Transizione 1986
interessare le produzioni di massa. Con la saturazione dei mercati relativi a queste produzioni e con la diminuzione dei saggi di crescita, il sistema fordista è entrato in crisi. I settori che restano dinamici o che riescono ad adattarsi alle mutate circostanze sono quelli che hanno adottato un sistema flessibile in grado di produrre merci diverse e, con costi assai contenuti, di riconvertirsi per nuovi prodotti. Questo sistema è caratterizzato da impianti tecnologica mente flessibili e da forza di lavoro altamente qualificata. Esso è reso possibile dagli sviluppi rapidissimi dell ’ elettronica e, più in generale, dal più rapido tempo del progresso tecnico applicato al l ’ industria e alla sua diffusione. È, dunque, necessario che l ’ occupa zione relativa a queste produzioni sia ad un tempo assai qualificata e pronta ad accogliere modificazioni complesse negli strumenti e nei processi. Per Michael Piore, il rapporto di lavoro in questo ambito produttivo non può essere che di cooperazione e collabora zione con la direzione che programma e sceglie. La collaborazione è, però, concepibile ed attuabile solo in un rapporto in cui il lavorato re sia garantito, in cui percepisce la propria posizione come perma nente e non esposta alle oscillazioni congiunturali dell ’ economia e dell ’ impresa. Il paradosso è, dunque, spiegato. Piore non arresta il proprio ragionamento a questo punto del l ’ argomentazione. Egli lo spinge fino a capovolgere i nessi logici che lo compongono. La natura di questa inversione, a costo di una eccessiva semplificazione, è la seguente: se la crisi del sistema for dista comporta un sistema flessibile di produzione e questo un rapporto di lavoro collaborativo e perciò rigido, allora un sistema di relazioni industriali fondato su tali rapporti collaborativi e rigidi comporta, o stimola, un sistema di produzione flessibile e, dunque, opera per la risoluzione della crisi. Indubbiamente, è questo un capovolgimento logicamente debole. Le difficoltà del ragionamento di Michael Piore sono pronta mente affrontate nel commento di Michele Salvati. Se è vero che le produzioni flessibili richiedono o favoriscono rapporti di lavoro rigidi non è necessariamente vero il contrario. Per di più, una politica economica che miri a regolare o imporre rapporti di lavoro garantisti nella convinzione che ciò favorisca il passaggio verso modi di produzione flessibili può in realtà acutizzare la crisi e non risolverla: è assai difficile sostituirsi alle imprese nelle scelte che esse devono compiere. Un tale atteggiamento di politica economi- co-sociale potrebbe essere in contraddizione con la situazione attua le, in cui i vincoli relativi all ’ occupazione di una data forza di lavoro 15
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