Quindici 1967

Oumdici/3/lI

cello della proprietà, e incomincia già a con siderare tutte queste cose come beni di uso comune, che appartengono all'intera società. Tra tutte le cose di cui si fece proprietà, ce ne fu una molto sui generis, che si chiamò proprietà intellettuale. Direte: ma è una pro prietà astratta, Si, è una proprietà astratta. E, cosa strana, l'aria non si poteva chiudere in una bottiglia e invece una cosa tanto astrat ta come la proprietà intellettuale si poteva benissimo chiuderla in una specie di botti glia. Che cos'è questa proprietà intellettuale? E' noto e stranoto. Ma, nel caso qui ci fosse qualcuno che non avesse dimestichezza con simili faccende, diremo semplicemente che è la proprietà che emana da una produzione dell'intelligenza di un individuo o di un grup po di individui, per esempio un libro, un libro tecnico, un romanzo. VoiTei che fosse ben chiaro — giacché non mi voglio guada gnare l'odio degli intellettuali, prima di tutto perché sarebbe un odio ingiustificato — che questo non significa in nessun modo un di sconoscimento del merito, del valore, del di ritto di vivere di chi produce questo tipo dì beni spirituali. E' che questi diritti di pro prietà su beni intellettuali, di solito, per siste ma, all'interno del mondo in cui siamo vis suti anche noi fino ad epoca relativamente recente, erano, per influsso del concetto capi talistico, oggetto di compravendita. E va da sé che molti dei creatori intellettuali sono slati mal pagati, hanno fatto la fame, e molla. Basta leggere per esempio la biografia di Balzac, che è stato uno dei grandi romanzieri del secolo scorso, per vedere in che penuria viveva quel buon uomo. In genere, molti grandi creatori hanno fatto la fame e sono vissuti nella miseria, perché non hanno avuto nessun aiuto da parte della società, e molte volte anzi sono stati costretti a vendere a un prezzo qualsiasi le loro produzioni intel- •lettuali. E molte opere intellettuali hanno visto riconosciuto il loro valore economico solo parecchio tempo dopo che i loro autori erano moni. E noi, in che situazione ci siamo trovati? Nella situazione di un paese sottosviluppato, che mancava assolutamente di nozioni tecni che, che mancava di tecnici, che doveva co minciare con l'assumersi l'onere di insegnare a leggere e a scrivere a un milione di cittadini, che doveva cominciare con il creare scuole tecniche, istituti tecnologici, scuole di ogni tipo, dalle elementari alle università; un pae se che doveva imparare come si formano de cine, centinaia di migliaia di lavoratori qua lificati e di tecnici se voleva uscire dalla mi seria, se voleva uscire dal sottosviluppo. Un paese che doveva recuperare i secoli di ritar do che ci pesavano sulle spalle. E quando ci siamo proposti di recuperare tutto questo tempo perduto e di creare condizioni di vita per il popolo e debellare la miseria e il sot tosviluppo, e dovevamo perciò investire ogni centesimo delle scarse risorse di cui dispone vamo in opere pubbliche e nell'acquisto di mezzi di produzione, di fabbriche, di attrez zature, ecco che ci siamo trovati di fronte al tragico fatto di non potere educare il popolo. Perché? Perché quanto più i nostri citta dini imparavano a leggere e scrivere, quanti più bambini incominciavano ad andare a scuo la, quanto più grande era il numero di coloro che ricevevano l'abilitazione elementare, pri ma cinquantamila, poi 60, 70, 80 mila, quanto più numerosi erano coloro che venivano am messi agli Istituti tecnologici e alle Univer sità, quanto più insomma aspiravamo a sgo minare il sottosviluppo e l'ignoranza, tanto maggiore era la quantità di libri che ci erano necessari. E i libri erano — e sono — carissimi. E in grazia di tutti quei bei concetti sulla proprietà intellettuale, ci vedevamo costretti, se volevamo soddisfare interamente la do manda di libri esistente, a spendere decine di milioni di pesos in libri, pagandoli spesso al prezzo di copertina. Ma la cosiddetta pro prietà intellettuale è cosa così difficile da stabilire in pratica, che non si trattava tanto della proprietà degli autori del prodotto spi rituale, quanto di coloro che sul mercato, con denaro contante e sonante, e a qualsiasi prezzo, cioè in genere a basso prezzo, avevano comprato il prodotto dell'intelligenza per poi rivenderlo. E ajoro che avevano il monopolio dei libri avevano il diritto di venderli al prez zo che consideravano più conveniente. Era necessario prendere una decisione, una deci sione drastica si, ma giusta. E il nostro paese ha adottato, di fatto, la decisione di abolire anche la proprietà intellettuale. Che vuol dire? Noi siamo del parere che le conoscenze tecniche e ciò che l'intelligenza dell 'uomo ha creato debbono essere patri monio di tutta l'umanità. Chi paga del resto a Cervantes i suoi diritti di proprietà intel lettuale? Chi li paga a Shakespeare? Chi li paga a coloro che inventarono l'alfabeto, ; numeri, l'aritmetica, le matematiche? L'uma nità intera ne ha tratto beneficio, in un modo o nell'altro; l'umanità intera, in un modo o nell'altro, si serve delle creazioni dell'intelli genza forgiate dall'uomo nel corso della sto ria. Dal tempo in cui il primo uomo della preistoria prese in mano un bastone per far cadere un frutto, l'umanità ha tratto bene ficio da una creazione dell'intelligenza; dal primo uomo che emise un grugnito e quel grugnito volle dir qualcosa come l'albore di un idioma futuro, l'umanità ha cominciato a far uso del prodotto dell'intelligenza umana. L'immensa maggioranza delle creazioni del l'uomo si sono andate accumulando nei mil lenni e tutta l'umanità sente di avere il diritto di goderne i vantaggi; tutto il mondo si sente in diritto di godere di ciò che le generazioni passate hanno prodotto. Come pretendere dun que dì negare, oggi, all'uomo, alle centinaia di migliaia di esseri umani che vivono attual mente nella povertà, nel sottosviluppo, l'acces so alla tecnica di cui hanno bisogno per una cosa tanto elementare come l'alimentazione, la vita? Naturalmente, una decisione di questo tipo comporta, in genere, ostilità, interessi lesi. Spesso si abolisce la proprietà intellettuale in maniera clandestina, surrettizia, non lo si pro clama apertamente. Noi non adotteremo que sto procedimento. Noi proclamiamo che con sideriamo tutte le conoscenze tecniche un patrimonio a cui l'intera umanità ha diritto, e specialmente i popoli che sono stati più sfruttati. Infatti, dov'è la fame, dov'è l'igno ranza, dov'è la mancanza di conoscenze tec niche? In tutte quelle regioni del mondo dove gli uomini per secoli e secoli sono stati criminosamente sfruttati dal colonialismo e dall'imperialismo. Generalmente i libri tee; nici si producono nei paesi più progrediti economicamente. E allora i paesi poveri, i paesi sfruttati per secoli non hanno forse diritto di far uso di questa tecnica, quando dal loro stesso costato — per secoli — sono uscite molte delle risorse grazie alle quali altri paesi, armati di una tecnica moderna, si sono sviluppati? Negli Stati Uniti ci sono migliaia e migliaia di libri tecnici. Ebbene, noi ab biamo cominciato col dichiarare abolita la proprietà intellettuale di tutti i libri tecnici degli Stati Uniti e proclamiamo il nostro di ritto, in primissimo luogo, a stampare tutti i libri tecnici nordamericani che ci possano essere di una qualche utilità. Ceno, per giu stificare questo fatto non occorrono tutte le considerazioni che abbiamo fatto prima; quan do stampiamo i libri tecnici degli Stati Uniti, lo facciamo con il pieno diritto che ci confe risce il fatto di poterci in qualche modo risar

cire del danno che essi hanno cercato di fare al nostro paese. Ma. indipendentemente da questa circostanza, noi riteniamo un diritto del nostro popolo e di tutti i popoli sottosvi luppati, usare di tutte le conoscenze tecniche che siano state divulgate nel mondo e, dì conseguenza, ci consideriamo in diritto di stampare qualsiasi libro tecnico di cui pos siamo aver bisogno per il nostro sviluppo, per la formazione dei nostri tecnici. E in cambio, cosa diamo? Consideriamo dovere della società aiutare, stimolare, pro teggere tutti i creatori intellettuali. Proteggerli, no: forse questa non è la parola giusta. Essi devono occupare il posto che loro compete nella società, di pieno diritto, come lavoratori eminenti. E la nostra società è in grado di ricompensare tutti i creatori intellettuali cu bani; ma è anche in grado di rinunciare, rinunciare internazionalmente, ad ogni diritto di proprietà che ci competerebbe. In questo paese, di libri tecnici non se ne producono molti; ma si è prodotta molla musica che piace al mondo. E in futuro il nostro popolo produrrà sempre di più in ogni campo del l'intellettualità. Orbene, noi fin d'ora diciamo che rinunciamo ad ogni diritto sopra la nostra proprietà intellettuale; e che, sistemate le cose ira il produttore intellettuale cubano e il go verno cubano, il nostro paese rinuncia ad ogni diritto di proprietà intellettuale. Vale a dire, i nostri libri potranno essere stampati libera mente in qualsiasi pane del mondo, in qual siasi parte del mondo; noi, dal canto nostro, ci riteniamo in diritto di far lo stesso. Se tutti i paesi facessero così, quanto bene ficerebbe l'umanità intera! Ma è un'utopia. E' impensabile che un paese capitalista lo faccia. Ma se, per ogni libro che si scrivesse, per ogni libro che si stampasse, ogni paese rinunciasse ai diritti corrispondenti, ogni paese potrebbe avere automaticamente tutti i diritti di miti i libri che si scrivono in tutti gli altri paesi del mondo. E anche se naturalmente non possiamo pretendere che questo avvenga dap- •pertutto, noi, per parte nostra, stabiliamo che sul problema della proprietà intellettuale, sia questa la nostra politica. E crediamo sia giu sto dichiararlo con tutta franchezza, c peggio per chi non gli garba. Potremo certo fare accordi di mutua con venienza: che un paese ci mandi libri che stampa in grande quantità, e che noi gli si mandi a nostra volta i libri che stampia mo in quantità elevate. Qualsiasi tipo dì ac cordo per lo scambio internazionale di libri già stampati è perfettamente possibile, con qualsiasi paese lo giudichi conveniente. Ma questa è la politica a cui ci atterremo. Lo stesso faremo con i cosiddetti brevetti. E' vero che noi non abbiamo finora inventato grandi cose e non è certo il caso che ci met tiamo in testa di trasformarci in inventori. Ma se inventeremo mai una qualsiasi stupi daggine, la metteremo a disposizione di tutta l'umanità. E così faremo con qualsiasi con quista nel campo della tecnica o nel campo dell'agricoltura. E va detto che aspiriamo, in questo campo, ad avere molti successi. Non passerà molto tempo, e molta gente in molte parti del mondo dovrà volgere gli occhi su di noi per vedere cosa stiamo facendo qui, e come questo paese, sito in zona tropicale, risolve molti dei problemi agricoli non risolti in altri paesi tropicali del mondo. Perché la povertà sta di casa soprattutto nei paesi tro picali; nessun paese tropicale, praticamente, appartiene alle cosiddette aree sviluppate del mondo. Noi. invece, senza alcun dubbio, ci porremo alla avanguardia dell'agricoltura tro picale; e le nostre soluzioni, la nostra tecnica le metteremo a disposizione di chiunque vo glia trarne profitto. Non ci comporteremo con J successi della stagione letteraria Barolini Le notti della paura romanzo (4' edizione) Targa d'Oro del Premio Campiello 196? Emanuelli Un gran m m romanza f \ I (2* edizione) viaggio Parise (3- edizione) L'assoluto naturale Rosso Sopra il , museo della scienza Premio Sila 1967 Servadio Tanto., gentile e tanto lonesta (3* edizione) in tutte le librerie Feltrinelli

egoismo rachitico e meschino, non staremo a badare a questioni di concorrenza. Perché la concorrenza appartiene ad un mondo di fame, ad un mondo di sottosvi luppo, ad un mondo dove la fame e la mi scria sono diventate una istituzione. Che cosa è infatti la concorrenza? E' la lotta tra pro duttori di uno stesso prodotto per un mer cato limitato. Quando c'è concorrenza, c'è lotta: non lotta per dar da mangiare a tutti quelli che ne hanno bisogno, ma per dar da mangiare solo a chi abbia la possibilità di comprarselo. Come avveniva nel nostro paese, dovc poteva esserci eccedenza di qualsiasi prodotto, dato che non si produceva in base ai bisogni, si produceva per il mercato. E chi non aveva un soldo in tasca, non contava nulla.

ne delle associazioni professionali, ma che è sostenuta da tutte le grandi potenze e dal l'UNESCO. Fidel Castro non ha fatto insom ma che anticipare; mettendoci, di suo, una formulazione teorica che mi sembra ineccepi bile, e offrendo una contropartita che per esempio né l'UNESCO né la conferenza di Stoccolma richiedono: la rinuncia cioè agli stessi diritti da parte dei paesi sottosviluppati. In questo senso, il provvedimento rivoluzio nario di Castro rischia, all'inizio, di avvantag giare poco scrupolosi editori capitalisti. Già è cominciata da noi infatti la corsa alla pubbli cazione di libri cubani (ignorati del tutto fino a un paio di mesi fa). A chi può obbiettare che il comunismo non postula, almeno per ora, la abolizione della proprietà pura e semplice, ma solo della pro prietà dei mezzi di produzione. Fide! Castro pare rispondere che un autore nato e cresciuto in un paese progredito possiede « mezzi di produzione » che gli vengono fomiti automa ticamente dalla cultura e dal grado di educa zione tecnica del suo paese; e che è di que sto che la rivoluzione lo espropria. Tesi sedu cente: non sarebbe male se qualche partito di sinistra, anche da noi, mettesse nel suo pro gramma la nazionalizzazione di Riccardo Bac chelli o di Mario Soldati • di Gomi Kramer. Perché no? In Inghilterra per esempio sono stati « nazionalizzati » i medici, che sono pure dei « produttori intellettuali ». Si potrebbe, d'altra parte, controllare concretamente in questo modo, la misura di tanti engagements... E' sintomatico. Ogni osservazione degli svi luppi recenti del nostro sistema culturale ra ramente s'appoggia a ragioni di carattere cul turale. Finisce piuttosto per abbandonarsi a ra gioni di natura sociologica. E ogni conclusio ne a proposito dell'attività commerciale attua le del Sistema, cioè la Boutique di Massa, di venta in realtà lo sbocco di un discorso sui «li velli ». Applicabile ai più disparati scomparti menti della nostra cultura attuale, sempre più afflitta da una confusione sistematica — ap punto — di livelli. Anche confusioni piuttosto goffe: quali utilità o illuminazioni sono rica vabili infatti da un sistema che nella sua fac cia critica-moralistica lamenta l'imposizione al la cultura di strutture economiche sempre più autoritarie, se nello stesso tempo svillaneggia o castiga qualsiasi iniziativa libera di qualsia si minoranza intellettuale?... Ogni discorso sui « livelli di cultura » po trebbe condursi su due piani. Uno: qualità dei prodotti che vengono proposti. Due: natu ra e finalità del sistema che li produce. Fini scono per incontrare una conclusione comu ne: un sistema praticamente unico tende alla riduzione dei diversi prodotti a un livello fon damentalmente unico. Ancora: la Boutique di Massa. Accanto alla Confezione, l'obsolescenza pia nificata applicata all'irresponsabilità intellet tuale finisce poi per condurre oltre il Gioco del Massacro — al Cimitero delle Macchine... Fumano o s'arruginiscono i rottami delle poe tiche più reputate, ai margini delle nostre passeggiatine d'avanscoperta o di repertorio. Inciampiamo in lacerti d'autori rispettabili e maldigeriti, buttati via in cartocci di pagine letterarie, mentre vengono elevati agli altari stagionali specialmente quei santini talmente isolati e solitari e fuori del tempo e fuori del UNA CULTURA FRANANTE di ALBERTO ARBASINO

sare alcuna accusa percettibile nel cui tono i finì d'orecchi non avvertano già l'autorità nel cui segno il révolté si riconcilia con loro... Chi non si adegua è colpito da un'impotenza eco nomica che si prolunga nell'impotenza spiritua le dell'isolato... Escluso dall'industria, è facile convincerlo d'insufficienza ... Come i dominati hanno preso sempre la morale che veniva loro dai signori più sul serio di questi ultimi, così oggi le masse ingannate soggiacciono, più an cora dei fortunati, al mito del successo... ». La Dialettica dell'Illuminismo sembra pre vedere da lontano i caratteri più veri della no stra attuale Boutique di Massa: « ... L'arte ' leggera ' ha accompagnato come un'ombra l'arte autonoma: essa è la cattiva coscienza dell'arte scria... L'arte 'seria' si è negata a coloro cui il bisogno e la pressione dell'esistenza rendono la serietà una beffa, e che sono, di necessità, contenti quando posso no trascorrere passivamente il tempo che non sono alla ruota... Il consumatore diventa l'alibi dell'industria dei divertimenti, alle cui istitu zioni egli non può sottrarsi: bisogna aver visto ' La signora Miniver '. come bisogna avere in casa ' Life ' e 'Time "... Caratteristica dell'arte ' leggera ' non è la crassa incultura, la rozzez za o la stupidità... Quando I" adattamento ' di una frase di Beethoven si compie secondo lo stesso schema di un romanzo di Tolstoj in un film, il ricorso ai desideri spontanei del pub blico diventa un pretesto inconsistente— Que sta tendenza è immanente al principio stesso — borghese e illuminato — dell" amusement ' — E il potere dell'industria culturale sui con sumatori è mediato daU'amusement; che viene eliso, alla fine, non da un mero diktat, ma dall'ostilità, inerente al principio stesso dell'a musemem, verso tutto ciò che potrebbe essere più di esso... ». Non si saprebbero individuare con maggiore accortezza i lineamenti del no stro teatro d'oggi, del nostro cinema... Ma si possono già notare cospicuamente le differenze — o piuttosto, le conseguenze — della formazione recente di un tale ' sistema ' in un paese come il nostro, con una sua preci sa ristrettezza di possibilità e d'orizzonti, e con quel suo determinato passato prossimo culturale e politico, tutto atri muscosi e fori cadenti. Il culto del Successo, e le sue frizioni col feticismo del Mestiere, per esempio. Da qualche tempo, indubbiamente, il culto del Successo (magari minuscolo, però a ogni costo) sembra devastare ogni categoria arti stica: provocando anche traumi e compromes si, specialmente in quei campi ' spettacolari ' dove il Successo Volgare diventa un Dovere Morale, non solo nei confronti del capitale investito, e dei compagni di lavoro, ma verso una nozione atroce di Pubblico. Qui la novi tà è che da qualche tempo sembrano oblite rati i livelli: per cui tutte le opere concorrono in una medesima categoria, le originali inno vatrici e le confezioni di consumo. Come se le grandi opere veramente significative non fossero sempre state impopolari e minoritarie. In un incessante conflitto col Mestiere, poi, un'opera originale continua a rifiutare le re gole e le misure dei precedessori. Si appliche ranno, semmai, ai prodotti di divulgazione, in un tempo successivo. Ma respingere i manie rismi narrativi o ì precetti registici delle ge nerazioni precedenti, rifiutare le loro norme gerarchiche 0 autarchiche, rischia d'attirare rappresaglie gravissime sull'insubordinato, in un sistema che opera sulla reverenza. Non co me dialettica fra Maggioranza e Opposizione, o fra Conservazione e Progresso: ma mera mente come separazione fra Potere e Antica mera. In mezzo, al posto della dialettica, una porta chiusa. Anche Destra e Sinistra sembrano diven tate nozioni assai labili. Chi ci sentiamo, da un

gioco da poter servire come eccellenti stru menti di danno c dispetto. Ci*) perversamente semiseria, la vera tra gedia di quella Gag Art che pare diventata la nostra cultura, sembra una basica attitudine a rendere sempre più volentieri analoghi t pro cedimenti della Creazione e della Confezione. Magari, dunque, dell'Arte e della Non-Arte, finalmente... Perciò, la diffusione dell'equivo co intorno ai Veri Moventi. Ecco. E allora, « cosa fare? ». Cioè, più pre cisamente: « che cosa sarebbe GIUSTO — per me (per chiunque) — FARE, in questo momento?». Sta diventando sempre più aspra mente la questione fondamentale da affrontare 0 sfuggire, in privato e in pubblico, fra ghigni di cinismo o rassegnazione, e smarrimenti psi cosomatici. E' una questione apparentemente chiarissi ma: programmare la propria attività nell'am bito d'una situazione collettiva che riproduce con un'ovvietà ormai allucinante i lineamenti di quella « industria culturale » descritta con verve tanto precisa da Horkheimer c Adomo — più di vent'anni fa — in quello splendido libro che è la Dialettica dell'Illuminismo. Ep pure, questa situazione ormai « storica », tipi ca, da manuale — l'Illuminismo libcristico de generato in Consumo tanghero, fino alle conse guenze più feroci — viene abbastanza misco nosciuta, attualmente, qui fra noi. Per una ra gione di fondo abbastanza assurda... La situa zione, tipica e inevitabile, di "industria cul turale" (come si poteva intendere in America quindici anni fa), si trova attualmente soste nuta e approvata in Italia non da un'organizza zione efficiente di funzionari moderni, in gra do di considerarla una piattaforma acquisita — e (per i più giovani) da superare — ma da un racket anziano e spampanato di letterati mica tanto bravi che la vedono invece come Culmine e Aspirazione. E proclamano Felice Questo Momento Che Attraversiamo solo per ché è l'epoca in cui "loro" riescono a percepi re dei grossi stipendi regolari dagli editori e dai giornali, invece di qualche calcio nel sedere di tanto in tanto. In casi di sollucchero, anche tre o quattro stipendi per una sola azione. I connotati sinistri della nostra situazione sono invece numerosi, c catastrofici. Intanto il Sistema, cioè l'industria culturale nella sua forma attuale ' all'italiana ', si regge in larga misura sui compromessi e i pruriti senili di parecchi autori decorosi, che pure ebbero una qualche loro piccola o grande parolina da di re — rispettabilmente — fino a una dozzina d'anni fa. Magari travisati e vilipesi, solitari (per non dire casuali) su uno sfondo in com plesso deprimente, afflitto da enormi confu sioni. Ma oggi, tutti, proprio tutti, pieni di suc cessi e d'applausi e di colpe, apocalittici e apo plettici, in preda a uno sbandamento gravissi mo, a un'irreparabile mancanza di idee proprie. Basta fare una prova. Quanti sono (per cia scuno di noi) t Maestri letterari o teatrali o cinematografici o musicali o variamente arti stici, e diciamo anche critici, in cui abbiamo sinceramente creduto da giovani in qualche modo, e che non ci stiano dando delle delusio ni anche orribili. Non tanto perché franino: per quanto, è abbastanza sinistro vederli fra nare tutti insieme. Piuttosto, per il modo di franare: con le loro opere recenti, con le loro dichiarazioni vanitose e vacue; e (come se il fondo non si riuscisse mai a raggiungerlo) con gli annunci di nuove imprese sempre più im barazzanti, e non dì rado turpi, perché deli beratamente destinate a una qualità di suc cesso turpe, il ricatto sentimentale sulla ' mer ce ', in base ai nostri affetti giovanili... un orribile invilo sistematico a raggiungerli in fondo alla ' loro ' orribile « anzianità di ser vizio »... Non se ne salva uno. mi pare. Basta fare una rassegna delle ultime opere, e dei pro getti in corso. Tutti trionfi, tutti uguali: or ganizzali e preventivati a ogni costo. Per Ca rità di Patria, o per dovere morale nei confron ti del Capitale Investito: quando si crea un giro d'affari cospicuo, diventa sempre più in gombrante far fallire le grosse imprese disse state... coinvolgendo équipes di lodatori pro fessionali, dispostissimi nel largo e duro gioco delle complicità e degli interessi a riempire tutto lo spazio stampato disponibile nella Na zione Italiana con gli elogi — travestiti da cri tica — dell'Exploit Tangibile, del Surrogato dell'Identità, de! Sempre Uguale impeccabile confezionato e inflessibilmente 1 disinvolto '! • La macchina ruota sur place — scriveva no Horkheimer e Adorno —. Mentre è arrivata al punto di determinare il consumo scarta come rischio inutile ciò che non è slato ancora sperimentato. Solo l'universale trionfo del ritmo di produzione e riproduzione mec canica garantisce che nulla muti, che nulla venga fuori che non quadri... ». Ma il lato paradossale dell'industria culturale 'all'italia na ' è che certamente la sua trasposizione dell'Arte nella sfera del Consumo con l'elimi nazione d'ogni esperimento o dissenso, avvie ne più maldestra che veramente ' scientifica ' e paradossalmente tanto più efficace quanto più somma di grossolanità e goffaggini. Nessun dubbio sul suo principio: migliorare la confezione delle merci scadenti. Ma il risul tato ' a lunga scadenza ' sembra tendere all'op posto dell'efficienza implacabile della 'vera' in dustria culturale, quella dove « tutte le vio lazioni degli usi del mestiere commesse da Orson Welles gli vengono perdonate, per ché — scorrettezze calcolate — non fanno che confermare e rafforzare la validità del siste ma ». Il vero punto d'arrivo pare piuttosto una situazione greca o egiziana 0 bulgara do ve l'industria culturale è meno opprimente, le istituzioni politiche variamente dosate, le tra dizioni culturali immancabilmente nobilissime, il talento locale incessantemente congratulato... eppure, chissà, come mai — forse sarà perché lì mancano la RCA o Leo Castelli — ma intan to, non ne viene fai fuori un romanziere o re gista o cantautore o pittore. Caoticamente (ma con la grinta spietata), goffamente (ma con visibile asprezza), la no stra Boutique di Massa attuale sta perfezio nando l'intera serie delle somiglianze con il modello ormai classico dell'Industria Cultu rale, da cui la distingue solo qualche fronzolo di passamaneria romana in più. Anzi, si direb be che è la Boutique medesima a seguire la re censione della Dialettica dell'Illuminismo. Ovviamente, questo periodo di rodaggio è sopratutto un periodo « paleo». E quindi ri sulta ti più duro: cernie quando una controri voluzione, fra scosse e strattoni, comincia ad assestarsi in un regime che deve durare. Fra 1 pasticci della transizione, può riuscir facile arraffare una fortuna o far fuori gli avversari scomodi, lanciare una moda pazza o fondare una dinastia imbrogliona. Ecco perché diventa difficile Agire. Si co nosce da troppi anni l'andazzo immancabile di quegli stessi eventi — facili da prevede re, tipo lo sviluppo della televisione — contro i quali risulta di volta in volta arduo o incon gruo (invece) identificare i « sistemi di con testazione » più appropriati per la circostanza specifica Tocqueville descriveva già un sistema di trusts culturali « dove uno può ancora fare fortuna, purché non guardi troppo diritto da vanti a sè, ma acconsenta a trattare ». E Hor kheimer-Adorno forniscono la descrizione più completa del ' modello ': « La rivolta che rende omaggio alla real tà diventa il marchio di fabbrica di chi ha una nuova idea da portare all'industria... La sfera pubblica della società attuale non lascia pas

POSTILLA A CASTRO

di VALERIO RIVA

Ho assistito al discorso di Guane, perché mi trovavo a Cuba in quel periodo: una gior nata orrenda, con un ventaccio. Il discorso fu assai lungo, durò circa tre ore; in qualche punto noiosissimo, perché si diffondeva a par lare di cose d'agricoltura estremamente tecni che, dì statistiche, di metodi di coltivazione, di cose chimiche, ecc. Uno dei tipici discorsi del Fidel Castro agronomo, minuzioso e ap passionato, ma oscuro per chi come me non distingue una vanga da un badile. Lo spunto era stato dato a Castro da un'osservazione che gli era stata fatta: perché la stampa e la televisione cubana non danno maggior ri salto alle opere della Rivoluzione? Perché, aveva risposto Castro, noi non siamo dei poli ticanti elettoralistì, che hanno bisogno di met tersi in mostra ogni volta che tagliano il na stro d'un pollaio. E poi perché la Rivoluzione cubana di opere ne fa tante, che non ci sa rebbe modo di annunciarle tutte. Per esem pio, adesso, stiamo dando gratis i libri di te sto agli studenti d'ogni ordine e grado, dalle elementari all'Università e oltre... E qui cadde il discorso sul tema del copyright. Già altre due volte, precedentemente. Castro aveva par lato agli studenti di questa faccenda; ma mai formulando la questione dal punto di vista ideologico e con l'autorità del capo di gover no. A Guane invece, l'abolizione del diritto di proprietà intellettuale diventava una con quista e un diritto rivoluzionari; non si po teva parlare del resto diversamente a gente che per novanta giorni, senza smettere di stu diare e senza chiedere un soldo, aveva fati cato in una regione in cui di solito venivano mandati a lavorare solo i carcerati. Ma ho assistito, nei giorni successivi, an che alle reazioni degli intellettuali cubani, fran camente percossi e sgomenti di fronte ad una formulazione tanto categorica. Anche i più zelanti e lìgi non nascondevano un certo im barazzo; erano abituati, andando all'estero, a trovarsi da parte qualche dollaro o qualche rublo che gli veniva dalla vendita dei diritti di traduzione. Da questo momento, addio dol lari e addio viaggi, per molti. A parecchi anni di distanza, qualche intellettuale cubano pro vava, in piccolo, le stesse emozioni di Julio Lobo o deglio azionisti della Shell ai tempi delle grandi nazionalizzazioni. Ma, più sottili e curialeschi, gli intellettuali cercavano di sca polare, qualcuno dicendo che si trattava dì abolizione del copyright limitatamente ai libri tecnici: vana consolazione. Qualcuno anche si preoccupava dei riflessi interni: in che mo do uno scrittore, a Cuba, d'ora in avanti sa rebbe stato compensato del suo lavoro? E chi aveva diritto, specie tra gli esordienti, ad es sere considerato « produttore intellettuale ». ~c perché? Se non esisteva più il copyright, ci sarebbero state pensioni, premi? II discorso di Castro dava il sigillo, in effetti, ad una grande trasformazione in corso nelle strutture dell'industria culturale e tipografica del paese. Prima esistevano varie case editrici, benché quasi tutte statali: adesso sono state tutte uni ficate nell'Istituto del Libro, a cui fanno capo anche tutte le industrie grafiche e le cartiere. Alla testa dell'organizzazione è stato messo un gruppo di giovanotti, usciti dalla Scuola di Fi losofia (lo stesso gruppo di cui ha fatto parte fino a pochi mesi fa Régis Debray). La produ zione editoriale è completamente cambiata. Quasi totalmente aboliti ì libri politici; molto limitati ¡1 numero e le tirature dei libri lette rari (stampati ormai quasi solo in edizioni pa perback semieconomiche, dunque con molto minor vantaggio per l'autore); la maggior parte della produzione destinata ai libri scolastici, con particolare riguardo ai testi per le scuole tecniche superiori e le università. A tale scopo è stata fondala una nuova sigla editoriale (sem pre nell'ambito dell'Istituto): la E.R.. Editrice Rivoluzionaria, specializzata in ristampe ste reotipe di libri tecnico-scientifici in maggio ranza americani e spagnoli; qualcuno fran cese; nessuno italiano finora. Edizioni solide, lussuose, benfatte (tranne per le illustrazioni); in tutto simili alle originali, ma con so\ ri coperte spesso più moderne e di gusto. Prezzo: tra i 4 e i IO dollari, come un comune libro USA rilegato. Ma ne sono messe in vendita pubblica solo poche copie. L'edizione infatti ha una tiratura in genere di 1.500 esemplari, di cui 1.200 circa vengono regalati agli iscritti alle facoltà o agli Istituti, ai professori della materia, un centinaio di professionisti; due o trecento copie vengono messe in vendita in una decina dì librerie per tutta l'isola (una sola all'Avana, la libreria dell'Havana Milton); se qualche medico, tecnico, ingegnere chiede uno di questi testi al Ministero, lo ottiene gra tis. I tìtoli vengono scelti dallo stesso corpo insegnante, secondo le necessità dei corsi du rante l'anno scolastico; sono in genere libri di altissima qualità scientifica. Quasi tutti gli studenti delle scuole superiori conoscono, per obbligo, l'inglese; non c'è dunque bisogno di tradurre i libri. Si tratta di una politica nuo va rispetto al passato. In merito si possono distinguere tre periodi. Un primo periodo, corrispondente press'a poco al settarismo (lNt escalantismo », il predominio dell'appa rato dei « vecchi comunisti »), con un grande fiorire dell'editoria politica (ma anche di quel la letteraria); un secondo periodo, teso all'ag giornamento con la cultura europea, durante 11 quale erano stati operali massicci acquisti dì libri in Spagna, in Francia, anche in Italia, e, attraverso l'Inghilterra, perfino negli Stati Uniti (in questo periodo alcune case spagnole avevano letteralmente svuotato i magazzini delle loro rimanenze; ancora oggi è possibile trovare in libreriette della provincia cubana qualche copia dei romanzi di Giorgio Bassani o di Volponi nella traduzione spagnola). Ma questo secondo periodo viene ora considerato alla stregua di una « deviazione mercantili stica ». Il terzo, attuale, poteva porre serie dif ficoltà valutarie, risolte appunto rivoluzionar mente con la pura e semplice abolizione della proprietà privata intellettuale. In realtà, non si tratta poi di una rivolu zione tanto inaspettata. La stessa conferenza diplomatica, che si è riunita a Stoccolma il 12 giugno per rivedere la convenzione di Ber na, aveva per tema la riduzione, e in qualche caso la abolizione del diritto d'autore sulle opere di carattere scientifico cedute a paesi « in via di sviluppo », proposta che ha susci tato naturalmente la scandalizzata riprovazio

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