Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
che ogni nuovo stato deve attraversare 15 16 17 8 , egemo nia che si presenta nel suo contenuto culturale come «prevalentemente di ordine economico», e caratterizzata dalla tendenza di «critica del pas sato» e da un piano culturale soprattutto negati vo, che tende «a far dimenticare e a distruggere». Ciò appunto non si verifica nel periodo dei Co muni; la cultura, che rimane funzione della Chiesa, è «proprio di carattere antieconomico», non è indirizzata a dare l ’ egemonia alla nuova classe, la borghesia comunale, ma anzi a «impe dire che questa l ’ acquisti». L ’ Umanesimo e il Ri nascimento sono perciò «reazionari» perché se gnano la sconfìtta della nuova classe, la «nega zione del mondo economico che le è proprio». L ’ altro elemento che dà alla cultura umanistico-rinascimentale il carattere di «Con troriforma in anticipo» è il distacco della cultura dal popolo: la vittoria del latino sul volgare, uni ta al sopravvivere negli intellettuali, dell ’ univer salismo ereditato dalla cultura ecclesiastica me dioevale produrrà quella «funzione cosmopolita» degli intellettuali italiani che è la causa imme diata del carattere non popolate-nazionale della nostra cultura e letteratura. Può essere vero che tutto questo corrisponda a un Rinascimento visto desanctisianamente come momento di crisi della storia italiana: certo è che Gramsci guarda al Ri nascimento come a un fenomeno contraddittorio più che unilateralmente negativo (il Cinquecen to è il «secolo della contraddizione»): esso, recu perato come astrazione emblematica 19 , va ripro posto nella sua connessione, che storicamente è mancata nella vicenda italiana, con una altret tanto emblematica Riforma: necessità che si pro ducano insieme un Rinascimento e una Riforma, una grande fioritura culturale che è esplosione di capacità egemonica nella misura in cui è capace di investire e coinvolgere le masse popolari rima ste finora ai margini della storia. Dichiarando questa necessità che le fasi Riforma- Rinascimento si susseguano «organicamente» e non coincidano con fasi storiche distinte, dato che non c ’ è Rinascimento «senza un periodo di
andata al popolo», Gramsci ancora una volta può distaccare la figura di Machiavelli dallo sfondo rinascimentale e fare di lui un anticipatore, il rappresentante in Italia «della comprensione che il Rinascimento non può esser tale senza la fon dazione di uno stato nazionale», l ’ unico vero maestro di scienza politica che la borghesia ita liana abbia mai avuto, superiore al contempora neo Guicciardini per la larghezza della sua visio ne «europea», per l ’ abito politico «creativo», per la sua considerazione «pessimistica» degli uomini e dei «moventi del loro operare» che non è mai, nel Machiavelli, «gretto scetticismo» come nel ce lebre amico. Che anche in questi giudizi si debba ritrovare l ’ eco delle celebri considerazioni desanctisiane sull ’ «uomo del Guicciardini», è cosa probabile; del resto Gramsci esplicitamente rivendica alla storiografia desanctisiana un valore esemplare: De Sanctis, e non Croce, costituisce il punto di riferimento per una critica letteraria basata sui canoni della filosofia della praxis. II. Dicevo dunque del carattere giacobino, e insieme nazionale-popolare, che secondo Gram sci è da riconoscere al pensiero politico di Ma chiavelli, alla riforma della milizia da lui propo sta, e di conseguenza al «mito» del «Principe» co me incarnazione, rappresentazione antropomor fica della «volontà collettiva» («creazione di fan tasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato» per suscitarlo e organizzarlo): «ogni formazione di volontà collettiva nazionale popolare è impossibile, — dice Gramsci — se le grandi masse dei contadini coltivatori non irrom pono simultaneamente nella vita politica. Ciò intendeva il Machiavelli attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i giacobini nella Rivolu zione francese, in questa comprensione è da identificare un giacobinismo precoce del Ma chiavelli, il germe (più o meno fecondo) della sua concezione della rivoluzione nazionale». Do ve è evidente che per Gramsci, superata ormai una visione negativa del fenomeno giacobino, il giacobinismo storico si definisce soprattutto, più
elabora «astrazioni concettuali di feno meni storici», quali giacobinismo, rivo luzione passiva.
scontra la causa prima della decadenza della civiltà comunale italiana (mentre per Labriola «la forza che ha deviato il corso della storia italiana sta essenzial mente in una sfera materiale, ..., nell ’ isolamento economico dell ’ Ita lia...»); cfr. R. ZANGHERI, Antonio La briola e la Storia d'Italia, in «Problemi della Transizione», 8, 1981, p. 66. 19 Cfr. come C. VlVANTI, Introduzio ne a Quaderno 19- Risorgimento italia no, Torino 1977, p. XXVIII, caratte rizza il procedimento con cui Gramsci
15 Del quale Gramsci richiama lo scrit to Che cosa fu l'Umane simo? , Firenze 1929. 16 E. G arin , op. cit. , p. 414. 17 Del resto Gramsci stesso chiarisce il proprio rapporto col Toffanin, caratte rizzandolo come una sorta di paralleli smo: differenti sono punto di parten za, metodo, punto di arrivo. Cfr. Qua derni..., p. 906. 18 Ed è proprio in questa carenza di natura eminentemente politica che Gramsci, a differenza di Labriola, ri
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