Problemi della transizione 1983

Machiavelli

ra fisiocratica»). Quindi V Arte della guerra integra il Principe (come già aveva osservato il Russo, che però non aveva saputo trarne tutte le conseguenze) perché fornisce la chiave per comprendere il carattere «giacobino», e insieme nazionale-popolare della volontà collettiva di cui il Principe-mito è una fi gurazione antropomorfica. Non solo, anche le Istorie fiorentine sono necessarie alla compren sione del Principe in quanto sono un'«analisi delle condizioni reali italiane ed europee» da cui scaturiscono le esigenze immediate contenute nel Principe, testimoniando di quella «dimen sione europea» che Gramsci a più riprese sottoli nea nel Machiavelli. Che è poi quella che confe risce carattere di realtà alla sua concezione storico-politica, che risulterebbe altrimenti uto pistica. Infatti la stessa «volontà» del Machiavelli sarebbe utopistica senza l ’ esperienza europea: nel suo concetto di «natura umana» è compreso l ’ cuomo europeo», e questo uomo in Francia e in Spagna ha «effettualmente superato» la fase feu dale nella monarchia assoluta: «dunque non è la “ natura umana ” che si oppone a che in Italia sor ga una monarchia assoluta unitaria, ma condi zioni transitorie che la volontà può superare; tanto che si verifica il paradosso che la diploma zia del Guicciardini, avendo a oggetto rapporti interstatali, si rivela però scienza tutta italiana, e per di più non creativa né progressiva, mentre tale è invece la politica del Machiavelli che, pur avendo a oggetto la vita interna di uno stato, è «europea per concezione». Machiavelli è l ’ unico esponente della cultura umanistico-rinascimentale che può essere defini to «cosmopolita» senza che ciò equivalga a un giudizio negativo da parte di Gramsci (egli fu espressione di una «filosofia dell ’ epoca» europea più che italiana). Cosmopolitismo, carattere co smopolita infatti per tutta questa fase storica della cultura italiana, e anche oltre, equivalgono per Gramsci soprattutto ad assenza di legami col popolo-nazione 13 , sono tra l ’ altro il carattere di stintivo negativo di quella «Controriforma in an ticipo», di quel «compromesso culturale» che fu l ’ Umanesimo. Tesi note, e criticate, di Gramsci sulla cultura del Rinascimento (anche se di rado sottoposte a vaglio analitico 14 ), che sono apparse anche talvolta deformanti, preclusive per Gram sci di una comprensione profonda del fenomeno

Umanesimo e Rinascimento: secondo quanto os servava Garin vi sarebbe, per l ’ impaccio dato dall ’ accoglimento delle tesi del Toffanin 15 sul carattere aristocratico dell ’ umanesimo (con la sua vittoria del latino sul volgare, il distacco dei dotti dal popolo ecc.), tesi che si assommano ad una «svalutazione moralistica del Rinascimento» derivata a Gramsci dal De Sanctis, una incapa cità o difficoltà a rendere ragione di quella «po tente positività» che egli pure avvertiva nella cul tura del ’ 400 e del ’ 500: solo nel caso di Machia velli l ’ impaccio sarebbe stato vinto 16 . È comunque vero che in tutta la cultura del Rinascimento, Gramsci sente la figura di Ma chiavelli come la più congeniale: come osservava ancora Garin, non è difficile vedere «quanto di se stesso Gramsci prestasse a questo Machiavelli», come è vero che ritraendo Machiavelli come «in tellettuale non velleitario, ma uomo di passione che dei suoi scritti fa un manifesto», Gramsci in tende proporre un profilo esemplare di «intellet tuale non separato», il modo, che è anche il pro prio, di fare cultura tipico di chi vede la politica al centro dei propri interessi e non intendendo sene (o forse nutrendo scarso interesse) «né dell ’ arte della seta né dell ’ arte della lana», deve «botarsi» a star «cheto», oppure «ragionare dello stato», della difficile scienza del governo degli uomini. Si tratterebbe poi di vedere se la coinci denza col Toffanin non sia appunto, non molto più che una coincidenza, e quanto le tesi genera li di Gramsci sul Rinascimento siano in qualche modo non estrinseche, e compongano un qua dro sommario ma coerente 17 . E certamente è coerente, in questo quadro, la collocazione in esso da parte di Gramsci, di Ma chiavelli come il solo pensatore politico che sfug ge a quel limite di fondo della concezione politi ca del Rinascimento, nella quale il momento del consenso e dell ’ egemonia continuavano a riassu mersi nella religione e nella Chiesa, dal momen to che il gruppo dirigente «non aveva un proprio apparato egemonico» («cioè non aveva una pro pria organizzazione culturale e intellettuale, ma sentiva come tale l ’ organizzazione ecclesiasti ca»). E la nota tesi gramsciana della borghesia co munale come incapace non solo di superare il primitivismo della fase «economica-corporativa», ma incapace anche di quel tipo elementare della egemonia politica, tipica di questa stessa fase,

13 Anche se non esclusivamente: cfr. ad es. Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Torino 1975, p. 1832, dove Gramsci riconosce in positi vo agli italiani del Rinascimento una funzione cosmopolita corrispondente

all ’ esercizio di una «grande politica». 14 Un contributo in tal senso viene dal lo studio di S. C hemotti , Umanesimo Rinascimento Machiavelli nella critica gramsciana, Roma 1975, dove l ’ autrice mette giustamente in luce la ricchezza

dell ’ analisi storico-culturale gramscia na, e sottolinea tra l ’ altro come per Gramsci «il Rinascimento si colloca nel la storia italiana come fase sia dello svi luppo sia della crisi della borghesia co munale», ivi, p. 65.

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