Transizione 1986

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TRANSIZIONE

5-6/86 bimestrale L ’ ECONOMIA DEGLI STATI UNITI: RAGIONI E LIMITI DI UN SUCCESSO / Rudiger Dorn- busch, Macroeconomia e occupazione / Michael J. Piore, Contro la tesi sulla flessibilità del mercato del lavoro / Commentarli di Salvatore Biasco e Michele Salvati / Massimo Ricottilli, Investimenti e produtti vità negli Stati Uniti / Paolo Pettenati, Occupazione e inflazione nei paesi industriali / Michele Bruni e Franco B. Franciosi, Occupazione e disoccupazione negli Stati Uniti e in Italia / Gabriele Pastrello, Il «miracolo» dei servizi negli Stati Uniti / Repliche di Rudiger Dornbusch e Michael J. Piore

CAPPELLI

Spedizione in abbonamento postale Gr. IV

TRANSIZIONE bimestrale di cultura e politica, n. 5-6/86

Direzione'. Giuseppe Campos Venuti, Roberto Fieschi, Francesco Galgano, Walter Tega, Salvatore Veca. Consiglio scientifico'. Gian Mario Anseimi, Marzio Barbagli, Salva tore Biasco, Remo Bodei, Moris Bonacini, Piero Brezzi, Dino Buz- zetti, Omar Calabrese, Pier Luigi Cervellati, Renzo Cremante, Fausto Curi, Pier Paolo D ’ Attorre, Raffaele De Giorgi, Roberto Finzi, Marco Fontana, Mario Gattullo, Giuseppe Gavioli, Anna Maria Gentili, Giorgio Ghezzi, Ferruccio Giacanelli, Guido Gu glielmi, Tomas Maldonado, Ferruccio Masini, Lucio Montanaro, Marco Onado, Massimo Pavarini, Umberto Romagnoli, Lino Rossi, Alessandro Roveri, Carlo M. Santoro, Eugenio Somaini, Maurizio Vaudagna, Renato Zangheri.

Redazione'. Pino Agnetti, Maurizio Viroli. Segretaria di redazione'. Gilberta Franzoni.

Redazione: Via San Vitale 13 - 40125 Bologna, Tel. (051) 231377/275449 / Amministrazione: Nuova Casa Editrice L. Cappelli S.p.A., Via Marsili 9 - 40124 Bologna, Tel. (051) 330411 / Gli abbonamenti e le pubblicità vanno inviati a Cappelli Editore. Un fascicolo L. 8.000 - Estero L. 12.000 - Numeri arretrati prezzo doppio - Abbonamento annuale (6 fascicoli) L. 40.000 - Estero L. 60.000 - Versamento su ccp n. 11036407 intestato a Nuova Casa Editrice L. Cappelli, Via Marsili 9 - 40124 Bologna / Direttore responsabile: Gian Pietro Testa - Reg. Trib. di Bologna n. 5233 del 17-1-85 / Progetto grafico: Renata Giannelli / Tipografia: Babina / Concessionarie di pubblicità: Publimedia (Ravenna), Videopress (Mo dena), Publivenere (Reggio Emilia). Distribuzione PDE in tutta Italia. Proprietà letteraria riservata. Finito di stampare nel mese di maggio 1986 presso la Tipografia Babina di Bologna.

SOMMARIO

L ’ ECONOMIA DEGLI STATI UNITI: RAGIONI E LIMITI DI UN SUCCESSO Otello Ciavatti, Presentazione. Massimo Ricottilli, Introduzione. Rudiger Dornbusch, Nlacroeconomia e occupazione. Michael J. Piore, Una tesi contro la tesi sulla flessibi lità del mercato del lavoro. Salvatore Biasco, Commento al saggio di Dornbusch. Michele Salvati, Commento al saggio di Piore. Massimo Ricottilli, Investimenti e produttività negli Sta ti Uniti: una interpretazione. Paolo Pettenati: Occupazione e inflazione nei paesi in dustriali dopo la crisi petrolifera: strategie alternative a confronto. Michele Bruni e Franco B. Franciosi, Occupazione e di soccupazione negli Stati Uniti e in Italia: due modelli a confronto. Gabriele Pastrello, Il «miracolo» dei servizi negli USA. Un'analisi dei cicli di occupazione, 1960-85.

p. p.

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9 p. 19 p. 43 p. 71 p. 81 p. 89 p. 121

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p. 173 p. 191 p. 201

Rudiger Dornbusch, Replica. Michael J. Piore, Replica.

Hanno scritto sul n. 5-6 di Transizione'. Otello Ciavatti, Provincia di Bologna - Massimo Ricottilli, Università di Bologna - Rudiger Dornbusch, Massachusetts Institute of Technology - Michael J. Piore, Massachusetts Institute of Technology - Salvatore Biasco, Università di Roma - Michele Salvati, Università di Torino - Paolo Pettenati, Università di Ancona - Michele Bruni, Università di Bo logna - Franco B. Franciosi, Università di Roma - Gabriele Pastel lo, Università di Modena.

PRESENTAZIONE

I saggi pubblicati in questo fascicolo di «Transizione» sono stati presentati in occasione del convegno organizzato dall ’ istituto Gramsci dell ’ Emilia-Romagna il 28-29 novembre 1985 sul tema «Occupazione negli Stati Uniti: ragioni e limiti di uno sviluppo». Non solo il «fascino» della potenza comunicativa attraverso cui gli USA sanno presentare i messaggi della potenza economica ci ha spinti ad affrontare un argomento di quella portata, ma l ’ esigenza diffusa nella comunità locale e nazionale di indagare, senza pre giudizi, un mondo che oltre l ’ orizzonte dell ’ immagine e del rea- ganismo, costituisce una sorta di paradigma delle possibilità di sviluppo e progresso tecnico. Rigidità o flessibilità della forza lavoro, rapporto tra piccola e grande impresa, tattiche di sopravvivenza a breve e strategie di lungo periodo, protezionismo, tassi di cambio e di interesse, pro gresso tecnico e trend dei vari settori economici, produttività o conseguenze sull ’ occupazione, supply-side o keynesismo, lotta al l ’ inflazione o politiche espansive: questi alcuni dei temi che segnano il filo conduttore di una discussione non esclusivamente accademica, non esclusivamente politico-divulgativa. II seminario, strutturato per relazioni e commenti, preparato da lavori originali che gli studiosi americani Rudiger Dornbusch e Michael Piore del MIT hanno predisposto per l ’ istituto e da com menti mirati di Michele Salvati e Salvatore Biasco, si è rivelato quindi di una certa importanza, in quanto docenti di numerose università, esperti di associazioni economiche e statali si sono im pegnati a comprendere razionalità e irrazionalità dell ’ economia. Per ragionare sugli Stati Uniti di questi ultimi anni, era naturale rivol gersi a studiosi che oltre a conoscere le ragioni o i limiti del recente 5

sviluppo americano, dopo la crisi dei primi anni ’ 80, avessero già relazioni con la situazione europea, e conoscessero anche gli elemen ti fondamentali della vicenda italiana. L ’ Istituto Gramsci dell ’ Emilia-Romagna si è rivelato la sede giusta in quanto da tempo dedica grande attenzione ai temi econo mici e dell ’ occupazione, attraverso seminari, dibattiti, ricerche. Del resto l ’ Italia e specie l ’ Emilia-Romagna è luogo di stimoli in questo senso, per il particolare rapporto costituitosi tra stato ed economia, per la complessità delle relazioni sindacali, per le sperimentazioni di democrazia economica, per i sistemi relazionali che denotano la comunità locale e determinano le condizioni dello sviluppo. L ’ Emi lia-Romagna è formazione sociale ed economica con una forte voca zione innovativa nella piccola e media impresa: oggi trova ostacoli non tanto nella dimensione di impresa , quanto nei limiti di un ambiente scientifico-tecnologico frammentato, nelle carenze di poli tica industriale e innovativa nazionale, nella carenza di strutture finanziarie flessibili. I temi dell ’ innovazione e della nuova impren ditoria, di grande attualità in Emilia-Romagna, cercano di fare i conti anche con le contraddizioni di una società matura che non può più appagarsi dei successi passati. I problemi crediamo siano abbastanza generali per poterli af frontare da questo osservatorio senza condizionamenti localistici: rapporto tra Stato e mercato, fra investimenti e occupazione, con trollo dell ’ inflazione, rigidità-flessibilità della forza lavoro, deregu lation o programmazione, politiche fiscali e monetarie, debito pub blico. Quale teoria, quali autori, quali esperienze prendere in esa me? Sappiamo che non esistono risposte certe. Eppure l ’ America viene proposta, entro questo dibattito, a volte come l ’ esempio di applicazione di una cattiva teoria da non imitare, a volte come luogo di un nuovo new deal che in pochi anni ha saputo rigenerare una società segnata dal Vietnam e dalla crisi, creando occupazione e innovazione, abbattendo l ’ inflazione, rafforzandosi nei mercati internazionali, e insieme conservando tuttavia un elevatissimo defi cit della finanza pubblica, o creando nuove aree di povertà. La vecchia Europa stenta a conservare ciò che ha, produce meno reddi to, determina investimenti insufficienti a creare occupazione, regi stra squilibri tra stato e stato, ritardi nelle politiche innovative. Questi i problemi da cui siamo partiti nel pensare al zoorkshop. II tema dell ’ occz//wzo«é? è apparso cruciale, paradigmatica capacità di un sistema socio-economico di essere moderno e socialmente attivo. Abbiamo cercato di discutere con il massimo di libertà, 6

senza pregiudizi, con la disponibilità a capire le tendenze reali della imprevedibile situazione che stiamo vivendo. Come proseguire questa esperienza? Un ’ ipotesi è quella di rendere stabile l ’ appuntamento di fine novembre costituendo un forum di studiosi sui temi economici più rilevanti, a partire dal giacimento culturale rintracciabile nelle Uni versità dell ’ Emilia Romagna (Bologna, Modena, Parma e Ferrara) sviluppando le relazioni con altre università nazionali e internazio nali. È una scommessa che ci piace fare anche perché dopo anni di crisi della scienza economica, oggi più che mai è indispensabile rilanciare l ’ immagine e il grande potenziale di intervento nelle scel te delle comunità locali e dei governi avendo come riferimento la comunità degli uomini e i bisogni che questa esprime. Otello Ciavatti

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Politica internazionale, n. 1, 1986

Editoriale Terrorismo e legalità internazionale Primo piano/L ’ Italia nel mediterraneo

Presentazione / Enzo Enriques Agnoletti, La difficile costruzione di una politica coerente / Antonio Armellini, Equilibrio globale e fattori locali / Domenico Sassòli, L'impegno europeo per circo scrivere le tensioni / Bijan Zarmandili, Cronaca di una crisi rientra ta / Giuliana Sgrena, Le iniziative del governo Craxi / Pier Giovani Donini, GZz interessi economici: una concentrazione perico losa? / Attualità del messaggio di La Pira nelle lettere ai «grandi» del Medio Oriente / Egidio Ortona, La crisi di Suez del 1956 vista all'ambasciata italiana a Wàshington / Documenti, Il fatico so accordo tra le forze politiche Quadrante Fabio Tana, Piccoli passi fra Urss e Israele / Siegfried Schultz, L'ombra del neo-protezionismo sul commercio mondiale / Kamal Argheyd e Farhad Simyar, Quando l'Opec faceva paura all'Occiden te / Anton Bebler, La lenta evoluzione dell'Europa orientale. Studi e ricerche Enrico Augelli, Il «dialogo sulle politiche» nella concezione degli Stati Uniti. Rubriche

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INTRODUZIONE

Massimo Ricottilli

L ’ inizio degli anni ’ 80 è stato segnato dalla più grave recessione internazionale dalla fine del secondo conflitto mondiale. Essa si è manifestata con caratteristiche raramente sperimentate nella recente storia economica: saggi di disoccupazione oltre il 10%, tassi negati vi di crescita della domanda aggregata e del reddito, una durata di poco inferiore ai tre anni. A questi aspetti, per così dire classici, è necessario aggiungere il concomitante aumento generale dei prezzi in una combinazione assai deleteria di inflazione e depressione che ha scosso profondamente gli stessi sistemi politici. La seconda metà del 1982 è il punto di svolta. Se la fase discendente del ciclo si è dispiegata omogeneamente su tutte le economie occidentali, la seguente fase ascendente si è manifestata con intensità nettamente diversa sui due lati dell ’ Atlantico. Di più, essa ha chiaramente posto in luce alcune caratteristiche del funzio namento dei sistemi americano ed europeo che già avevano attirato l ’ attenzione degli economisti. Negli Stati Uniti, la ripresa, assai rapida seppure iniziata da livelli molto bassi, ha posto in rilievo la maggiore capacità dell ’ economia di quel paese di creare posti di lavoro. Un aspetto cruciale del funzionamento dell ’ economia e non legato alla sola circostanza congiunturale poiché l ’ intera decade precedente aveva registrato un differenziale di occupazione creata misurabile in milioni di posti di lavoro. La veloce ripresa americana ed il perdurare della stagnazione in Europa ha reso questa caratteristica più evidente e ha sottolineato l ’ asprezza della crescente disoccupazione di milioni di giovani, e meno giovani, europei. Mentre intere generazioni hanno rischiato, e rischiano, l ’ emarginazione dalla parte più solida e protetta del mer cato del lavoro, le economie del vecchio e del nuovo continente sono state sottoposte ad un radicale e capillare processo di ristrut turazione reso possibile dal più rapido passo dell ’ innovazione e 9

della sua diffusione. Il contrasto è stato ed è marcato: accanto ad incrementi di produttività notevolissimi, al rapido innalzarsi della forza produttiva di ogni singolo lavoratore, è apparso un numero vasto e crescente di lavoratori senza lavoro. L ’ implicazione per il sistema delle relazioni industriali e per lo stesso «contratto sociale» che regge le democrazie, specialmente europee, è del tutto evidente. Interrogarsi sulle ragioni del relativo successo americano è, da questo punto di vista, un modo per approssimare una risposta al dramma europeo. Quale ne è, dunque, la chiave? Rudiger Dornbusch, nel primo dei saggi presentati, esamina il comportamento macro-economico degli Stati Uniti paragonandolo a quello dei paesi europei presi nel loro insieme. L ’ autore circoscrive le possibili ragioni del generale aumento della disoccupazione e del differenziale tra i due sistemi a tre punti fondamentali: (z) un eccesso di salario reale, (zz) un generale peggioramento dei costi del lavoro non strettamente salariali e (zzz) una carenza di domanda ag gregata. Il primo, generalmente associato a varie versioni della scuo la neo-classica, viene rapidamente e convincentemente scartato co me infondato teoricamente e come implausibile sul piano dell ’ evi denza empirica: i salari reali sono cresciuti, nel primo quinquennio degli anni ’ 80, assai meno della produttività. Il secondo è, invece, accettato come una delle cause principali del generale aumento del tasso di disoccupazione. Esso si riferisce alle complesse trasformazio ni nelle relazioni industriali avvenute nei paesi industrializzati dal dopoguerra in poi e che hanno reso il mercato del lavoro assai rigido e l ’ occupazione in una data struttura produttiva simile ad un investimento di medio se non di lungo periodo. Il rischio ed il relativo costo di un eccesso di occupazione rispetto al volume di produzione erano trascurabili quando l ’ economia cresceva, fino alla fine degli anni ’ 60, a saggi di crescita alti e stabili. Con la fine del «periodo d ’ oro» della crescita e con l ’ incedere delle recenti crisi internazionali la prospettiva è drasticamente cambiata. A saggi di crescita generalmente più bassi ed instabili si sono associate aspetta tive ad essi congrue. La conseguenza è stata che il rischio ed il costo atteso di un eccesso di occupazione sono notevolmente aumentati. La rigidità del mercato del lavoro è, dunque, vista come una causa importante dell ’ aumento del saggio di disoccupazione. Sul problema della rigidità di questo mercato, tuttavia, si soffermerà lungamente il saggio di Michael Piore, mentre un ’ analisi delle sue caratteristiche fondamentali sarà effettuata dal contributo di Michele Bruni e Franco B. Franciosi con uno studio comparato tra Italia e Stati 10

Uniti. La terza ragione, ossia la carenza di domanda effettiva, è quella che per Dornbusch più spiega la diversa esperienza dei due sistemi economici. In particolare, il diverso atteggiamento di politi ca economica, espansivo negli Stati Uniti, restrittivo in Europa (con qualche eccezione) ne è ritenuto il principale responsabile. Da questa constatazione, e dalla favorevole situazione interna zionale, segue immediatamente la soluzione del problema europeo. In una situazione di inflazione calante, di ridimensionamento del tasso di cambio del dollaro e degli stessi saggi di interesse america ni, l ’ autore ritiene improcrastinabile, e socialmente doveroso, il rilancio dell ’ attività economica con una vigorosa espansione della domanda. Il ritorno ad una seria politica di crescita è, per Dornbu sch, la condizione necessaria perché siano superabili le stesse rigidi tà strutturali del mercato del lavoro: solo offrendo sicure opportu nità di impiego si può chiedere di rinunciare, nei termini di un rigoroso scambio sociale, alla sicurezza giuridica del posto di lavoro. Nelle circostanze favorevoli indicate, insistere nel perseguire obiet tivi di riduzione dell ’ inflazione con politiche monetarie restrittive, può essere di grave nocumento al funzionamento dell ’ economia oltre che socialmente ingiusto. Valga l ’ esempio del «Belgio», garba ta metafora per indicare un paese a noi assai «vicino», che nella replica dell ’ autore viene esplicitamente accusato di eccesso di gra dualismo nell ’ abbandonare una politica di alti saggi di interesse. Il punto di vista di Dornbusch è, dunque, assai chiaro. Si tratta di ripristinare le regole del gioco — con al centro il mercato — per le quali occupare forza di lavoro non è più un investimento, vinco lato al medio-lungo periodo, ma una scelta governata dai prezzi relativi e dalle previsioni di domanda. Viene proposto, perciò, un programma di risanamento avente come obbiettivo la liberazione dei processi di contrattazione dagli orpelli frapposti da coalizioni di tutti i tipi, ivi inclusa quella derivante da sindacati eccessivamente potenti, e la severa riduzione di tutte le posizioni di rendita. Esso diventa socialmente accettabile se e solo se le autorità politiche, e politico-economiche, si impegnano a favorire un processo di crescita tale da condurre verso la piena occupazione. Salvatore Biasco condivide la critica di Rudiger Dornbusch ri volta alle concezioni neo-classiche, ma accoglie solo parzialmente la spiegazione del differenziale tra Stati Uniti ed Europa. Egli offre, invece, una spiegazione che, seppure esposta in modo molto succin to, è analiticamente ricca e complessa. Essa è costruita sull ’ osserva zione del funzionamento dinamico delle varie economie componenti 11

il sistema internazionale piuttosto che da un ’ analisi di statica com parata. Il contrasto strutturale in cui è posta questa analisi è determi nato, (z) da una profonda rivoluzione tecnologica che ha notevol mente abbassato il prezzo relativo delle macchine, (zz) dalla sostitu zione dinamica degli inputs, (iii) dalla minore importanza delle economie di scala e (iv) dall ’ occupazione come fattore fisso del processo produttivo. Dato questo contesto, i rapporti economici internazionali, in particolare il movimento dei saggi di cambio tra le monete, assumono un ’ importanza cruciale. Per capire come essi svolgano un ruolo così rilevante nel determinare la struttura attua le, è necessario volgere l ’ attenzione al momento in cui viene abban donato il sistema dei cambi fissi: gli anni ’ 70. In questa fase il mondo economico è quanto meno un mondo dualistico. Nelle eco nomie e nei settori dove la produttività cresce più rapidamente dei salari reali si determinano tendenze rivalutative che vengono esa sperate dal movimento dei capitali orientati dalle aspettative. Il risultato è, dunque, la rivalutazione ed un sistema di costi, in primo luogo un salario reale, alti rispetto al sistema dei prezzi internazio nali. Ciò è motivo ed impulso sia di ristrutturazione e decadimento dei settori in cui la produttività cresce meno sia, e ciò è assai importante, di una ulteriore crescita della produttività. Ciò rafforza l ’ iniziale relazione tra crescita della produttività e dei salari di modo che le tendenze alla rivalutazione si manifestano nuovamente con conseguente spostamento dei capitali e nuova rivalutazione del saggio di cambio. Si tratta, dunque, di un processo cumulativo. La rivalutazione di alcune monete presuppone la svalutazione di altre. Queste appartengono ad economie in cui il differenziale di crescita tra produttività e salari è più debole o addirittura a favore dei secondi piuttosto che della prima. Si determinano, allora, tendenze svalutative amplificate dal movimento in uscita dei capitali e perciò un riequilibrio tra costi interni e prezzi esteri ottenuto provviso riamente per via della svalutazione. Si tratta di un processo cumula tivo inverso al precedente. È del tutto chiaro come, in tali processi, sia privo di senso parlare di economie dove i salari siano bassi o alti. La grandezza relativa di questi rispetto ai prezzi del mercato internazionale di pende dal punto esatto del processo cumulativo che viene osservato. Salvatore Biasco descrive un mondo assai instabile in cui i cambi ed i prezzi oscillano frequentemente, per di più in un generale contesto inflazionistico. Le conseguenze sono importantissime. I prezzi rela 12

tivi, osservabili in un momento dato, non sono più parametri affi dabili: contano assai di più le aspettative, necessariamente di breve periodo, rivolte ad un futuro assai incerto. Le imprese non cono scono o hanno una percezione assai limitata della propria curva di domanda. Ne segue che è assai difficile distinguere le opportunità di profitto transitorie da quelle permanenti. Questo implica che, laddove aspettative di ristagno si siano consolidate, un aumento della domanda anche prolungato può non essere accolto come se gnale sufficiente ad espandere la produzione. In alternativa, le imprese cercheranno di sfruttare l ’ opportunità tramite aumenti dei prezzi; dove manchino o siano insufficienti i corrispondenti settori produttivi, l ’ aumento si tramuterà in maggiori importazioni. In questa situazione, aggravata dalla rigidità di cui discute Dornbusch, la prospettiva per gli investimenti e l ’ occupazione è pessima. La chiave analitica che Salvatore Biasco offre permette di in terpretare l ’ andamento di alcune economie europee durante l ’ arco degli anni ’ 70 e la loro successiva stagnazione. I processi dinamici in cui esse sono collocate, date le politiche economiche generalmen te restrittive, le costringe ad una prolungata stagnazione. Conviene notare che le politiche restrittive, rafforzando aspettative di rista gno, trasmettono la depressione dal breve al lungo periodo. La stessa ripresa americana, con un dollaro fortemente al rialzo, si trasmette in maniera debole alle economie europee per via della difficoltà di attribuire all ’ aumento della domanda di esportazioni una caratteristica di permanenza. Il pregio di questa analisi sta nell ’ avere fornito un quadro interpretativo che poggia sul funziona mento dinamico delle economie industrializzate visto prevalente mente in termini di rapporti economici internazionali. In ogni singo la economia ciò che conta non è tanto il rapporto tra costi e prezzi in un dato momento ma il processo dinamico in cui essa è coinvolta. Sul determinarsi di processi cumulativi della produttività e del pro gresso tecnico applicato all ’ industria si soffermerà il saggio di Massi mo Ricottilli. Sia nella relazione di Dornbusch che, in parte, nel commento di Biasco, la rigidità del mercato del lavoro, la percezione che i costi dell ’ occupazione siano un investimento di lungo periodo, occupano un posto rilevante nella struttura analitica delle rispettive argomen tazioni. Una parte considerevole della professione economica e dell ’ opinione pubblica ritiene che i pessimi risultati in termini di occupazione delle economie europee, se paragonate a quella ameri cana, siano ad esse imputabili. Il mercato del lavoro americano è, 13

dunque, così flessibile rispetto a quello europeo? Michael Piore entra nel vivo della polemica esaminando alcuni «fatti stilizzati» che caratterizzano il rapporto di lavoro nell ’ una e nell ’ altra parte dell ’ Atlantico. L ’ esame da lui svolto dei vari sistemi di regole, formali ed informali, lo conduce ad una affermazione interessante: i due sistemi, americano ed europeo, sono ambedue rigidi, seppure in modo diverso. Nel primo, la rigidità assume la forma di un metico loso e dettagliato ordinamento verticale delle funzioni, dalle più elevate di rango alle più basse, e del relativo compenso economico all ’ interno delle singole imprese. Il criterio ordinante è l ’ anzianità. Il livello di occupazione può variare per effetto di licenziamenti e sospensioni ma al costo di muovere l ’ intera struttura occupazionale lungo la scala gerarchica delle funzioni. Nel secondo, è il livello complessivo di occupazione che è mag giormente protetto, in misura diversa e in modi diversi a seconda dei paesi, piuttosto che la mobilità interna da posto a posto. Varia zioni sono effettuabili ma affrontando costi a volte elevati, dovuti a prepensionamenti, indennizzi, premi, etc. Quale sia il sistema mag giormente rigido, o flessibile, va giudicato in termini del costo relativo connesso con il raggiungimento del livello desiderato di occupazione. Sgombrando il campo da quello che sembra essere un equivoco fondato sulla scarsa informazione, per dirla benevolmente, Michael Piore procede verso il cuore della sua tesi partendo da una osserva zione empirica. Negli Stati Uniti, le imprese più dinamiche, più innovative e che applicano, di conseguenza, sistemi produttivi tec nologicamente flessibili, perseguono una politica garantista nei confronti dei propri dipendenti. Piuttosto che sfruttare possibili flessibilità, esse concedono quelle garanzie contrattuali concernenti la continuità e la sicurezza del posto di lavoro generalmente associa te con un mercato del lavoro rigido e protetto. Questo apparente paradosso viene spiegato ricorrendo ad una analisi sviluppata dall ’ autore e da vari altri economisti, dal francese CEPREMAP ad alcuni membri della scuola di Cambridge. Il punto fondamentale è la crisi del sistema «fordista» di produzione. In questo ambito analitico, esso è caratterizzato da impianti specia lizzati per la produzione di massa e da forza di lavoro relativa mente generica. Il funzionamento dei sistemi economici basati su questo principio produttivo è imperniato sulla relazione dinamica tra crescita della domanda e crescita della produttività con forti economie di scala e crescita dei redditi. La domanda, tuttavia, deve 14

interessare le produzioni di massa. Con la saturazione dei mercati relativi a queste produzioni e con la diminuzione dei saggi di crescita, il sistema fordista è entrato in crisi. I settori che restano dinamici o che riescono ad adattarsi alle mutate circostanze sono quelli che hanno adottato un sistema flessibile in grado di produrre merci diverse e, con costi assai contenuti, di riconvertirsi per nuovi prodotti. Questo sistema è caratterizzato da impianti tecnologica mente flessibili e da forza di lavoro altamente qualificata. Esso è reso possibile dagli sviluppi rapidissimi dell ’ elettronica e, più in generale, dal più rapido tempo del progresso tecnico applicato al l ’ industria e alla sua diffusione. È, dunque, necessario che l ’ occupa zione relativa a queste produzioni sia ad un tempo assai qualificata e pronta ad accogliere modificazioni complesse negli strumenti e nei processi. Per Michael Piore, il rapporto di lavoro in questo ambito produttivo non può essere che di cooperazione e collabora zione con la direzione che programma e sceglie. La collaborazione è, però, concepibile ed attuabile solo in un rapporto in cui il lavorato re sia garantito, in cui percepisce la propria posizione come perma nente e non esposta alle oscillazioni congiunturali dell ’ economia e dell ’ impresa. Il paradosso è, dunque, spiegato. Piore non arresta il proprio ragionamento a questo punto del l ’ argomentazione. Egli lo spinge fino a capovolgere i nessi logici che lo compongono. La natura di questa inversione, a costo di una eccessiva semplificazione, è la seguente: se la crisi del sistema for dista comporta un sistema flessibile di produzione e questo un rapporto di lavoro collaborativo e perciò rigido, allora un sistema di relazioni industriali fondato su tali rapporti collaborativi e rigidi comporta, o stimola, un sistema di produzione flessibile e, dunque, opera per la risoluzione della crisi. Indubbiamente, è questo un capovolgimento logicamente debole. Le difficoltà del ragionamento di Michael Piore sono pronta mente affrontate nel commento di Michele Salvati. Se è vero che le produzioni flessibili richiedono o favoriscono rapporti di lavoro rigidi non è necessariamente vero il contrario. Per di più, una politica economica che miri a regolare o imporre rapporti di lavoro garantisti nella convinzione che ciò favorisca il passaggio verso modi di produzione flessibili può in realtà acutizzare la crisi e non risolverla: è assai difficile sostituirsi alle imprese nelle scelte che esse devono compiere. Un tale atteggiamento di politica economi- co-sociale potrebbe essere in contraddizione con la situazione attua le, in cui i vincoli relativi all ’ occupazione di una data forza di lavoro 15

conducono ad aspettative di costi insensibili all ’ andamento della domanda. Michele Salvati descrive la situazione come uno stato di eccesso di «offerta di vincoli» laddove Piore ne sottolinea solo la «domanda». Vi è ancora un punto di grande importanza. Quanta parte dell ’ industria sarà investita, nel futuro più o meno prevedibile, da sistemi tecnologicamente flessibili? Se è certamente vero che i set tori in cui questi sono presenti sono cresciuti rapidamente, lo è pure che i settori dediti alle produzioni di massa rimarranno quantitati vamente importanti per molto tempo a venire. In realtà il futuro prevedibile è quello di economie e mercati del lavoro assai segmen tati. Sia il saggio di Paolo Pettenati che quello di Bruni e Franciosi insistono sulla maggiore elasticità dell ’ occupazione americana per un incremento dato dalla domanda aggregata. In particolare, questi due ultimi autori indicano che essa è ancora più elevata per l ’ occu pazione femminile e giovanile. I risultati esposti nei due saggi mostrano, perciò, che il più alto assorbimento di forza di lavoro non è dovuto solo alla maggiore crescita della economia in quest ’ ultimo frangente congiunturale ma a fattori strutturali dell ’ economia ame ricana in rapporto a quelle europee. Specialmente su queste ultime, utili indicazioni sono date dal saggio di Biasco. Un altro aspetto cruciale di questa disparità strutturale è sottolineato nel contributo di Massimo Ricottilli: la minore crescita della produttività negli Stati Uniti sia nel complesso dell ’ economia che nel settore manifat turiero. La spiegazione è fondata sulla diversa sensibilità degli in vestimenti — specialmente di quelli in macchinari ed impianti — al comportamento ciclico della domanda aggregata. Mentre negli Stati Uniti la domanda di investimento assume un profilo accelerativo, nei due paesi europei considerati, Francia e Germania Federale, un numero considerevole di indizi indica che essa è alimentata o è stata alimentata per una parte rilevante da un processo cumulativo stimo lato dalle innovazioni tecnologiche. Essa è perciò parzialmente indi pendente dalle oscillazioni della domanda aggregata. Lo stato delle conoscenze attuali è lontano dall ’ essere conclusi vo rispetto al complesso fenomeno del diverso comportamento delle economie americane ed europee. Nella spiegazione si sovrappongo no aspetti congiunturali e strutturali. Una parte decisiva di questa è, tuttavia, nel diverso modo di essere delle rispettive società civili e politiche. Il seminario dell ’ istituto Gramsci ha contribuito, quan to meno, a mantenere vivo il problema. 16

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MACROECONOMIA E OCCUPAZIONE

Rudiger Dornbusch

L ’ inflazione è stato il tema centrale degli anni ’ 70 e la lotta contro questo male è stata la «grande campagna» di quel periodo. Per quanto gli economisti non siano stati in grado di individuare i costi catastrofici dell ’ inflazione, i politici, senza dubbio, hanno po tuto farlo Oggi è la disoccupazione il grande tema del giorno, ma, anche se i costi ad essa connessi sono enormi ed evidenti, essa non viene al momento combattuta con molta decisione; pertanto, si può prevedere che rimarrà elevata, e forse, aumenterà ulteriormente. L ’ OCSE nel suo Prospettive per l ’ occupazione del 1985 a pa gina 5 affermava: «Le prospettive del mercato del lavoro per la fine del 1986 non appaiono molto incoraggianti per l ’ area della OCSE nel suo complesso. La ripresa della crescita della produzione che si è avuta per oltre due anni sembra rimarrà invariata, seppure ad un ritmo più modesto... La crescita del PNL europeo dovrebbe mantenersi su livelli modesti, con un tasso annuale appena al di sopra del 2%... la disoccupazione in Europa sembra destinata ad aumentare ulteriormente, tranne che in alcuni paesi minori. Il tasso di disoccupazione in Europa potrebbe toccare il nuovo record post-bellico, con oltre l ’ ll% (19,5 milioni di persone) nella secon da metà del 1986». La Commissione della CEE presenta nel suo Rapporto annuale un approccio estremamente eterodosso, imperniato sulla necessità in questa fase di un ’ espansione economica della Germania, al fine di porre termine alla stagnazione imperante: «In effetti, tutte le previsioni a medio e lungo termine relative alla crescita e all ’ occu pazione concordano che, sulla base delle attuali politiche e degli atteggiamenti comunemente condivisi, non vi sono a medio termine prospettive di poter far superare al tasso di crescita della Comunità il livello del 2,5%. Non sarebbe pertanto possibile un calo signifi cativo della disoccupazione in questo decennio». Mentre in passato 19

Fig. 1 - L ’ occupazione globale nell ’ economia (Indice 1979: 1 = 100).

le raccomandazioni sulla politica economica si concentravano esclu sivamente sul taglio dei salari reali e gli interventi sul mercato del lavoro, oggi viene proposto da più parti un approccio «a due ma ni»: la continuazione degli interventi volti a ridurre il costo del lavoro (in termini salariali e non) da un lato, e l ’ espansione della domanda globale resa possibile da una politica monetaria «accomo dante» e da un ’ espansione fiscale 2 dall ’ altro. Le analisi e le raccomandazioni relative alla politica anticiclica mostrano in effetti che le politiche macroeconomiche adottate in Europa negli ultimi cinque anni hanno praticamente registrato un fallimento totale sul fronte della crescita e dell ’ occupazione avendo attribuito un ’ importanza prioritaria alla lotta all ’ inflazione e ai tagli di bilancio, nella convinzione che la stagnazione del mercato del lavoro avrebbe indotto i lavoratori a ridimensionare le proprie richieste salariali pur di conservare il posto di lavoro. Questo mec canismo, molto semplicemente, non ha funzionato e qualunque suc cesso venga ascritto a tale strategia in termini di inflazione e di bilancio, il fatto è che il settore produttivo dell ’ economia, che, in

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ultima analisi, è quello che ne paga le spese, sta vacillando. Questo saggio analizza l ’ influenza della macroeconomia sull ’ oc cupazione e cerca di far luce sui fattori determinanti dell ’ incremen to della disoccupazione, proponendo un ’ analisi comparata Euro- pa/USA al fine di valutare fino a che punto le differenze registra te nelle due aree siano attribuibili alla politica macroeconomica. 1. Il confronto Europa/USA Partiamo da un nuovo esame dei fatti. La figura 1 mostra l ’ evo luzione dell ’ occupazione globale in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi anni: dal 1976, l ’ occupazione in Europa è rimasta staziona ria o ha registrato addirittura una flessione, mentre negli Stati Uniti è aumentata. Senza dubbio, il periodo di stasi 1979-1982 ha causato la stagnazione dell ’ occupazione, anche se, da allora, vi sono segni di una stabile ripresa della crescita. La tabella 1 indica i tassi di crescita dell ’ occupazione del settore non militare negli ultimi die ci anni e una ripartizione della crescita fra industria e servizi. Il punto interessante da notare è l ’ andamento divergente della cresci ta settoriale nelle due aree e, in particolare, il fatto che, pur regi strando una flessione dell ’ occupazione globale, l ’ Europa mostra una crescita nel settore dei servizi.

Tab. 1 - Tassi di crescita dell ’ occupazione (crescita annuale media percentuale).

USA Industria Servizi

Europa Industria Servìzi

Totale

Totale

1975-79 1980-84

3,5 1,1

3,5 2,1

0,4

1,9

-1,2 -2,8*

4,1

1,1*

-0,5

-1,7

* 1980-83. Fonte: OCSE, Employntent Outlook.

La figura 2 mostra l ’ andamento dell ’ occupazione negli USA e in Europa nell ’ industria manifatturiera. La recessione statunitense è chiaramente visibile nel periodo 1979-82, ma il fattore sorpren dente sta senza dubbio nell ’ andamento divergente delle due aree a partire dal 1983: l ’ espansione USA e la contrazione europea, cioè, nonostante le alte quotazioni del dollaro. Alla crescita dell ’ occupazione si contrappone l ’ andamento del tasso di disoccupazione. Mentre la disoccupazione in Europa si

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Fig. 2 - L ’ occupazione nel settore manifatturiero (Indice 1979: 1 = 100).

attestava intorno al 4% nel periodo 1969-79, essa raggiunse una media dell ’ 8,8% nel 1980-84, e si situa ora intorno all ’ 11%. Anche gli Stati Uniti hanno visto un deterioramento della situazione oc cupazionale, seppur in misura minore, con un tasso del 5,9% nel periodo 1969-79, poi salito all ’ 8,2% all ’ inizio degli anni ’ 80. Di recente, tuttavia, si è avuto un calo a poco più del 7%. Poiché il tasso «normale» di disoccupazione dovrebbe essere intorno al 6-7%, i livelli attuali sono solo di poco superiori agli obiettivi. Lo stesso non può dirsi dell ’ Europa. Il deterioramento dei tassi euro pei è riscontrabile anche nel forte aumento della disoccupazione giovanile che, dal 1980 al 1984, è passata in Germania e nel Regno Unito dal 3,9 al 10% mentre negli Stati Uniti è rimasta invariata. Pertanto, nonostante la crescita molto più cospicua della forza la voro, gli Stati Uniti sono riusciti meglio a contenere la disoccupa zione 3 . 2. Tre ipotesi In questo paragrafo analizzeremo le tre ipotesi di base che sono state avanzate per spiegare la scarsa performance europea. Le ipo 22

tesi spiegano l ’ aumento della disoccupazione alternativamente at traverso: a) i salari reali eccessivi; b) il deterioramento delle condi zioni contrattuali non salariali; c) la insufficiente domanda globale. Le analizzeremo a turno, sebbene si tratti come è ovvio di spiega zioni potenzialmente complementari dell ’ aumento della disoccupa zione. a) Disoccupazione classica'. I responsabili delle politiche eco nomiche dei vari paesi e le organizzazioni internazionali — CEE, OCSE e FMI — hanno ribadito l ’ importanza del salario reale come fattore prioritario nell ’ analisi dell ’ aumento della disoccupazione. Il supporto intellettuale ed empirico a tale tesi è fornito da un ’ ampia letteratura, e soprattutto dall ’ opera di Bruno e Sachs 4 . Il contesto in cui si inquadra tale interpretazione è quello di un ’ economia in cui le imprese, operanti in regime di concorrenza perfetta e di ritorni costanti di scala, assumono manodopera fino a che il prodotto marginale del fattore lavoro è uguale al product wage. Questo è misurato come il costo del lavoro deflazionato dal prezzo del prodotto. Il prodotto marginale del lavoro dipende dalla situazione generale di produttività, dal rapporto capitale-lavoro e dal prezzo reale delle materie prime che determina il rapporto fra materie prime usate in produzione e valore aggiunto. Dall ’ ugua glianza fra product wage e prodotto marginale possiamo ricavare la domanda globale di manodopera. La domanda di manodopera di penderà dal product wage, dal prezzo reale delle materie prime e dalla dotazione di capitale, secondo l ’ equazione: (1) Na = A(m/p,w/p)K dove m/p è il prezzo reale dei materiali w / p è il product wage K è la dotazione di capitale L ’ aumento del salario reale porterà a una riduzione della do manda di manodopera, allo stesso modo di un aumento del prezzo delle materie prime. L ’ aumento della dotazione di capitale, invece, fa crescere la domanda di manodopera. Il fascino di tale interpreta zione sta nel fatto che essa si presta direttamente ad una valutazio ne quantitativa delle cause della disoccupazione. Se il suddetto quadro viene accettato come illustrativo del mercato del lavoro,

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allora l ’ equazione (1) e le sue implicazioni si potranno impiegare econometricamente per valutare i motivi che stanno alla base del calo della domanda di manodopera. Questa struttura concettuale mette in luce quattro fattori come cause potenziali della disoccupazione: — il continuo aumento dei salari reali che supera quello della crescita della produttività del lavoro; — un aumento dei prezzi reali delle materie prime, soprattutto quello del petrolio, non controbilanciato da un taglio del product wage\ — una riduzione dello stock di capitale causata dall ’ obsole scenza economica del capitale in seguito allo shock energetico e rafforzata da un rallentamento di ritmo nell ’ accumulazione di capi tale; — un rallentamento della crescita della produttività. L ’ insufficiente flessibilità del salario rispetto a questi fattori di shock implica un ’ accumulazione dell ’ eccesso di salario reale e quin di un declino dell ’ occupazione. Non c ’ è dubbio che tale interpreta zione offra una pista importante per capire l ’ aumento della disoc cupazione degli anni ’ 70. Tuttavia, le questioni decisive rimangono insolute. In primo luogo, questa interpretazione riguarda tutto l ’ aumento della disoccupazione, la maggior parte o solo una por zione insignificante di esso? E, in secondo luogo, si riferisce all ’ in tero periodo 1970-85 o solo agli anni ’ 70 in particolare? Quello che ci interessa in modo prioritario è definire se l ’ aumento della disoccupazione nel periodo 1980-85 sia attribuibile anche ad un incremento dei costi reali del lavoro in rapporto al salario compati bile con la piena occupazione. La tabella 2 mostra i dati relativi a questo. È chiaro che, in entrambe le aree geografiche, la crescita della produttività del lavo ro (misurata in termini di crescita del PIL per persona occupata) ha superato l ’ aumento dei costi reali del lavoro con, approssimati vamente, lo stesso margine. Di conseguenza, non ha semplicemente senso sostenere che i costi reali del lavoro hanno continuato a superare la performance della produttività. E non è neppure plau sibile sostenere che il continuo aumento della disoccupazione riflet ta un graduale adeguamento agli eccessivi salari reali degli anni ’ 70. Se i fatti non corroborano indiscutibilmente una interpretazio ne dell ’ aumento della disoccupazione negli anni ’ 80 basata sul co sto del lavoro, senza dubbio anche la teoria contribuisce a sollevare

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Tab. 2 - Crescita della produttività e aumento dei costi reali del lavoro: 1979-84 (aumento annuale medio percentuale). Europa OCSE USA Costo reale del lavoro 1,0 0,2 Produttività del lavoro 1,9 0,8 Fonte: Employment Outlook, 1984 e 1985; Economie Outlook, luglio 1985. dubbi in proposito. Vi sono vari motivi per cui tale modello della domanda di manodopera è probabilmente inadeguato: il primo ri guarda l ’ assunzione di un modello di concorrenza perfetta. In un modello di imprese che prendono i prezzi per dati, osserveremmo che ogni impresa produce esattamente il quantitativo di merce desiderata: né più né meno. Non è questa, chiaramente, una descri zione convincente della maggioranza delle imprese, che preferireb bero, invece, vendere di più al livello dei prezzi correnti. Tale situazione è caratteristica della concorrenza imperfetta, in cui cia scuna impresa desidera che la propria curva di domanda si sposti permettendo di aumentare le vendite senza tagliare prezzi e profit ti. Ma se la concorrenza imperfetta rappresenta il modello più adeguato per le imprese sul mercato dei prodotti, allora la doman da di manodopera non è più esemplificata dall ’ equazione (1) di cui sopra. In regime di concorrenza imperfetta, la domanda di mano dopera dipende non solo dal salario reale e dalla dotazione di capitale, ma anche da una serie di variabili derivanti dalla domanda di output. Un esempio particolarmente illuminante al riguardo ci viene dall ’ analisi del modello di concorrenza imperfetta elaborato da Dixit e Stiglitz (1978). La singola impresa produce una deter minata gamma di prodotti e si trova di fronte a una curva di domanda inclinata negativamente. La quantità di merce richiesta dipende dal suo prezzo in rapporto al prezzo dell ’ industria. Si può dimostrare che, con rendimenti costanti, l ’ impresa caricherà un margine di profitto fisso sul costo di lavoro unitario. La domanda di manodopera da parte della singola impresa dipenderà allora dal suo prezzo e quindi dalla competitività in termini di costi. Suppo niamo ora che imprese nazionali ed estere si trovino in concorrenza sullo stesso mercato. Tutte le imprese nazionali hanno le stesse condizioni di costi, diverse da quelle delle imprese estere; pertanto, le vendite e l ’ occupazione nazionali saranno determinate non dal produci wage ma dai costi unitari del lavoro relativi, nazionali ed

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esteri, cioè w e w* che determinano i prezzi relativi e quindi le vendite relative. Il modello Dixit-Stiglitz non rappresenta l ’ unica formulazione possibile della concorrenza imperfetta. I modelli abbondano, dagli equilibri di Nash-Cournot al modello di concorrenza on thè circle. Ma, invariabilmente, la implicazione ricorrente è che le imprese fissino i prezzi invece che prenderli come dati, che l ’ interazione strategica fra le imprese è fondamentale e che ciascuna impresa è interessata alla posizione della curva della domanda che è determi nata da variabili aggregate. Tutto ciò significa che l ’ equazione (1) di cui sopra non è necessariamente una descrizione ragionevole del mercato del lavoro e, pertanto, le valutazioni empiriche dell ’ eccesso del salario reale derivanti da (1) non devono necessariamente im plicare una qualche analogia con i fatti, in quanto possono disco starsi da essi e in entrambe le direzioni. I limiti dell ’ approccio econometrico vengono rafforzati da altre due considerazioni. Una riguarda la misurazione del capitale che nell ’ equazione (1) viene considerato come omogeneo. Se gli effetti di una dotazione di capitale non omogeneo hanno importanza e l ’ obsolescenza economica derivante dalla crisi petrolifera rappresen ta un fattore critico, allora sorge chiaramente un diverso modello di domanda di manodopera. Il semplice adeguamento della serie di stock di capitale non è sufficiente. Una seconda obiezione riguarda le implicazioni empiriche del disequilibrio e della dinamica. Il rigi do modello neoclassico dell ’ equazione (1) non è dinamico e, per la sua stessa struttura, esclude la possibilità che le imprese non possa no vendere maggiori quantitativi di prodotto al prezzo corrente. Gli espedienti empirici necessari a far fronte a questa situazione, in mancanza di espliciti modelli di disequilibrio, sono totalmente in soddisfacenti. II risultato di questa discussione è quindi che il modello neo classico e le considerazioni derivanti dalla sua applicazione empirica non possano spiegare l ’ aumento della disoccupazione degli anni ’ 80 come il risultato di eccessivi salari reali. Il salario reale può essere troppo alto, ma le valutazioni empiriche finora disponibili non sono in grado di stabilirne le cause con sufficiente attendibilità. b) Costi non salariali del lavoro: la seconda ipotesi concerne i costi non salariali del lavoro. Essi vengono generalmente interpre tati come rigidità del mercato del lavoro che divengono sempre più onerose per le imprese e scoraggiano l ’ impiego di manodopera, se

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non la produzione nel suo insieme. Esempi specifici al riguardo sono gli alti costi connessi ad un eventuale licenziamento dei lavo ratori, la rigidità degli orari e delle norme di garanzia dell ’ impiego, una troppo rapida immissione nei ruoli, ecc. L ’ importanza di questi elementi può venire ragionevolmente interpretata come segue: negli anni ’ 50 e ’ 60, quando i livelli di crescita dell ’ occupazione erano molto più alti e costanti, le imprese potevano facilmente accettare le istanze relative alla immissione nei ruoli e alla sicurezza del posto di lavoro, poiché la crescita dell ’ oc cupazione, col passare del tempo, faceva sì che l ’ eccesso di assun zioni di un particolare mese o trimestre comportasse al massimo un errore valutabile in poche settimane, mesi o un anno. Inoltre, anche dal punto di vista del singolo lavoratore, il costo di un simile errore era limitato, dato che la vitalità del mercato del lavoro assicurava che chiunque si trovasse ad essere l ’ oggetto di una picco la ingiustizia da parte di una ditta, non restasse con le mani in mano, date le forti possibilità esistenti di trovare rapidamente un altro posto di lavoro in un ’ altra impresa. Ma il passaggio ad una situazione caratterizzata da una crescita ridotta o, peggio ancora, da livelli di occupazione totalmente stazionari, ha avuto implicazioni drammatiche. Ora, assumere un lavoratore di troppo comporta il rischio di fare un investimento quasi irreversibile. Inoltre, il dete rioramento del mercato del lavoro fa aumentare i costi di questi errori di assunzione che ricadono sui lavoratori, poiché le loro possibilità di trovare un posto adeguato in un ’ altra impresa sono davvero minime. Pertanto, essi tendono più a rimanere che ad andarsene. Le imprese che non vogliono assumersi rischi reagiscono a questa situazione richiudendosi in se stesse, assumendo meno ma nodopera per evitare di dover far fronte a condizioni negative della domanda in una situazione in cui sono costrette a mantenere co stante la loro forza lavoro. Più la domanda è variabile e più fre quenti sono le sue flessioni, minore sarà il livello della domanda di manodopera corrispondente a qualsiasi livello salariale 5 . L ’ idea alla base di questa interpretazione è molto affascinante poiché si disco sta decisamente dalla visione della manodopera come fattore varia bile, passando all ’ altro estremo per cui l ’ assunzione di un lavorato re implica un investimento a lungo termine. Ci sono pochi dubbi riguardo al fatto che, anche per salari dati, l ’ aumento del rischio porti ad un calo della domanda. È interessante notare che nessuna di queste considerazioni alquanto ovvie viene applicata alla deter 27

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