Transizione 1985
fluttuazione, alti tassi di interesse, abbandono della politica microe conomica e rifiuto di coordinare politiche di sviluppo del settore publico in senso controciclico. Grande è stata la sorpresa quando i dirigenti di due dei colossi industriali più grandi e affermati del Regno — l ’ ICI e la GEC — hanno denunciato qualche mese fa la politica industriale del governo, o la sua assenza, e si è sentito un nuovo grido di allarme poco dopo, proveniente da una commissione di indagine della Camera dei Lords (dove siedono fra l ’ altro non pochi ex-industriali), la quale ha previsto uno stato di collasso per l ’ intera economia se non si comincia ora una grandiosa opera di ricostruzione industriale in vista del giorno in cui svanirà l ’ ultimo goccio del petrolio del Mare del Nord. (È a questi livelli infatti che il dibattito sui meccanismi econo mici di fondo è più intenso, poiché la produzione industriale è scesa dell ’ 11% fra il 1974 e il 1984, al punto che il settore manifatturie ro rappresenta soltanto il 26,6% del P.N.L., — 32% circa in Italia — e per la prima volta dall ’ inizio della Rivoluzione industriale il paese di quelli che esporta meno prodotti industriali importa; 2,4 milioni sono stati i posti di lavoro persi nel decennio 1974-84 4 . In tanto il settore terziario fiorisce, ma ha sostituito solo la metà dei posti industriali persi. I vasti trasferimenti di risorse all ’ estero e dal settore pubblico a quello privato, insieme all ’ interminabile de flazione che pervade quasi ogni lato della vita nazionale, acuisco no il senso di dramma e di vasti ma incomprensibili mutamenti in atto). La grande stampa segue tutti questi sviluppi ora con preoccupa zione, ora con ansia, con una diffidenza crescente per le soluzioni totalizzanti. Mentre rimangono fervidi sostenitori della «dama di ferro» i giornali della stampa “ gialla ” , volgari e bellicosi, solo il «Times» e il «Daily Telegraph» fra i giornali di “ qualità ” si allineano quasi automaticamente con la linea del governo. Il «Fi- nancial Times» e l ’ «Economist» accusano già il governo di oppor tunismo pre-elettorale (quando le elezioni non si avranno prima della fine del ’ 87), e lamentano entrambi, in vari modi, la distanza fra le promesse e la realtà, le opportunità perse di questa grande maggioranza parlamentare 5 . Il partito conservatore stesso rumoreggia. Mentre la stragrande maggioranza di questo organismo politico gerarchico e subordinato ai suoi leaders rimane fedele alla linea, soprattutto dopo il con gresso di ottobre e la sostituzione della direzione, voci di dissen so non mancano, trovando il loro portavoce ultimamente nella 8
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