Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

3) L ’ evoluzione della tecnica ha così incoraggiato gli organismi che gesti scono le telecomunicazioni ad allargare la loro rete di fornitori, anche verso l ’ estero dove si trovano industrie più dinamiche nell ’ innovazione rispetto a quelle nazionali. A questi si possono aggiungere altri due fattori che spingono le industrie dei paesi più avanzati a cercare degli sbocchi su nuovi mercati: 4) L ’ aumento dei costi di ricerca e sviluppo che hanno notevolmente ap pesantito i costi fìssi e i rischi che le imprese devono sopportare. 5) Il rapido aumento della produttività determinato dal progresso tecno logico che pone il problema della riduzione massiccia dell ’ occupazione nelle industrie che producono per il mercato nazionale o per quello dei paesi avanzati la cui crescita si è rallentata negli anni recenti. Questi due ultimi fattori hanno prodotto una vivace concorrenza tra le in dustrie nella conquista di nuovi mercati, soprattutto quelli dei paesi in via di sviluppo. Il processo di apertura dei mercati nazionali delle telecomunicazioni è par ticolarmente sollecitato anche dall ’ organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raccoglie la maggior parte dei paesi economicamen te sviluppati. Per l ’ OCSE questa sembra essere una condizione determinante per favori re il progresso tecnico destinato a sostenere lo sviluppo economico. Ci sem bra, però, che queste sollecitazioni non tengano minimamente in considera zione i problemi di riaggiustamento dei disequilibri esistenti sia tra i paesi industrializzati sia tra questi e i paesi in via di sviluppo 7 . 5. Questo insieme di fatti assume un particolare interesse per i paesi euro pei e la loro prospettiva di poter mantenere un sufficiente grado di autono mia almeno nel settore delle telecomunicazioni, dal momento che in quello dell ’ elettronica e dell ’ informatica essi sono già largamente dipendenti da paesi terzi (USA e Giappone). Il progresso tecnologico, secondo l ’ opinione corrente, rappresenta un fat tore determinante dello sviluppo economico, quindi occorre rimuovere tutti quegli elementi che costituiscono impedimenti, ritardi e strozzature. A sostenere questa opinione troviamo insieme al Dipartimento di Stato Americano i grandi gruppi industriali multinazionali che operano nel settore delle comunicazioni e l ’ OCSE, gli apologeti della società post-industriale e i teorici del «free flow of information». In questa logica i maggiori accusati sono i regimi di monopolio pubblico con cui sono gestite le telecomunicazioni dei paesi europei. Il filo del ragio namento è semplice: per favorire il progresso tecnologico e quindi lo svilup po economico occorre aprire i mercati nazionali delle telecomunicazioni alla

7 Jacques Boulin dell ’ EUCATEL (raggruppa mento delle industrie di telecomunicazione dell ’ Italia, Francia, Gran Bretagna, RFT, Olanda e Belgio) in occasione della giornata di studio sul «Rilancio di una politica di telecomunicazioni nella Comunità Europea» (Bologna 28/2/1984) osservava giustamente che: «Gli orientamenti presi a Roma nel quadro del Mercato Comune derivano dalla convinzione che l ’ efficacia, la pro duttività, l ’ adeguamento ai bisogni, l ’ innovazio ne e, in una parola, il vigore di un tessuto indu striale si migliorano tramite l ’ apertura di un campo d ’ azione più vasto e il libero gioco della competizione. Ma qui occorre preoccuparsi che le

misure prese in funzione di questi orientamenti non producano dei risultati contrari agli obiettivi perseguiti. Ciò è soprattutto vero nei periodi di transizione dove il controllo delle evoluzioni si può facilmente perdere. L ’ esperienza mostra che, a livello tecnico e industriale equivalente, delle pratiche commerciali, sociali o regolamen tari differenti possono disequilibrare compieta- mente gli scambi. E quindi imperativo di non porgere disarmata e vittima offerta a chi vorrà, questa entità nuova che è l ’ Europa (...)»

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