Problemi della transizione 1983
Machiavelli
vitù alla vita civile. Soprattutto quel che rimane più esposto al dubbio è se sia poi così certo che da mezzi anche tirannici possa scaturire un ordi ne sociale progressivo (Gramsci ribadisce che il Machiavelli «insegna davvero la “ coerenza ” dei mezzi “ bestiali ” », in polemica con quanto soste nuto daH ’ Alderisio), se non vi possa essere inve ce una sorta di effetto perverso che il «mezzo», nella sua dichiarata indifferenza morale o immo ralità, può produrre rispetto al «fine». Né pare sufficiente in tal senso descrivere, come Gramsci fa, il rapporto del mezzo al fine come rapporto di «conformità» o «capacità di connessione», o at traverso affermazioni del tipo «un conflitto è “ immorale ” in quanto allontana dal fine o non crea condizioni che approssimano al fine (cioè non crea mezzi più conformi al raggiungimento del fine) ma non è “ immorale ” da altri punti di vista “ moralistici ” » (così Gramsci caratterizzava il rapporto tra morale e politica in una nota inti tolata a Machiavelli). Una indicazione che tra l ’ altro lascia impre giudicato un aspetto di vitale importanza, vale a dire attraverso quali concreti processi si giunga a prefigurare il famoso «fine» (costruzione del so cialismo, passaggio alla società regolata, al self- government')'. di qui il pericolo che, dato il fine prescelto, e perduto il senso che esso deve essere risultante da un processo di formazione di una volontà realmente collettiva, con tutta una serie di garanzie che effettivamente i dirigenti siano organica espressione della coscienza-volontà dei loro diretti 52 , possa apparire non utopistico, con gruente al fine e perciò storicamente razionale qualunque mezzo che sembri valido ad accresce re la potenza espansiva del socialismo realizzato o realizzabile. E un problema che poneva anche il Macek a proposito di Machiavelli, nel quale «la morale politica ancorata all ’ interesse e al vantag gio della comunità, dello stato» acquista un evi dente carattere di «fine morale raggiunto anche con mezzi immorali»: ma chi garantirà che il fine prefisso, benessere dello stato o della comunità, sia realmente «il punto di partenza ottimale di una determinata politica?» . Si rendono così an che evidenti i rischi connessi con una lettura troppo disinvolta di quel «realismo politico» nel quale secondo alcuni si esaurisce tutto il senso dell ’ insegnamento politico di Machiavelli, e di Gramsci attraverso questi. Per cui, ad esempio,
stare il potere politico, ma «fare entrare le masse nella politica prima ancora della conquista del potere» 47 . Come altresì è vero che includendo l ’ insegnamento di Machiavelli come uno dei fondamenti della propria ridefinizione della scienza politica, Gramsci è ben lontano dal vede re in Machiavelli il teorico di una politica che si presenti come «tecnica», o esclusivamente come «lotta per il potere» 48 : è ovvio poi che per Gram sci stesso la politica non può risolversi tutta entro una superficiale teoria dei «rapporti di forza» 49 come del resto la posizione dei problemi politici in termini di «rapporti di forze» non significa af fatto per Gramsci porre brutalmente le questioni in termini di maggiore o minore coercizione, ma è anzi l ’ occasione per ripensare con nuova com plessità il rapporto struttura-sovrastruttura, economia-politica 50 . Tutto questo coinvolge quello che è il pensie ro di Gramsci in merito al passaggio (da lui rite nuto in qualche misura «necessario») dalla neces sità alla libertà, dalla forza al consenso, da ditta tura a egemonia, una volta avvenuta la fondazio ne di un nuovo tipo di Stato. È evidente che, co me ricorda anche Donzelli, Gramsci pensa a un carattere «espansivo» e non repressivo, della dit tatura del proletariato: e del resto egli stesso ave va avvertito come il momento della forza debba comunque avere in sé, implicito, quello del con senso e dell ’ egemonia (nel senso che devono es serne poste le basi) che cioè l ’ esercizio del potere in nessun momento può caratterizzarsi, nemme no nel «principato nuovo», nella fase iniziale del nuovo ordine, come puro e semplice dominio. E la vecchia questione a proposito della quale «He gel aveva affermato che la servitù è la culla della libertà»: per Hegel, come per Machiavelli, il principato nuovo e la connessa servitù «sono giu stificati solo come educazione e disciplina dell ’ uomo non ancora libero». Una concezione nella quale Gramsci pare avvertire qualche inter na aporia, se sente la necessità di accompagnare le precedenti annotazioni con Inopportuno» commento di Bertrando Spaventa (che «la culla non è la vita. Alcuni ci vorrebbero sempre in cul la» 51 ). Ciò nonostante, resta probabilmente in Gramsci un eccesso di ottimismo nel prefigurare come evolverà questo rapporto tra cittadino e Stato, autorità e libertà, il fatto di ritenere che si produca sicuramente questo passaggio dalla ser
50 Cfr. Q 13, par. 17, Analisi delle si tuazioni: rapporti di forza. 51 Cfr. Quaderni... , p. 1370: ripreso da p. 973 con significative variazioni. 52 A Gramsci non sfuggiva però l ’ im portanza di questo: vedi la nota 68 del
47 O. MASSARI, Il «.moderno Principe» nella politica-storia di Gramsci, in Po litica e storia in Gramsci, cit. , p. 466. 48 Cfr. J. M acek , op. cit., p. 146: «Machiavelli ha scoperto e dato un no me alla politica di potenza... La politi ca, tuttavia, è più che lotta per il pote re». 49 Cfr. G.M. ANSELMI, Gramsci Ma chiavelli e i soggetti della trasformazio ne, in «Problemi della transizione», 9, 1982, p. 211.
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