Transizione 1986
esso deve essere considerato seriamente. Se gli attuali livelli di disoccupazione permarranno per i prossimi dieci anni e oltre, ci sarà un ’ immensa trasformazione sociale che vi troverà in una situazione molto peggiore che negli Stati Uniti dove il normale tasso di disoc cupazione del 7% costituisce un enorme problema sociale che nes suno ormai considera più una questione macroeconomica e che viene definito come un «problema strutturale insolubile». Ben pre sto anche il tasso di disoccupazione europeo dell ’ 11% verrà consi derato un «problema strutturale insolubile», che non si combatte con mezzi macroeconomici. Ciò è tanto più vero se la scarsa redditi vità delle imprese implica una scarsa espansione della capacità pro duttiva. Una volta caduti in quella trappola, la disoccupazione diventa istituzionalizzata. Bisogna quindi ricercare delle politiche che stimo lino gli investimenti e la formazione di capitale per evitare questo cui de sac. Ebbene, se si accetta l'idea che il gradualismo non funziona più e c'è bisogno di nuove soluzioni più dinamiche, allora vi sono molte possibilità. Penso che non possiate evitare di comin ciare inflazionando i mercati. Questo sulla base della convinzione che qualsiasi programma efficace, per essere credibile, deve basarsi interamente sui settori produttivi dell ’ economia. Ciò significa che dovete far sì che le vostre imprese siano veramente redditizie. Dovete far sì che sia veramente un piacere produrre e dare lavoro alla gente: si deve facilitare l ’ assunzione di lavoratori. Per farlo, bisogna rimuovere tutti gli ostacoli ad un ’ occupazione facile e tem poranea. Ciò significa anche che i lavoratori dovranno rinunciare a molti dei privilegi che non sono più conciliabili con l ’ occupazione e che gran parte degli oneri sul lavoro dovranno scomparire. Si tratta di sacrifici molto duri da accettare per i lavoratori, sacrifici che verranno compiuti solo in cambio dell ’ assicurazione che non ci sarà disoccupazione di massa e che verrà perseguita una politica di prosperità. Ciò significa che i governi dovranno guardare al di là degli obbiettivi di stimolo su base annuale. Basta considerare la Germania: tutti gli anni a primavera i tedeschi annunciano che ci sarà un decollo rapido verso la crescita, decollo che poi in autunno non è ancora avvenuto. Ebbene, in un contesto del genere, nessuno desidera esporsi per investire ed assumere. Deve essere preso, per ciò, un impegno formale nei confronti di una politica di prosperità a lungo termine, così da poter avere quattro o cinque anni di crescita che giustifichino i sacrifici che si affrontano. Questo approccio sembra però praticamente inconciliabile con le posizioni fiscali ere 194
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