo punto, ma l ’ ho accen nato perché mi permette di riproporre una finis sima domanda di Erikson che dovremmo sempre tenere a mente discorrendo di cultura e compor tamento giovanile: fino a che punto i giovani hanno comportamento autonomo, sono quello che dicono di essere, in che misura essi non sono anche ciò che noi medesimi gli diciamo di esse re? La legittimità della domanda ne suggerisce una seconda: quanto concorrono gli stereotipi pessimistici delle generazioni adulte in crisi, a orientare i giovani verso un ’ immagine di sé ri duttiva, immagine che si fa autoaggressiva e di sgregante soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà psicologica ed esistenziale? Ciò detto, le indicazioni che ricavo dalle ricer che in corso, e che porto alla discussione sono le seguenti: 1) Il modo in cui i giovani si aggregano, gli interessi culturali, ricreativi, lucidi che esprimo no, non rispondono più in modo netto alle cul ture d ’ appartenenza storicamente elaborate (classe, mestiere, ceto, area etnologica come re gione, città, provincia, campagna ecc.). In qual che misura pare prevalere una cultura che ap prossimativamente e provvisoriamente definisco «di massa», non livellata ma fortemente analogi ca rispetto agli orientamenti di valore e psicolo gici. Come è noto, il soggetto portatore di que sta cultura non si identifica più, privilegiandoli, con i valori assoluti della tradizione moderna (la

voro, disciplina, carriera, ruolo del pater fami- lias, rappresentatività politica ecc.). Condividen do alcune osservazioni presenti in altre ricerche pubblicate in questo fascicolo che mi hanno pre ceduto, io non parlerei però riferendomi a questi valori, di rifiuto, ma di disinvestimento e di risi stemazione. In altre parole il nostro soggetto non disdegna questi valori, ma li ridimensiona; li relativizza come interessi collocandoli accanto ad altri interessi e ad altri spazi che la realtà so ciale d ’ oggi propone e rende forse agibili. Proba bilmente agiscono in questa direzione, allargan do la sfera dei bisogni, le conquiste politiche e civili, i movimenti d ’ opinione, i rapidi mezzi di comunicazione e d ’ informazione, i consumi e le proposte consumistiche della società dei consu mi. Collocate accanto alla povertà di proposte che esprimono istituti fondamentali come il la voro e la vita politica, queste conquiste produco no effetti disparati: forse per la loro disomoge neità producono effetti coinvolgenti più sul pia no simbolico che logico-razionale. Ma per quan to differenziato e simbolico possa essere questo processo, esso pare condurre a una logica: ap punto quella di ridimensionare i valori delle vec chie culture d ’ appartenenza storicamente defini te, per riaggregarli in una costellazione d ’ inte ressi diversi, di cui ora cogliamo solo la forte im pronta pragmatica esistenziale, ma che certo sta elaborando una o più ideologie proprie. Queste considerazioni sul ridimensionamento dei valori, più che su un radicale cambiamento, mi portano a soffermarmi sulle considerazioni avanzate nella relazione Bianchi-Genovese, rela tive alla ricerca condotta a Bologna quando si ri feriscono alla partecipazione politica dei giovani. Anch ’ io come i relatori in questione sarei molto prudente nel parlare di caduta di interessi politi ci guardando alla realtà italiana. Sarei invece più portato a sostenere che oggi non siamo in queste condizioni. Non so cosa succederà in futuro, ma attualmente mi sembra di individuare resisten za di un processo profondo di trasformazione del modo di intendere l ’ impegno politico e sociale, sia rispetto alla definizione dei soggetti politici, sia sul piano delle ideologie e degli strumenti che devono orientare e sostenere l ’ azione politi ca. Probabilmente, la nota pessimistica più che sugli atteggiamenti giovanili attuali (che nella relazione Bianchi-Genovese ed anche in quella di Loredana Sciolta si configurano come consape voli e tutt ’ altro che superficiali o qualunquisti), deve essere orientata sullo stacco oggi esistente fra questi atteggiamenti (ovviamente più intuiti vi che elaborati culturalmente) e il modo proprio dei partiti contemporanei di intendere la politi 145

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