Problemi della transizione 1983

Giovani e mobilità sociale

che, nonostante i segnali allarmanti sulla sua condizione, resiste e può anche permettersi livel li di vita che non sono certo da paese sottosvilup pato? L ’ analisi svolta sulla condizione giovanile nel Mezzogiorno e sulla gestione del fenomeno della disoccupazione da parte del potere locale è stata utile anche per spiegare — almeno in parte — questa contraddizione. Inoltre un ’ analisi del la gioventù meridionale, con particolare riferi mento al problema del lavoro in mancanza di ri cerche al Sud che avessero l ’ obiettivo di dare un contributo di conoscenza su l ’ insieme della con dizione giovanile nelle zone più rappresentative del Mezzogiorno, è risultata fondamentale per dare una visione complessiva del contesto giova nile (ossia non riferita soltanto ad alcuni gruppi) e per definire le diversità comportamentali tra i vari settori della gioventù, al fine di avere degli indicatori per determinare strategie d ’ intervento necessariamente differenziate. Come si è detto non starò qui a ripetere tutti i risultati della ri cerca svolta sui giovani del Sud, ma mi soffer merò solo su alcuni aspetti di particolare interes se. Che differenza c ’ è tra giovani occupati e gio vani disoccupati? In base a quale criterio la «sor te» ha discriminato nel contesto giovanile, favo rendo alcuni ed emarginando altri? La domanda di lavoro meridionale non riesce a soddisfare l ’ intera offerta di lavoro e deve quindi necessa riamente lasciare fuori una parte dei giovani di sponibili. Ma con quale criterio? Chi sono gli «emarginati» e chi sono i «privilegiati»? È casuale la scelta degli «eletti»? O è in qualche modo go vernata? I giovani si «arrangiano»: la maggior parte dei lavori che riescono a trovare li ottengono per vie «informali», amici, parenti. Secondario è il ruolo delle «raccomandazioni» e del Collocamento, mentre consistente è l ’ utilizzazione del titolo di studio (e quindi dei canali istituzionali cui esso può far accadere, concorsi, graduatone di inse gnamento ecc.). Ma chi sono realmente i disoccupati? Non si distinguono per una appartenenza di classe spe cifica: li troviamo sia tra i figli di operai che di impiegati che altrove (anche se in minor misura tra i figli di dirigenti o professionisti). Non è dunque l ’ origine di classe che discrimina rispetto all ’ occupazione. Non i figli di proletari, di «emarginati», ma un po ’ tutti sono interessati al fenomeno. La discriminazione passa ad altri li velli: la famiglia e il micropotere locale. I giovani disoccupati vivono in famiglie «isola te». Hanno pochi redditi, pochissimi occupati e tanti pensionati al loro interno. Il contrario av

viene per gli occupati. I disoccupati sono «isolati» perché non posseg gono nell ’ ambito familiare (e in genere anche in quello amicale) gli strumenti relazionali per giungere al lavoro. Non hanno la possibilità di arrivare in qualche modo a quel micropotere che gestisce la coopta zione nel mondo del lavoro. L ’ ipotesi è infatti che la società meridionale (ma forse anche il re sto del paese) sia caratterizzata dall ’ esistenza di una forte frantumazione del potere. Si ha l ’ impressione inoltre che non sia con centrato solo nelle mani dei notabili o degli am ministratori politici (potere rappresentativo}, ma che negli ultimi anni si stia diffondendo anche tra settori consistenti della dirigenza amministrativo-burocratica. In questo contesto l ’ unica possibilità di trovare lavoro è di procurar si un canale di accesso a questo «potere minuto» esistente sul territorio. Gli amici, ma soprattutto i parenti inseriti nel mondo del lavoro, possono essere un valido strumento per arrivare al posto, se questi a loro volta riescono ad ottenere con la classe decisionale un rapporto costruttivo. II figlio del pensionato o con pochi fratelli oc cupati è isolato. Per uscire da questo isolamento passa attraverso una serie di esperienze spesso fallimentari, tra cui in alcuni casi anche l ’ emi grazione temporanea al Nord ovvero occupazio ni di brevissima durata e poco convenienti. Al cuni stanno in questa condizione di attesa alla soglia dei trent ’ anni (a volte anche oltre). Esiste infatti al Sud anche una disoccupazione riguar dante i meno giovani. Per quanto costoro faccia no dei tentativi, accettino ogni tipo di lavoro, non riescono^ ad «arrangiarsi» e a trovare la pro pria strada. E probabile che comunque la trove ranno, ma intanto avranno dovuto subire molti disagi, soprattutto la situazione di dipendenza dalla famiglia (perfino dal padre pensionato). Il fenomeno della disoccupazione giovanile è un fatto transitorio per tutti. Solo che per alcuni la temporaneità è breve (circa un anno) mentre per altri lunghissima (anche dieci anni). Uno dei canali di accesso più a portata di ma no è costituito, oltre che dal rapporto con le soli te istituzioni (le forze socio-politiche), dallo stes so mondo del lavoro. Si diffonde infatti la coop tazione interna e autonoma (dal potere politico rappresentativo), l ’ intreccio tra le varie dirigenze e i centri di distribuzione di sussidi, di favori ecc. Si corporativizza in un certo senso la società, per cui la cooptazione, perfino la ereditarietà obbli gatoria del lavoro, nell ’ ambito di alcuni settori, diventa una regola. E non avere un padre, una madre o qualche fratello già occupato è un pro 153

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