Transizione 1988

preso il via un processo che ambisce realizzare tanto radicali e profonde trasformazioni da riproporre inevitabilmente molte delle tematiche prepotentemente emerse ai tempi della tiepida primavera praghese del 1968. Un tema, questo, che non poteva certo mancare di essere affrontato proprio nel corso di un con vegno che si svolgeva cronologicamente appena qualche giorno dopo la XIX Conferenza del PCUS (28 giugno - 1° luglio 1988) e quando ancora grande era l'eco di una stampa e di un'opinione pubblica internazionale elettrizzate dall'avvenimento. Risulta, invero, difficile pensare alla perestrojka come ad una vicenda circoscrivibile alla sola realtà, per quanto grande, dell'U- nione Sovietica. Con il passare del tempo, anzi, il successo della politica gorbacèviana appare strettamente legato sia ai destini della democratizzazione in URSS, sia agli sviluppi di quelle forme di rinnovamento che potranno essere attuate in tutto il «campo so cialista» dell'Europa orientale. Al tempo stesso, tuttavia, il progetto riformatore sovietico ri schia di trovare proprio nei paesi alleati del «campo socialista» un «terreno minato» in grado di mettere in discussione la sua attua zione: sia, infatti, che in essi maturino spinte riformatrici, sia che si accentui l'ortodossia conservatrice, i processi che — per opposti motivi — possono qui innescarsi come riflesso della politica di Gorbacèv, da un lato appaiono capaci di provocare reazioni imprevedibili e incontrollabili, dall'altro si presenterebbero co munque come conseguenza della politica sovietica perseguita in Europa orientale, almeno a partire dalla sua «sovietizzazione for zata» nel biennio 1948-1949. Della contorta dimensione di queste problematiche è parso pienamente consapevole Evgenij A. Ambarzumov, membro del- l'Accademia delle Scienze dell'URSS e politologo presso l'istituto di Studi sui Sistemi Socialisti di Mosca, che è intervenuto nel corso del dibattito. Per un verso, infatti, il noto studioso sovietico, rompendo con una tradizione di «comportamenti diplomatici» tipici di molti suoi colleghi e di altre epoche (anche recenti) della storia sovietica, ha voluto esprimere francamente la propria opinione, secondo la quale l'URSS deve «respingere decisamente la ‘ dottrina Breznev ’ sulla sovranità limitata: le parole di Gorbacèv ne sono una netta contraddizione. L'invasione dell'agosto 1968 è priva di giustifica zione ideologica e politica: noi sovietici dobbiamo rivedere non 11

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