Problemi della transizione 1983

Razionalità

comportamento di Napoleone non fu molto ra zionale, allora ciò implicherà che non si possa trovare nessun insieme di obiettivi politici ragio nevolmente ben definiti che spieghino il com portamento di Napoleone, e che qualsiasi spie gazione di esso deve fare uso di fattori motiva zionali «più profondi» e, in definitiva, di assun zioni assai più specifiche sui meccanismi sotto stanti il comportamento umano». La tendenza a considerare razionalmente in spiegabili le azioni irrazionali è una diretta con seguenza dei connotati normativi del principio di razionalità che A usa. Dal punto di vista me todologico, questo principio svolge (presumibil mente) una duplice funzione, euristica e esplica tiva: dice ad A quali azioni debbono essere con siderate razionali — nel senso di essere in rela zione con un insieme possibilmente ristretto di obiettivi «ragionevolmente ben definiti» — lo aiuta a spiegarle sulla base di poche, e possibil mente semplici, ipotesi su questi obiettivi. Al tempo stesso gli dice che le azioni irrazionali non possono essere spiegate in questo modo — che affermare che qualcuno non ha agito razional mente equivale ad affermare che non ha agito come avrebbe dovuto, che la sua azione devia dalla norma e che essa è quindi, in base a questa norma, razionalmente inspiegabile. Di qui il ri corso a «fattori motivazionali “ più profondi ” » e a assunzioni psicologiche più specifiche con le quali, però, A abbandona il terreno trasparente e sicuro della razionalità per avventurarsi su quello oscuro e insidioso dei fattori emozionali (di tipo «freudiano» o altro) che distolgono gli esseri umani dal perseguimento dei loro obietti vi 4 . Così, se Napoleone ha agito in modo irrazio nale (non ha agito, cioè, come avrebbe dovuto), non si potrà trovare nessun insieme di obiettivi «ragionevolmente ben definiti» che spieghino il suo comportamento, ma si dovranno formulare ipotesi, e fare assunzioni, sui motivi «irrazionali» che lo hanno indotto a abbandonare il terreno (che in base al principio di razionalità che A usa si suppone) proprio delle azioni razionali. Consideriamo ora la questione dal punto di vista di un altro ipotetico storico, B, che suppor remo sostenitore della posizione c). Pur essendo giunto alla medesima conclusione dei suoi colle ghi — che in un certo periodo Napoleone ha agi to in modo irrazionale — anziché trarne la con seguenza che allora le sue azioni risultano razio nalmente inspiegabili, B cerca di utilizzare gli elementi a sua disposizione (e di scoprirne even tualmente di nuovi) per dare una ricostruzione della situazione in cui Napoleone ha agito alla luce della quale le sue azioni diventino razional mente comprensibili. Può così trovare che Napo leone dava una certa valutazione della situazione in cui si trovava, dati gli obiettivi politici e mili tari che si proponeva di raggiungere, e pensava che da essa seguisse ragionevolmente una certa linea d ’ azione. Ha adottato questa linea, ma non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi perché la sua valutazione della situazione non corrispondeva, in tutto o in parte, alla situazione oggettiva. B può quindi concludere che Napo leone ha agito razionalmente dati i suoi obiettivi e data la sua (errata) valutazione della situazio ne. 2. I nostri due storici sono così giunti a fornire resoconti esplicativi diversi delle azioni di Napo leone. Di fatto, essi hanno operato con due teo rie della razionalità diverse. A ha usato un prin cipio di razionalità normativo che lo ha portato a determinate conclusioni circa la razionalità o l ’ ir razionalità delle azioni di Napoleone. E necessa rio capire bene in che consista la natura normati va di questo principio. Esso è normativo non nel senso di prescrivere dogmaticamente certe azioni come razionali e di condannarne certe altre come irrazionali (dopotutto è possibile che delle perso ne non sappiano affatto che cosa significhi essere razionali né abbiano alcun particolare desiderio di esserlo), ma piuttosto nel senso di escludere come razionali quelle azioni che non soddisfano determinate condizioni (per esempio quelle azioni che non possono essere messe in relazione con il raggiungimento di determinati obiettivi). Nella teoria della decisione razionale tali condi zioni possono addirittura essere formulate come assiomi da cui certe conseguenze seguono come un fatto di necessità logica o matematica. Que sto modello astratto di comportamento razionale (che identifica, in generale, l ’ azione razionale con quella che massimizza una quantità rilevan te matematicamente computabile, la cosiddetta utilità prevista) ci dice, quindi, che se agiamo se condo certi assiomi di razionalità allora agiremo necessariamente come se assegnassimo utilità numeriche a tutte le possibili conseguenze alter

ces, Reidei, Dordrecht 1977, pp. 316-317. 4 J.C. HARSANYI, «Advances in Un- derstanding Rational Behavior», cit., p. 318.

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