Problemi della transizione 1983
Giovani e mobilità sociale
mo analizzato. Anche nel contesto dei giovani occupati esistono settori che non possono essere considerati definitivamente «sistemati». Si tratta dei precari e dei transitori e di una parte degli operai in piccola azienda. I precari sono quelli che, pur lavorando, non godono di una reale autonomia economica dalla famiglia perché guadagnano poco e non sono occupati con continuità: si tratta di lavori a termine, di breve durata, come lezioni private, lavoretti di dattilografia, in agricoltura ecc. Costoro si trova no in una fase di ricerca del lavorò, in realtà in attesa dell ’ «occasione buona». Ma questi giovani sono al Sud meno numerosi di quanto forse ci si poteva aspettare (circa il 5 % degli occupati). Anche se sono moltissimi quelli che in passato hanno fatto dei «lavoretti», nella maggior parte dei curriculi lavorativi non è molto consistente il loro peso. Più alta è la percentuale dei giovani occupati che svolgono un lavoro transitorio, ossia un lavo ro che, pur avendo tutte le caratteristiche princi pali del lavoro precario (poco guadagno, non continuità durante l ’ anno), è destinato nella maggior parte dei casi a diventare stabile e conti nuativo; mi riferisco ad esempio alle supplenze o all ’ attività coadiuvante nell ’ azienda paterna. Si tratta di attività che, per quanto non permettano un ’ autonomia economica dalla famiglia e una continuità del lavoro (come nel caso dei lavori precari), possono comunque essere un importan te veicolo verso un lavoro stabile. Altro discorso va fatto per i giovani occupati come operai in piccole aziende. E convinzione diffusa che questi lavoratori siano tutti da consi derarsi precari (in un ’ accezione del resto quasi mai specificata e chiarita). La realtà esaminata ha smentito almeno in parte questa convinzione: esiste un consistente settore di lavoratori impe gnati in queste aziende che godono di condizio ni lavorative discrete se non buone. Esiste una contrattazione individuale che sostituisce quella sindacale e che, se pure non garantisce sempre il rispetto delle garanzie formali, permette a questi lavoratori di godere di altre forme di difesa sala riale. Vi sono realtà produttive che, pur sfuggen do al controllo sindacale, garantiscono almeno a una parte dei lavoratori in esse impegnati uno standard di vita dignitoso. Vedremo in seguito quanto sia forte l ’ ereditarietà del lavoro operaio
(dal padre al figlio) e quanto sia importante la «socializzazione lavorativa familiare» a questo genere di lavoro. Si tratta di una autentica sub cultura molto visibile a Napoli (con le sue azien de disseminate perfino nel tessuto urbano dei vi coli), ma presente anche in altre zone del Mezzo giorno 5 . Molti dei lavoratori in queste aziende, e quindi anche i giovani in esse occupati (circa la metà degli operai), non hanno l ’ esigenza di ot tenere un alto livello di garanzie formali; essi so no trattati in maniera paternalistica o amicale (fuori busta, regali, partecipazione personale del padrone ai problemi della famiglia ecc.). Non tutti questi lavoratori possono essere considerati dei potenziali disoccupati. Quelli che si trovano in condizioni peggiori sono spesso i più giovani e quelli privi di una professionalità che li renda forti sul mercato del lavoro. Ma un ’ analisi del rapporto tra giovani e lavoro non può prescindere da una valutazione dell ’ at teggiamento rispetto al lavoro manuale e in agri coltura. Si dice che i giovani odino il lavoro ma nuale e quello agricolo. Che esista una tendenza verso il lavoro non manuale è indubbio e la pre senza, come vedremo, di un alto tasso di mobi lità sociale verso il lavoro impiegatizio lo dimo stra. Ma va sottolineato che ben il 41 % dei giovani occupati svolge attività manuali, e in maniera consistente anche nell ’ industria (certamente più significativamente rispetto ai padri). Inoltre moltissimi hanno svolto in passato lavoretti ma nuali, sia pure temporaneamente, anche in agri coltura. Nelle zone caratterizzate da un più alto svi luppo dell ’ agricoltura è consistente il numero di giovani che hanno avuto esperienze lavorative in questo settore o che attualmente vi siano occupa ti 6 . I nostri giovani — come quelli del passato — sono molto concreti: laddove il lavoro manuale o agricolo offre possibilità di impiego stabile o oc casioni di guadagno momentaneo, la disponibi lità è significativa. Naturalmente sono figli di agricoltori quelli che fanno gli agricoltori e, nella maggioranza, figli di operai quelli che fanno gli operai. E inutile illudersi che lo scolarizzato ur bano corra nei campi (per giunta anche in condi zioni spesso di precariato), come è inutile illu dersi che il figlio del professionista abbandoni la sua origine e chieda un lavoro come operaio. I
5 Sulla subcultura proletaria napoleta na cfr. B otta , op. cit. 6 Cfr. i risultati della ricerca da me di retta nel 1980 su «La domanda di lavo ro giovanile in un ’ area industrializzata del Mezzogiorno (la provincia di Caser ta)» affidata al Centro Studi Cisl Mez
zogiorno nel quadro dell ’ accordo Eni- Sindacati del 1978. I risultati più signi ficativi della ricerca sono esposti in: BOTTA, Agricoltura e lavoro giovanile in una zona sviluppata del Mezzogior no di prossima pubblicazione sulla rivi sta: «Sociologia del lavoro».
Milano; BOTTA, PUGLIESE e E. RUG GIERO, 1 drop-outs della scuola media superiore e il loro inserimento nel mer cato del lavoro: i risultati di una ricerca empirica, in AAW, 1 giovani tra scuo la e lavoro cit. BOTTA, Non lontano dai padri cit.
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