Problemi della transizione 1984

Strategie del pacifismo

cui l ’ uomo comincia a vivere pochissimo di caccia, in cui la caccia fornisce un 10-15% degli alimenti necessari, perché il resto viene dalla domesticazione, dalla coltivazione e così via, proprio in quel momento aumenta il numero delle punte di frecce che si trovano. Cosa vuol dire? È nata la guerra, la guer ra organizzata, sono nati gli eserciti, è nata una cultura diversa. Ma allora se questo fatto dell ’ uomo guerriero, è un fatto culturale e non innato, è un fat to che può cambiare. Del resto fenomeni che si credevano assolutamente im mutabili e che sono cambiati proprio perché è cambiata la cultura, ne cono sciamo; basti pensare alla schiavitù. La schiavitù è finita si dice a volte perché... c ’ è stato Gesù Cristo. Certo, ma Gesù Cristo è nato al momento giusto, perché a quel momento c ’ era un cambiamento, anche di condizioni e di economia, che poteva far sì che si arrivasse a questo tipo di cultura nuo va. E del resto dove poi si sono rinnovate condizioni di cultura diversa e in cer to senso arretrata, di pionieri che vanno a conquistare nuove terre, che han no bisogno di grandi masse di manodopera non qualificata, in America, si è riprodotta la schiavitù. E quando è finita? E finita quando quelle condizioni erano cessate anch ’ esse. Non per niente furono gli stati del nord, già abba stanza industrializzati, quindi progrediti in un certo tipo di economia, che imposero agli altri l ’ abolizione dello schiavismo. Allora può sorgere una domanda angosciosa. Se ci sono voluti 1.800 anni per abolire la schiavitù, che sarà per la guerra? Ci si potrebbe mettere le ma ni nei capelli. Ma oggi le cose cambiano molto rapidamente sul piano cultu rale. Intanto ci si dovrebbe domandare: esistono queste condizioni che fanno passare da una cultura ad un ’ altra? Secondo me esistono, è stato detto tante volte. La condizione essenziale è questa: la guerra oggi non paga nel modo più assoluto, perché la mors mea è la mors tua. . . Mentre prima era un qual che cosa che dava un vantaggio a un certo popolo (o almeno poteva fare spe rare di avere un vantaggio) da almeno un centinaio di anni questo non è più. Roma quando distrugge Cartagine sta meglio, è più tranquilla, può svilup parsi meglio. Questo vantaggio oggi non c ’ è più. Quindi bisogna che la no stra cultura, la nostra coscienza si approprino di questo dato. E io credo che i popoli se ne stanno appropriando, stanno capendo. Non guardate i gover nanti; i governanti sono gli ultimi ad arrivare sul piano culturale. Sono presi da altre cure che quelle dei popoli che vogliono vivere. Le strategie sono importanti; che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo riuscire con le nostre strategie a sopravvivere fino a che sia cambiata la cultura. Que sto è ciò che dobbiamo in tutti i modi tendere a ottenere dai politici. Da una cultura della guerra si arriverà a una cultura della pace. Non si tratta di arrivare alla cultura dell ’ uomo perfettamente pacifico in senso cri stiano, che porge l ’ altra guancia. L ’ uomo sarà sempre in conflitto con un al tro uomo per ragioni economiche, di prestigio ecc. Quello che noi vogliamo abolire è una certa manifestazione dei conflitti che si concreta nell ’ organiz zazione statale per gruppi, masse di uomini che si muovono per distruggere altri uomini. Questo dobbiamo distruggere: la guerra, non la competizione economica, politica, amorosa e così via. Allora secondo me, strategie, tattiche sì. Però il problema culturale è il problema di fondo, il problema che più ci deve stare a cuore; perché soltanto quando sarà cambiata la cultura, il modo di vedere, di pensare gli uomini, la conquista sarà duratura. Fino a che non si cambia la cultura siamo sul «vulca

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