Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ca, come fenomeno fortemente centralizzato e istituzionalizzato, povero di strumenti per osser vare in modo oggettivo e non partitocratico il nuovo che fermenta nel sociale, poco capaci di collegare i fenomeni economici e quelli culturali entro un unico discorso. 2) Vorrei ora soffermarmi un attimo c svilup pare meglio l ’ osservazione precedentemente avanzata sulla tendenza dei giovani d ’ oggi ad ac costare una vasta gamma di attività culturali, ri creative, ludiche. L ’ estensione di questa gamma è nota e l ’ abbiamo riverificata nell ’ indagine di Modena rispetto alla capacità di produrre prati che, impegno continuativo, aggregazioni. Si tratta ovviamente di gruppi per la musica rock, la recitazione, l ’ educazione corporea, il mimo, la danza classica o acrobatica, la ginnastica, lo yoga, le tecniche di rilassamento, l ’ ecologia, il naturismo escursionistico ecc. ecc. Ciascuna di queste attività implica strumenti, linguaggi, di sciplina, partecipazione attiva e ciò significa l ’ av vio di un salto di qualità rispetto alla figura pro verbiale, soprattutto in Italia, dello spettatore passivo (che segue un ’ attività spettacolare, ad es. i festivals della canzone o uno sport, ma non fa né pratica musicale né pratica sportiva). Certa mente questi interessi significano anche che si va lentamente modificando il concetto di cultura, sia nella sua accezione antropologica che dotta. Molti di questi interessi si dimostrano infatti co me molto lontani rispetto alla formazione scola stica, agli studi fatti, alla professionalità acquisi ta. Ciò fa presupporre una ricerca esistenziale che tenta di ricuperare un equilibrio espressivo della persona, minato dalla separazione e specia lizzazione in ruoli poveri di contenuti intenzio nali, che la razionalità produttivistica impone nel lavoro e fuori dal lavoro. A questo punto si potrebbe sostenere con qualche ragione, che i giovani d ’ oggi dimostrano maggiore capacità d ’ un tempo, più iniziativa, disciplina e matu rità, nel perseguire interessi disparati e nel darsi una formazione culturale. Nella facoltà di Mo dena ove io insegno, ho notato ad es. più casi di studenti che sono seri studiosi d ’ economia, dedi carsi con altrettanto impegno e serietà alla recita zione, alla mimica, alla musica. Questo, a mio giudizio un tempo non accadeva oppure era pre rogativa dei figli dell ’ alta borghesia agraria o in dustriale. A questo proposito, potreste obiettare che quanto descrivo è caratteristico di un ’ area di benessere economico come il modenese, caratte rizzata da ricche tradizioni associative, fornita di infrastrutture, servizi, proposte culturali, ricrea tive, sportive, organizzate. L ’ osservazione è sen za dubbio giusta, ma non sposta i termini del
problema. Semmai ci dice, a livello di un indica tore «alto», che nella realtà italiana nel suo insie me, ad esclusione delle aree particolarmente de presse, esistono veicoli di acculturazione che av vicinano di molto i processi di socializzazione di giovani di strati sociali diversi, superando per molti aspetti le culture di classe, concorrendo a creare una nuova cultura diffusa. Resta da chie dersi quale funzione acculturante giochino in si mile contesto i mass-media, che davvero entrano in tutte le case, ma questo è un discorso centrale per avviare un confronto fra cultura diffusa e cul tura di massa, che non mi sento di affrontare ora. Probabilmente si potrebbe affermare, ragio nando a braccia, che più poveri sono gli stru menti e le possibilità di occuparsi di più cose, di darsi insomma una cultura diffusa secondo l ’ ac cezione che io ho ora dato a questo termine, più i mass-media entrano violentando le subculture indifese, tagliate fuori dai processi di razionaliz zazione in corso. Forse le cose stanno così. Forse invece le subculture povere accettano molto ri- tualisticamente, quasi per gioco o evasione, i messaggi dei media, ma posseggono poi propri canali di rivincita contro i valori e la razionalità che gli si propone. Comunque stiano le cose, sa rebbe però un errore di semplificazione non troppo infrequente, separare le culture delle aree forti da quelle delle aree povere, dando una let tura positiva delle prime, negativa delle seconde e soprattutto considerando ciascuna d ’ esse so stanzialmente omogenea. Restando al caso di aree come quella modenese, io sarei ad esempio molto prudente nel generalizzare l ’ uso di molte plici strumenti di acculturazione, come se queste possibilità e l ’ attitudine necessaria per fruirle fosse largamente diffusa. Che un tessuto sociale si presenti vivace, percorso da aggregazioni e gruppi, stimolato da iniziative, non significa an cora che questo tipo di fermento culturale riesca ad essere egemone sulla massa. Esso può aspirare a divenirlo, se i portatori del nuovo sanno distin guere molto chiaramente i livelli culturali reali esistenti sul territorio e quali aree raggiungono le loro proposte egemoniche, ma tutto il fermento potrebbe anche costituire nuli ’ altro che la for mazione di un nuovo tipo di élite. Cosa stia suc cedendo davvero nelle aree in questione rispetto a questo problema, è domanda a cui non so ri spondervi, ma è anche la domanda di fondo che sottintende l ’ insieme delle mie ricerche. I pro blemi emergenti con le attuali indagini, acco munandosi all ’ esperienza di passate ricerche svolte in altre aree italiane, mi portano comun que a sospettare l ’ esistenza di dislivelli culturali molto più consistenti, profondi e drammatici di
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