Problemi della transizione 1983

Scienza innovazione e organizzazione del lavoro

di Angelo Dina, Carlo Olmo, Mario Rasetti

Questi anni segnano, tra gli altri elementi di novità, il precisarsi della crisi come dato strutturale del sistema economico e politico, il venir meno di alcune certezze su cui si erano costruite teorie economiche e modelli di sviluppo: i tassi di crescita costante, il sostegno della spesa pubblica a politiche sociali, le trasformazioni in senso progressista degli assetti sociali. E qualcosa di più della crisi fiscale dello stato o del Welfare State. L ’ inflazione progressiva e continua ha finito con il determinare una disarticola zione del corpo sociale, inducendo diversi soggetti sociali a vedere nello Stato la ga ranzia della propria sopravvivenza, rompendo solidarietà che parevano anche esse un dato acquisito. E tra queste rotture non va certo sottovalutata quella tra strati di versi di lavoratori,che non necessariamente vedrà quelli in grado di ottenere garan zie (di stabilità occupazionale e di salario) schierarsi dalla parte del «mutamento». Il rallentarsi dei tassi di crescita, inoltre, ha indotto il sistema industriale a cercare nel le esportazioni un più ampio spazio di sviluppo, con il subentrare di valori come la concorrenza e la flessibilità, su scale ed in termini non conosciuti in un ’ organizza zione sociale ed economica, cresciuta a lungo protetta. Ma le radici di una crisi che non consentirà la riproduzione di forme precedenti dello sviluppo sono soprattutto le caratteristiche dei processi innovativi: il loro realizzarsi come riduzione del tempo di lavoro necessario per unità di prodotto, il loro essere, oggi almeno, innovazioni di processo, senza che si riesca a vedere un significativo allargamento della produ zione di merci, il venir meno del rapporto tra investimenti e occupazione. Oggi una quota crescente di investimenti va in innovazioni tecnologiche che risparmiano la voro, mettendo in crisi un ’ equazione tradizionale nelle politiche economiche: il rapporto tra trasferimenti di ricchezza ad esempio da impieghi improduttivi a risor se per le industrie, non significa affatto maggiore occupazione. Caso mai maggiore competitività, maggiore elasticità produttiva. Caratteristiche che non impongono solo un ripensamento — già di per sé molto ampio — sulle politiche dell ’ occupazione, legate ancora ad una visione strutturale — congiunturale della crisi (imponendo ad esempio una riflessione meno schemati ca su temi come la rotazione o la mobilità), ma anche un ’ attenzione, per i modi in cui viene interpretata in larghi strati sociali e tra intellettuali tecnico-scientifici, il problema di una nuova «oggettività». Nuova oggettività il cui dato ultimo — forse non il più irrilevante — è che mentre il costo del lavoro per unità di prodotto dimi nuisce, diventa più difficile difendere lo stesso salario reale, nelle pratiche rivendi- cative, ma anche come terreno di unità delle forze del lavoro. Ma per discutere di questa nuova «oggettività» è sufficiente denunciarne i rischi, verificarne i primi, consistenti effetti sociali e politici? La battaglia non è così linea

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