Problemi della transizione 1983
Machiavelli
re di conseguenza sono più segno dei tempi, che non saggi di scienza politica, come già aveva giu dicato il De Sanctis. III. Certo questo rapporto-vicinanza tra Ma chiavelli e il marxismo in merito al realismo poli tico, o a questo nesso previsione-volontà nella scienza politica, non è che il puntuale riemerge re di un tema costante della riflessione gramscia na avente a oggetto il pensiero di Machiavelli. Un rapporto che si configura tra l ’ altro come un «destino comune» della dottrina di Machiavelli e di Marx, quello di essere servite entrambe «a mi gliorare la tecnica politica tradizionale dei grup pi dirigenti conservatori» (il che nemmeno nel caso del machiavellismo ne può mascherare il ca rattere «essenzialmente rivoluzionario»). Non può sfuggire tra l ’ altro la centralità che Gramsci conferisce nel Q 13 al nodo teorico costituito dal rapporto struttura-sovrastruttura (si veda in par ticolare il par. 17 Analisi delle situazioni: rap porti di forza') ’ , un modo indiretto ma non trop po di ribadire il nesso tra Machiavelli e Marx, teoria politica machiavelliana e filosofia della prassi. Gramsci sottolinea insomma, come ha os servato Donzelli, una «affinità di procedimenti intellettuali» tra Machiavelli e Marx 38 . A questo proposito però, mentre da un lato la stessa inter pretazione crociana di Machiavelli (ovviamente nel suo aspetto più positivo, di contributo per manente alla scienza politica) gli pare probabil mente debitrice dell ’ «apporto culturale» della fi losofia della praxis, Gramsci in polemica col Cro ce rileva tutta l ’ angustia della formula crociana di Marx «Machiavelli del proletariato». Anche a voler accettare per un momento una riduzione di Machiavelli nei termini proposti dal Croce (come espressione nella scienza politica del momento della forza e dell ’ economia) quello che non è as solutamente sostenibile è il parallelo con Marx, nel pensiero del quale è contenuto infatti in nu- ce «anche l ’ aspetto etico-politico o la teoria dell ’ egemonia e del consenso». Gramsci respinge dunque con energia l ’ ipote si crociana di racchiudere il marxismo dentro i li miti teorici del machiavellismo. Eppure quella idea di una continuità (sia pure non rivolta verso il passato) tra il pensiero di Machiavelli e quello di Marx è si può dire un fermento diffuso nelle sue note su Machiavelli, come mostra esemplar mente la definizione che Gramsci dà del «princi pato nuovo» come «periodo dittatoriale che ca ratterizza gli inizi di ogni nuovo tipo di stato». Un implicito parallelismo tra il «principato nuo vo» machiavelliano, e la dittatura del proletaria to che, se conferma come l ’ interesse di Gramsci per Machiavelli si concentra sui risultati che que sti ha raggiunto nello studio «dei meccanismi che presiedono al cambiamento politico» 39 pone però una serie di problemi di non facile soluzio ne. Infatti se nella teoria politica machiavelliana e in particolare nel Principe è da ravvisare, come ha ritenuto di recente anche J.A. Pocock, uno studio «sull ’ innovazione (ossia sulla formazione di uno stato nuovo) e sulle sue conseguenze» 40 , ecco che proprio questo aspetto della concezione politica del Machiavelli entrando nell ’ universo teorico di Gramsci si rivela uno dei «nuclei caldi» della sua riflessione, dato il parallelismo tra prin cipato nuovo e dittatura del proletariato, e si at testa nel profondo della teoria gramsciana della trasformazione sociale, nel cuore stesso di quel momento teorico fondamentale del passaggio da dittatura a egemonia nella costruzione di un nuovo ordine sociale. Ciò significa anche assu mere in toto la teoria machiavelliana del princi pato nuovo, incluso l ’ insegnamento di «ferocia» in esso contenuto, un tipo di educazione politica che porti un popolo a «riconoscere necessari de terminati mezzi, anche se propri dei tiranni, perché vuole determinati fini»? Va bene che Gramsci tende a minimizzare quella «ferocia» di Machiavelli, che vede rivolta essenzialmente contro i residui feudali; che più in generale l ’ aspetto «tecnico» del pensiero di Machiavelli non interessa a Gramsci in modo specifico, e che nettamente negativo è il suo at teggiamento nei confronti del «machiavellismo» in senso deteriore, forse collegato nella sua men te a quella «piccola politica» di cui parla nel Q 13 (e in tal senso lo stesso Machiavelli non è per caso «poco machiavellico»?): Gramsci accenna persino ad un «machiavellismo volgare», quasi, in analo gia con «marxismo volgare», una versione dimi- diata, non scientifica del pensiero di Machiavel li. Anzi, Gramsci si spinge fino ad affermare nettamente (anche se sono semplici accenni), contro ogni interpretazione del pensiero del se gretario fiorentino in chiave autoritaria o reazio naria, come solo alla immaturità dello sviluppo storico italiano si deve attribuire il fatto che l ’ in
rattere «prioritariamente innovatore» del discorso machiavelliano, osserva G.M. ANSELMI in Ricerche sul Machia velli storico, Pisa 1979, p. 86, come at traverso la costanza della polemica con tro il nocciolo feudale della società ita liana si configura nel Machiavelli la proposizione di una ideologia innova trice nonché di un diverso programma politico: «in definitiva, già a questo portavano le famose analisi di A. Gramsci». Ivi, n. 19.
38 Cfr. C. DONZELLI, Introduzione..., «Z,p.XIII. 39 Ivi, p. XIV. 40 Cfr. J.G.A. POCOCK, Il momento machiavelliano , Bologna 1980, voi. I, p. 319. Consentendo col Pocock sul ca
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