Problemi della transizione 1983

Giovani e mobilità sociale

tati, ma anche capireparto, capiufficio, ecc. Si tratta di un ’ ipotesi ovviamente, soltanto indiret tamente dimostrabile con i dati a disposizione, ma l ’ unica possibile, soprattutto dopo aver con statato che tra i disoccupati e gli occupati vi è una differenza sostanziale a livello di struttura occupazionale familiare, per cui è proprio laddo ve abbondano gli agganci potenziali col mondo del lavoro (e quindi con il micropotere in que stione) che la condizione occupazionale dei no stri giovani è meno drammatica. Un analogo discorso può essere fatto riguardo alla mobilità sociale, per cui i giovani in ascesa risultano almeno in parte favoriti dal proprio rapporto col micropotere locale, mentre quelli in discesa sono «isolati» e quindi decadono rispetto ai padri. Tutto ciò mette notevolmente in crisi la diffusa convinzione secondo cui l ’ esistenza del fenomeno della mobilità sociale sarebbe espres sione di democraticità del sistema per l ’ ugua glianza di opportunità che sarebbe garantita dal la concreta possibilità di migliorare il proprio status d ’ origine. Certamente esiste un numero consistente di giovani che riescono a migliorare il proprio status d ’ origine per i meriti culturali e professionali ac quisiti, in seguito al conseguimento del diplo ma, soprattutto della laurea, ma è pur vero che gran parte del processo d ’ ascesa sociale è diretta- mente o indirettamente controllato da chi gesti sce in concreto il reclutamento. Infatti i miglio ramenti nella condizione professionale rispetto ai padri avvengono soprattutto all ’ interno delle famiglie meno «isolate» dal micropotere nel sen so che abbiamo detto; mentre i peggioramenti si hanno proprio per quei giovani che vivono in condizione di particolare «isolamento» e debo lezza strutturale. Il problema non è quello di quantificare il fenomeno della mobilità asseren do che solo la sua esistenza garantisce di per sé più alti livelli di democrazia: è necessario invece un ’ analisi qualitativa dei meccanismi che stanno dietro al fenomeno. È ovvio che tutti i paesi industrializzati abbia no più o meno alti livelli di mobilità, perché in essi le trasformazioni strutturali determinano og

gettivamente il processo. L ’ analisi della mobilità (come quella della disoccupazione), richiama all ’ analisi del rapporto tra potere e società, e tra segmentazione della società e del mercato del la voro e incidenza del potere (in senso lato, nell ’ accezione data precedentemente). Omogeneità ed eterogeneità rispetto ai valori e ai comportamenti, cultura unitaria e sub culture specifiche, vicinanza ai padri ed elementi di differenziazione da essi, ereditarietà del lavo ro e mobilità sociale: questi aspetti non giustifi cano di per sé l ’ esistenza di una problematica giovanile, nonostante che l ’ emergere di nuove figure abbia posto un problema complesso d ’ in tervento per favorire l ’ integrazione dei «nuovi giovani» nella società. Il vero problema, come è noto, nasce con lo sviluppo della disoccupazione giovanile. Le cifre sono eloquenti: migliaia di giovani (e meno giovani) senza lavoro, soprattut to al Sud, ma perché nonostante la drammaticità delle cifre la società meridionale mantiene so stanzialmente alti livelli di equilibrio? Perché le tensioni non si esprimono in maniera eversiva e violenta? Perché i giovani del Sud «si arrangia no» in modo individuale, riuscendo prima o poi a risolvere il problema del lavoro, in maniera ov viamente non sempre soddisfacente, ma defini tiva. Spesso i buoni proponimenti dei politici non conducono a nulla poiché essi non dispon gono di analisi adeguate al mondo giovanile; inoltre quasi mai hanno delle forti pressioni di movimento , in un paese in cui se non c ’ è movi mento e forza le istanze della società civile non vengono minimamente recepite. Intervenire per risolvere il problema della disoccupazione giova nile dovrebbe presupporre conoscere tutte le realtà di cui esso è composto: esistono molti pro blemi del lavoro giovanile, non uno solo. La leg ge 285 ha finito con l ’ escludere i più deboli, fa vorendo i più istruiti, ma soprattutto i più infor mati (e probabilmente a conoscenza dei reali meccanismi di reclutamento). Una seria politica d ’ intervento va quindi at tuata in modi differenti a seconda delle varie condizioni dei giovani e delle zone territoriali in cui essi risiedono.

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