Transizione 1988
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TRANSIZIONE
I 10/88
bimestrale L ’ IMPULSO ALLE RIFORME IN URSS E I VIN- COLI DELLA STORIA / Introduzione di France sco Benvenuti / Robert V. Daniels, Il potere e l' intelligentsia / Michal Reiman, La «perestrojka» sovietica e la primavera di Praga del 1968 / Viktor Zaslavsky, I caratteri originali della società sovietica / Roberts W. Davies, La riforma economica sovietica: una prospettiva storica.
CAPPELLI
Spedizione in abbonamento postale Gr. IV
TRANSIZIONE bimestrale di cultura e politica, n. 10/88
Direzione: Giuseppe Campos Venuti, Roberto Fieschi, Francesco Galgano, Walter Tega, Salvatore Veca. Consiglio scientifico: Gian Mario Anseimi, Marzio Barbagli, Salva tore Biasco, Remo Bodei, Moris Bonacini, Piero Brezzi, Dino Buz- zetti, Omar Calabrese, Pier Luigi Cervellati, Renzo Cremante, Fausto Curi, Pier Paolo D ’ Attorre, Raffaele De Giorgi, Roberto Finzi, Marco Fontana, Mario Gattullo, Giuseppe Gavioli, Anna Maria Gentili, Giorgio Ghezzi, Ferruccio Giacanelli, Guido Gu glielmi, Tomas Maldonado, Ferruccio Masini, Lucio Montanaro, Marco Onado, Massimo Pavarini, Umberto Romagnoli, Lino Ros si, Alessandro Roveri, Carlo M. Santoro, Eugenio Somaini, Mauri zio Vaudagna, Renato Zangheri.
Redazione: Pino Agnetti, Maurizio Viroli. Segretaria di redazione: Gilberta Franzoni.
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SOMMARIO
L ’ IMPULSO ALLE RIFORME IN URSS E I VINCOLI DELLA STORIA
Introduzione di Francesco Benvenuti.
p. 5
p. 23
Robert V. Daniels, Il potere e Vintelligentsia.
p. 59
Michal Reiman, La «perestrojka» sovietica e la prima vera di Praga del 1968. Note su temi attuali. Viktor Zaslavsky, I caratteri originali della società so vietica. (Intervista). Robert W. Davies, La riforma economica sovietica: una prospettiva storica.
p. 79
p. 95
Hanno scrìtto sul n. 10/88 di Transizione'. Francesco Benvenuti, Università di Bologna - Robert V. Daniels, University of Vermont - Michal Reiman, Freie Universitàt, Berlin - Viktor Zaslavsky, Uni versity of Toronto - Robert W. Davies, University of Birmingham.
INTRODUZIONE
di Francesco Benvenuti
L ’ intento di «Transizione» nella redazione di questo numero monografico non è quello di fornire un ’ ulteriore illustrazione delle finalità riformatrici dell ’ attuale gruppo dirigente del PCUS, né quello di affrontare direttamente il problema della resistenza alle riforme e delle loro eventuali conseguenze in URSS. La stampa d ’ informazione continua largamente ad assolvere a questi compiti anche nel nostro paese, seguendo dappresso l ’ intenso succedersi degli avvenimenti sovietici e provvedendo i lettori di un ampio e suggestivo arco di ipotesi per il futuro. Si cerca qui di dare, piuttosto, qualche lume su aspetti sui quali la stampa non specializ zata ha finora inclinato a soffermarsi di meno, quello della natura degli ostacoli al cambiamento politico e sociale in Unione Sovietica. In ciò non siamo stati mossi né da una pregiudiziale valutazione pessimistica dell ’ esito dell ’ attuale indirizzo riformatore né tanto meno da un intento liquidatorio del suo effettivo grado di consi stenza. Abbiamo ritenuto rilevante invitare alcuni eminenti studiosi dell ’ URSS ad esporre le caratteristiche dei vincoli storici che hanno finora determinato la conservazione di tratti essenziali del sistema economico e politico consolidatosi sotto Stalin. Dovrebbe risultarne un senso più maturo della portata degli obiettivi perseguiti dai riformatori sovietici. Al tempo stesso, speriamo di essere riusciti a dare alcuni contributi documentati alla riflessione in corso, non solo in Italia, attorno ai fini politici del comuniSmo contempora neo. Abbiamo raccolto le opinioni di uno scienziato politico, di uno storico, di uno scienziato sociale e di uno storico dell ’ economia. Una selezione dei temi è stata ritenuta opportuna. Si è escluso di poter prendere in esame anche la questione dei vincoli inerenti alle
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decisioni sovietiche nel campo della politica estera e della politica degli armamenti, quella dei rapporti tra l ’ URSS ed i paesi delle diverse aree del mondo e, infine, quella dell ’ adeguamento della dottrina politica ufficiale alle prospettive aperte dal «nuovo modo di pensare» gorbace viano. Oltre alla difficoltà di indurre un così largo numero di contributi ad adottare un medesimo criterio meto dologico (una difficoltà che non si è riusciti a superare del tutto neppure per il ristretto gruppo di scritti che pubblichiamo), si è valutato che il fascicolo monografico avrebbe rischiato di presen tarsi con una pretesa di completezza e di esaustività che la Reda zione della rivista non intendeva conferirgli. I quattro contributi che ci sono pervenuti si limitano all ’ esame di alcuni dei principali filoni della storia politica, economica e sociale dell ’ URSS e a tocca re gli analoghi problemi presentati dai paesi socialisti dell ’ Europa orientale. Va ascritto al valore degli studiosi che hanno accettato il nostro invito che, nonostante fatti di grande rilievo abbiano avuto luogo nella politica sovietica dopo la data alla quale abbiamo rivol to loro la nostra richiesta (maggio 1987), le analisi qui raccolte non sembrano aver perduto qualcosa della loro originaria congruità ai temi che affrontano. Robert V. Daniels, dell ’ Università del Vermont, ripercorre la storia dei rapporti tra la cultura e il potere politico nella Russia contemporanea e vede il ceto degli intellettuali come il tradizionale e principale portatore dell ’ aspirazione della nazione alla piena rea lizzazione dei valori di libertà propri della civiltà odierna, in parti colare di quelli contemplati dalla tendenza storica che l ’ autore designa con il termine di «socialismo democratico». Anche se per viene a conclusioni diverse, Daniels scrive in una vena analoga a quella nella quale uno dei maggiori storici dell ’ URSS, Isaac Deu- tscher, cercò a suo tempo di fissare il posto della Rivoluzione russa nella storia e la natura del suo esito finale. La condizione politica e sociale delle attività intellettuali è assunta come unità di misura della genuinità degli sforzi riformatori succedutisi dopo la morte di Stalin e della strada percorsa dall ’ URSS nell ’ attuazione degli ideali originari del Febbraio e dell ’ Ottobre 1917. Michal Reiman, della Freie Universitàt di Berlino, stabilisce le condizioni per un confronto su base storica dell ’ attuale orientamen to riformatore sovietico e l ’ esperienza più avanzata finora compiuta dal riformismo comunista in Europa orientale dopo il 1956, quella compiuta dal Partito comunista cecoslovacco nel 1968. L ’ autore delinea un ’ analisi essenziale delle componenti della cultura politica
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del comuniSmo al potere nel dopoguerra, nella convinzione che le sue caratteristiche originarie abbiano largamente predeterminato sia la portata che, soprattutto, i limiti delle esperienze riformatrici qui compiute. Viktor Zaslavsky, dell ’ Università di Toronto, tratta del model lo sociale del «socialismo reale» e delle sue implicazioni politiche, apparentemente ferree. Egli si avvale di una griglia di lettura stori camente fondata e metodologicamente compatta, che dà un apporto illuminante alla ricerca delle peculiari leggi di funzionamento della società uscita dall ’ Ottobre. Particolarmente pertinente all ’ analisi complessiva che emerge dalla presente raccolta è l ’ idea di Zaslavsky che tali leggi restino ancora largamente sconosciute, in primo luogo agli stessi governanti sovietici, idea condivisa anche dall ’ autore del contributo che pubblichiamo per ultimo. Robert W. Davies, dell ’ Università di Birmingham, ricostruisce la successione delle principali concezioni dell ’ economia socialista presso i comunisti sovietici e delle fasi di sviluppo del sistema economico formatosi in URSS. Le diversità e le incongruenze del giudizio ufficiale sulle caratteristiche delle forme economiche spe rimentate dall ’ URSS appaiono sconcertanti. Il loro esame critico restituisce all ’ osservatore contemporaneo sia il senso della natura essenzialmente empirica del processo di formazione del sistema economico sia quello della gamma di scelta, che può anche apparire scoraggiantemente ampia, che i riformatori si trovano attualmente dinanzi nel loro tentativo di delineare una società socialista diversa dal passato. Davies finisce con il sollevare interrogativi di grande rilievo non solo per gli esiti delle tendenze riformatrici in Europa orientale ma anche per la definizione dello stesso contenuto sociale ed economico dell ’ idea contemporanea di socialismo. L ’ azione politica intrapresa dagli attuali riformatori sovietici ed i loro pronunciamenti programmatici affrontano la questione di una «ristrutturazione» della società sovietica in termini più ampi e profondi di quanto sia stato fatto in tutto il periodo dopo il 1953, da quando il tema delle riforme è divenuto una delle principali questioni della politica interna sovietica. La prima peculiarità del l ’ impostazione oggi dominante sta nell ’ aver posto, per la prima volta nella storia dell ’ URSS, il problema dei mutamenti del sistema economico in un rapporto consapevole con quelli di una riforma politica, in grado di realizzare una democratizzazione sostanziale del partito e del sistema delle istituzioni. La seconda peculiarità concerne la concezione delle riforme
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economiche. I provvedimenti legislativi finora adottati e quelli annunciati prefigurano una tendenza largamente inedita verso una differenziazione delle forme della proprietà sociale, che fino ad oggi ha in pratica coinciso con la sola forma della proprietà statale. Sono stati posti i presupposti giuridici di un massiccio ampliamento della forma dell ’ autogestione e della proprietà cooperativa. Inoltre, ed an che questa rappresenta una notevole novità, sono state tolte alcune barriere giuridiche all ’ esercizio del commercio dei prodotti agricoli da parte delle famiglie dei kolchoz e all ’ esercizio privato delle attività professionali. Per il momento le implicazioni più rilevanti del nuovo pacchet to di iniziative riformatrici appaiono soprattutto nel campo dei metodi e dei criteri della direzione economica delle imprese statali, nel quale i dirigenti sovietici hanno accumulato una maggiore espe rienza storica. Una certa autonomia manageriale, il rafforzamento della categoria del profitto di impresa quale principale indice di successo dell ’ attività industriale, una differenziazione salariale più accentuata, secondo le responsabilità e la complessità del lavoro, la semplificazione degli indici centrali del piano economico, maggiori possibilità di autofinanziamento e di investimento autonomo per le imprese, sono i punti essenziali di questo secondo gruppo di misu re. Attorno al problema del loro coordinamento e della loro com patibilità con il principio della direzione economica pianificata i comunisti sovietici si affaticano fino dal 1921-23. In questo campo si può dire che la discussione sulle riforme economiche in URSS è vecchia quasi quanto la Rivoluzione e il primo tentativo di instau rare un ’ economia socialista, che ebbe luogo nel periodo del «comu niSmo di guerra» del 1918-20. Il problema è sempre stato quello di conseguire una maggiore efficienza del sistema economico nel suo insieme e, in particolare, dell ’ economia della singola impresa, obiettivi che la nazionalizzazione e la pianificazione non sembrava no di per sé garantire. Anche in questo più tradizionale campo di ricerca, tuttavia, gli attuali riformatori si apprestano a portare novità sensibili. È inizia ta un ’ azione intesa a sostituire alla distribuzione centralizzata degli impianti industriali una forma di mercato sul quale le imprese possano trovare le soluzioni tecnologiche e la quantità di attrezza ture più adeguate alle proprie scelte economiche. È prevista la generalizzazione della possibilità, per le imprese, di determinare autonomamente le dimensioni della manodopera. Infine, un nume ro considerevole di imprese lavora già oggi in condizioni di allen 8
tamento delle norme che stabiliscono il monopolio statale del commercio estero. Nel corso riformatore confluiscono motivi politici presenti da tempo nel comuniSmo internazionale. È naturale cogliere uno stret to rapporto tra l ’ impostazione data da Gorbacev alla questione della riforma del sistema politico e il principio dell ’ inscindibilità del socialismo e della democrazia affermata da alcuni decenni dal Partito comunista italiano. Per quanto concerne il modo di affron tare i problemi economici e sociali è altrettanto appropriato riman dare all ’ esperienza ungherese dopo la riforma del 1968 e ad alcune proposizioni programmatiche caratteristiche del comuniSmo jugo slavo. A differenza che per i casi della democratizzazione e della differenziazione delle forme della proprietà sociale, le misure ri formatrici intese al rafforzamento e all ’ introduzione di meccanismi economici automatici e di categorie di mercato nel quadro dell ’ in dustria e dell ’ economia statale pianificata non si sono mai scontrate in URSS contro una chiara pregiudiziale dottrinale. Tuttavia, l ’ in- coerenza dei tentativi compiuti in passato anche su questa scala più limitata sembra mostrare come le autorità politiche abbiano paven tato che proprio il loro eventuale successo potesse costituire il presupposto di un decisivo indebolimento dell ’ influenza della nor mativa amministrativa centrale sulle tendenze di sviluppo dell ’ eco nomia e della società. Il rafforzamento degli automatismi economi ci avrebbe potuto ridurre la discrezionalità e la libertà di manovra dei pianificatori centrali. Di qui il caratteristico andamento parabo lico degli esperimenti riformatori finora tentati. Essi furono gra dualmente abbandonati non appena i timori attorno alle loro con seguenze sociali e politiche raggiungevano una certa consistenza. Già negli anni dello stalinismo si verificarono fenomeni di rigetto di misure riformatrici promosse dalle stesse autorità centra li, non appena alcune delle loro implicazioni divenivano sensibili. È noto che non fu altri che Stalin a richiedere, con apparente vigore (nel 1931), la larga introduzione nell ’ economia pianificata del prin cipio del «calcolo economico», dell ’ analisi costi-ricavi, della «reddi tività» delle imprese, dell ’ integrità della funzione dei dirigenti d ’ impresa, della disciplina del lavoro e di un ’ adeguata differenzia zione salariale. Eppure tali principi furono abbandonati e comun que non perseguiti con la necessaria convinzione a partire dalle Grandi epurazioni del 1937-38. Il movimento stachanovista nacque nel 1935 come movimento efficientistico dal basso ma il partito
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riuscì rapidamente a trasformarlo in un movimento popolare essen zialmente antitecnocratico e in ogni caso alternativo ad una pro spettiva di riforma del sistema della pianificazione amministrativa. Nel dopoguerra le idee di Nikolaj Voznesenskij sull ’ esistenza di leggi proprie all ’ economia socialista e sull ’ opportunità che i pianifi catori si conformassero ad esse furono ben presto condannate come antisocialiste. Con ogni evidenza, gli stessi impulsi efficientistici staliniani finirono per cozzare contro altri elementi costitutivi dello stalinismo. La questione principale per le sorti del cambiamento in Unione Sovietica sta, probabilmente, proprio nel grado di compattezza e di coesione interna del sistema politico, sociale ed economico forma tosi e consolidatosi sotto Stalin. Si tratta di tre elementi principali. In primo luogo, quel sistema era caratterizzato da un potere politi co fortemente centralizzato e autoritario. Esso rappresentava il perno materiale e morale attorno al quale ruotava l ’ intera costru zione e che realizzava l ’ integrazione delle sue singole parti. Il sistema di potere dello stalinismo, fondato sul definitivo consoli damento del monopartitismo, sulla compenetrazione tra partito e Stato e sull ’ annichilimento della democrazia interna di partito, so stituita da una disciplina di tipo militare e dal «culto» della perso nalità carismatica, si formò nei primi anni della collettivizzazione e dell ’ industrializzazione (1929-32). Esso si presentava allora come un regime politico di emergenza, al quale la situazione cronica di penuria materiale e di crisi sociale e politica di quegli anni sembra va non consentire alternative immediate. Questo regime fu istitu zionalizzato e perpetuato a partire dalle Grandi epurazioni e, in parte, grazie ad esse. Il secondo elemento è rappresentato da una pianificazione am ministrativa tendenzialmente integrale. Nel corso di quasi tre de cenni, fino allo spirare degli anni ’ 60, esso si è rivelato uno stru mento di politica economica assai efficace per gettare le basi di una moderna economia industriale, realizzare obiettivi economici di volta in volta considerati di importanza strategica dalla direzione politica e dare alla politica estera il sostrato economico ritenuto adeguato. La crescita economica alla quale questo tipo di pianifica zione ha dato impulso era determinata dalla sua capacità di destina re alte quote del reddito nazionale agli investimenti e dalla possibi lità che essa consentiva ai pianificatori centrali di concentrare suc cessivamente gli sforzi dell ’ economia nei settori decisivi, per lunghi periodi di tempo o in base a valutazioni di carattere congiunturale.
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Il terzo elemento era in parte una conseguenza dell ’ assetto economico stabilito dalla pianificazione imperativa ma poteva van tare su di essa una sorta di primato storico. Si tratta di un egualita rismo spontaneo profondamente radicato nell ’ ambiente popolare russo. Esso continuò ad esprimere largamente le principali aspira zioni della società nata dalla rivoluzione d ’ Ottobre e trovò il modo di conciliarsi con la nuova cornice economica e sociale creata dal l ’ industrializzazione. Su questo egualitarismo di tipo premoderno si innestò una nozione radicalmente semplificata del concetto sociali sta e democratico di giustizia e di eguaglianza sociale. La scarsa considerazione che il funzionamento di quel tipo di economia dava al peso dell ’ efficienza nell ’ utilizzazione dei fattori della produzione, all ’ incentivazione del lavoro individuale e all ’ espansione del con sumo ha consentito che tale elemento continuasse ad informare di sé l ’ ethos della società sovietica fin quasi ai nostri giorni. I tre elementi si saldarono assieme già nel decennio prebellico ed anche in seguito si sono sorretti l ’ un l ’ altro. Il sistema economi co scoraggia l ’ emergere di esempi di lavoro individuale e collettivo altamente efficienti. Scoraggiando del pari un ’ efficace applicazione di politiche retributive incentivanti, esso perpetua sia un appiatti mento dei redditi su di una fascia relativamente ristretta che un ’ ef ficace segnalazione presso il centro delle realtà produttive più a- vanzate e capaci. Tale situazione indebolisce le tendenze all ’ artico lazione della società in gruppi aventi una chiara consapevolezza della natura dei propri interessi, della loro distinzione e del loro ruolo nel funzionamento dell ’ organismo sociale. Il potere politico ha potuto così mantenere la propria funzione di motore propulsore della società senza incontrare forti resistenze sociali e questo ha contribuito a conservarne i caratteri di arbitrio e di intolleranza. I rapporti politici e sociali formatisi nel corso dell ’ esperienza storica sovietica hanno dato vita ad un senso comune anch ’ esso tenace e, a suo modo coerente, un tempo largamente diffuso in tutto il movimento comunista internazionale ed oggi concentrato soprattutto nel paese che lo ha visto nascere. Si tratta del consenso che ancora riscuote l ’ idea di un potere centralizzato, intento ad una severa moralizzazione della burocrazia e degli strati dirigenti e al disciplinamento della cultura: un potere dispotico perché giusto nella sua politica sociale; antintellettualistico, perché innanzitutto garante di aspirazioni popolari elementari; diffidente verso l ’ ester no perché temprato alla scuola dei duri rapporti di forza tra i leviatani imperialistici. A questa idea si aggiunge quella che forme
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di distribuzione egualitaria siano comunque preferibili dal punto di vista socialista ad una più accentuata differenziazione retributiva su base professionale, temuta come il primo passo di un nuovo pro cesso di differenziazione sociale. Si tratta poi dell ’ idea che solo un inquadramento di tipo militare della popolazione possa garantire una sostanziale parità di diritti, rendere sopportabili condizioni di penuria materiale e inevitabili diseguaglianze funzionali nella di stribuzione del potere politico. Un tale tipo di inquadramento è inoltre ritenuto opportuno per opporre all ’ ostilità del mondo e- sterno una sufficiente compattezza morale interna. Vi è, infine, l ’ idea di un ordine e di una disciplina sociale fondati su di un ’ etica della rassegnazione e del sacrificio, che può trovare un fondamento nella dottrina marxista dell ’ accumulazione, nell ’ esperienza dell ’ in dustrializzazione e della guerra ed in altre sedimentazioni culturali della tradizione nazionale russa. Per lungo tempo la solidità dello stalinismo in patria ed il suo prestigio internazionale non sono stati incrinati dal rimprovero di quelli che erano, secondo ogni apparenza, i suoi difetti più vistosi: la lentezza con la quale esso assicurava il graduale innalzamento del livello di vita della popolazione e la drastica repressione della creatività culturale e del dissenso politico. Al contrario, alcuni eventi decisivi della storia mondiale contemporanea ne rafforzarono la capacità di presa all ’ interno e la capacità d ’ attrazione all ’ estero. Nel corso della guerra mondiale lo stalinismo compì la propria nazionalizzazione ed aggiunse al proprio arsenale la potente arma del patriottismo russo e sovietico. Tra la fine degli anni ’ 40 e l ’ inizio del decennio successivo, proprio quando più visibili diveni vano i segni di sclerosi del sistema di potere agli occhi degli stessi collaboratori di Stalin, la vittoria della Rivoluzione cinese, l ’ inizio di quella egiziana, la simpatia che l ’ esperienza sovietica cominciava a riscuotere presso i paesi del mondo coloniale di recente indipen denza, come l ’ india, sembrarono confermare non solo la vitalità di una dottrina ma anche delle forme politiche alle quali essa aveva dato luogo in Russia, come il monopartitismo e l ’ attuazione della modernizzazione economica attraverso metodi socialisti di mobilita zione popolare. Anche la rapidità ed efficacia con la quale i partiti comunisti dell ’ Europa orientale si dimostrarono capaci di guidare la ricostruzione nazionale ed economica in quei paesi contribuirono a conferire allo stalinismo il crisma di una validità non più solo nazionale ma universale. In questi anni lo stalinismo si dimostrò anche apparentemente capace di adattarsi alle nuove condizioni
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politiche del mondo. Stalin stesso incoraggiò, dopo il 1943, l ’ elabo razione di tattiche nazionali di avanzata verso il socialismo presso i partiti che avevano costituito il Komintern e in particolare quelli europei. Egli ebbe cura di lasciar intendere che alcuni aspetti del l ’ esperienza sovietica avrebbero potuto non essere adottati in altri paesi, come l ’ insurrezione armata e la collettivizzazione integrale. La svolta cominformista del 1947-49, tuttavia, dimostrò che a tale capacità d ’ adattamento c ’ era un limite e che lo stalinismo non avrebbe tollerato la tendenza verso genuine elaborazioni politiche originali nei vari partiti né, tantomeno, le tendenze in diverso grado revisionistiche che si sarebbero in seguito sviluppate nel movimento comunista internazionale. Il XX Congresso del PCUS portò a termine la liquidazione del fenomeno di ipertrofia repressi va caratteristico dello stalinismo, ne scosse violentemente le basi politiche, ma non riuscì ad avviare un processo di rinnovamento abbastanza profondo da disincagliare il paese dalle secche del pas sato. I cambiamenti portati da Chruscev al sistema di pianificazio ne e alle istituzioni politiche sopravvalutarono la portata che la semplice redistribuzione di competenze tra gli organi centrali e intermedi dello Stato e del partito avrebbero potuto avere per il miglioramento della performance produttiva del paese e per l ’ ade guamento del sistema politico alle esigenze della società poststali niana. Egli si trovò ad esitare tra direzioni diverse e perfino oppo ste, sia nella politica interna che in quella internazionale, dando alla propria attività una caratteristica impronta di impulsività ed improvvisazione. Le crisi polacca ed ungherese del 1956, la riaffermazione jugo slava dell ’ originalità dell ’ esperienza politica compiuta da questo paese, la resistenza dei comunisti cinesi al processo di distensione internazionale, dopo il 1959, segnarono una tappa cruciale nella dissoluzione della compattezza del movimento attorno all ’ URSS. In occasione della crisi cubana del 1962 e con la pubblicazione del togliattiano «Memoriale di Yalta», nel 1964, nuove affermazioni critiche del partito italiano andarono a rafforzare la tendenza in esso già esistente dal 1956 ad un distacco critico dall ’ esperienza storica dell ’ URSS. Nel 1964 la rimozione di Chruscev aprì la strada ad un gra duale ma inarrestabile movimento di reazione politica e dottrinale che trovò importanti caposaldi anche nella direzione dei partiti comunisti dell ’ Europa orientale. La tendenza alla diversificazione del movimento comunista internazionale e alla riforma del modello
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politico ed economico staliniano, da un lato, e quella alla riaffer mazione del primato dell ’ ideologia sui processi di cambiamento e di adeguamento, dall ’ altro, procedettero paralleli per alcuni anni ma finirono per entrare in rotta di collisione tra il maggio e l ’ agosto del 1968. Mentre la primavera praghese e gli appoggi politici più genuini che essa raccoglieva nel comuniSmo internazionale mostra vano la maturità storica e la volontà di rinnovamento di una parte di esso, l ’ invasione militare promossa dalla direzione sovietica in flisse un colpo severo anche a quel tanto di orientamento riforma tore che in URSS era sopravvissuto alla destituzione di Chruscev. L ’ impulso estremistico che nella seconda metà degli anni ’ 60 irra diava dalla Cina, da alcuni settori del marxismo del Terzo mondo e da buona parte delle forze che cominciavano a configurare la cosid detta «nuova sinistra» in Occidente, contribuirono a fornire al conservatorismo sovietico una copertura politica per continuare ad eludere il problema delle riforme interne. Gli inizi della riforma economica ungherese, nel 1968, incontrarono il sensibile disinte resse dell ’ opinione di sinistra occidentale. Il contributo dato in quegli anni dall ’ URSS alla causa del disarmo e alla vittoria antim perialistica in Vietnam (1973) oscurò l ’ acutezza delle tensioni che l ’ orientamento antiriformatore cominciava a produrre in URSS. Il composito fenomeno del dissenso fu in larga parte una diretta conseguenza dell ’ irrigidimento dottrinale e dell ’ immobilismo della politica interna brezneviana e, ancora una volta, probabilmente l ’ Occidente non ne comprese appieno le cause sociali, oltre che politiche e culturali. È così avvenuto che il sistema politico e sociale sovietico abbia continuato a riprodurre i tratti essenziali della sua matrice storica originaria. All ’ inizio degli anni ’ 70, l ’ abbandono del tentativo di riforma economica in URSS, legato al nome di Kosygin, incoraggiò per qualche tempo ancora influenti ambienti del pensiero economico ufficiale a limitare le proprie prospettive al miglioramento dei metodi di calcolo della pianificazione amministrativa. Alcuni vistosi mutamenti della tradizionale politica economica sovietica, nella se conda metà dell ’ amministrazione Breznev, contribuirono all ’ eleva mento degli standard di vita della popolazione ma non riuscirono ad assicurare la ripresa di una robusta espansione economica. È il caso della fine della preferenza accordata agli investimenti in cam po industriale, in particolare nell ’ industria di base, e il loro massic cio spostamento verso l ’ agricoltura.
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Secondo quanto il nuovo gruppo dirigente del PCUS è venuto affermando in questi ultimi tre anni, il modello economico e sociale dello stalinismo ha ormai definitivamente perduto la sua vitalità. Elementi naturali, sociali ed economici essenziali alla sua conserva zione sarebbero venuti meno negli ultimi due decenni, in conse guenza della stessa crescita della società e dell ’ economia sovietica. Il baricentro dello sviluppo è venuto spostandosi dai fattori esten sivi della crescita economica, caratteristici delle prime fasi dell ’ in dustrializzazione, verso quelli intensivi, basati sul risparmio di la voro e di materie prime. Il quadro sociale ed istituzionale tradizio nale non dà la garanzia che il passaggio si compia con la necessaria tempestività e profondità. Il rallentamento spontaneo dei ritmi di crescita dell ’ economia a partire dall ’ inizio degli anni ’ 70 ha finora costituito il principale argomento brandito dagli attuali riformatori per vincere le resistenze interne alla perestrojka economica e alla messa in cantiere di una perestrojka politica, per il momento più indefinita (essa dovrebbe essere delineata alla Conferenza del PCUS del giugno 1988). Nel corso degli ultimi decenni, inoltre, l ’ URSS è venuta perdendo alcune posizioni di avanguardia nello sviluppo mondiale della tecnologia, sia per il mutamento dei settori trainanti dell ’ economia mondiale, sia per la sua crescente incapacità ad assicurare un costante e uniforme ricambio tecnologico in tutte le branche della propria economia. Per quanto considerazioni di questa natura appaiano indubbia mente cruciali per il presente e per il futuro dell ’ URSS, sarebbe semplicistico limitare ad esse le ragioni della perestrojka. In primo luogo, ciò che ha soprattutto destato le preoccupazioni degli attuali riformatori non è solo, non è tanto la prospettiva di una crisi economica interna a breve o medio periodo quanto quella di un crescente distacco tra l ’ economia del paese e quella occidentale. Sarebbe facile verificare come, verso la fine degli anni ’ 70, si sia diffusa presso l ’ opinione pubblica occidentale, forse per la prima volta dopo il 1929, il senso che il sistema politico ed economico sovietico fosse da giudicare come un sistema arretrato prima ancora che alternativo o, comunque, strutturalmente diverso da quelli occidentali. La crescita tecnologica, economica e sociale che a parti re dalla metà degli anni ’ 70 ha dato nuova dinamicità al sistema occidentale ha indubbiamente potenziato tale effetto, ponendo in risalto l ’ insufficienza della risposta sovietica non tanto sul piano strettamente economico, ma su quello politico, culturale ed ideale. Del resto, un problema analogo veniva contemporaneamente avver 15
tito in termini acuti anche dalle forze più aperte e sensibili della sinistra europea, dalla socialdemocrazia tedesca e dal comuniSmo italiano, che iniziarono allora una riflessione che continua ancor oggi sulla congruità delle proprie affermazioni programmatiche tra dizionali alle nuove condizioni della lotta politica in Europa. Infine i dirigenti sovietici hanno cominciato ad insistere, ormai da alcuni mesi, sulla dimensione politica generale dell ’ operazione che stanno conducendo, sottolineandone l ’ aspetto «rivoluzionario» sotto alme no due punti di vista: perché intenta al mutamento di un sistema ossificato e perché ispirata da un rinnovato anelito al perseguimen to dei fini socialisti, paragonabile a quello che animò la rivoluzione del 1917. Si potrà, forse, discutere se sia appropriato l ’ uso che dell ’ agget tivo fanno gli attuali dirigenti. Qui ci limitiamo a segnalare un terzo elemento che pare, in ogni caso, escludere una spiegazione in chiave prevalentemente economica degli avvenimenti sovietici con temporanei. In essa non può non occupare ampio spazio anche il nuovo orientamento nel campo delle relazioni internazionali. Si tratta innanzitutto dell ’ idea del primato dell ’ obiettivo della pace su quello del socialismo stesso: oppure, se si vuole indicare la questione sotto l ’ altro suo aspetto, del riconoscimento dell ’ obiettivo della pace come presupposto e non come conseguenza dell ’ obiettivo socialista. Sembra, in effetti, che gli attuali dirigenti sovietici, e segnatamente il segretario generale del PCUS, abbiano inteso stabi lire tra la pace e il socialismo un rapporto analogo a quello che, in politica interna, hanno voluto porre tra democrazia e socialismo. Il nuovo concetto-guida posto oggi a fondamento dell ’ azione interna zionale dell ’ URSS è quello dell ’ interdipendenza della politica e dello sviluppo storico mondiale, che implica il riconoscimento di un grado di corresponsabilità dell ’ URSS negli sviluppi economici e politici del mondo non socialista e pone i presupposti di una presenza attiva e propositiva dei sovietici su problemi che essi hanno finora inclinato a trattare con intransigenti affermazioni di principio ma sostanzialmente chiamandosi fuori dal circolo degli Stati e delle forze politiche e sociali che avrebbero l ’ onere di occuparsene. In entrambi i casi, il nuovo orientamento sovietico in politica internazionale sembra preludere ad un marcato stacco da tradizionali e cruciali affermazioni del leninismo, quanto al rappor to tra guerra e socialismo e quanto allo stesso contenuto dello slogan della coesistenza pacifica. Esso si è finora manifestato so prattutto nella duttilità con la quale i negoziatori sovietici hanno
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affrontato le trattative con gli statunitensi sul problema delle armi nucleari a medio raggio ma vi sono segni che il nuovo orientamento possa esprimersi anche sulle questioni del sottosviluppo economico nel mondo e della composizione dei conflitti regionali. La lunga epoca di quello che potremmo, forse, chiamare il secessionismo sovietico sembra avviarsi al termine. La consapevolezza dell ’ opportunità di una riforma in senso efficientistico del sistema economico sovietico può essere conside rata una condizione necessaria ma non certo sufficiente a spiegare perché, nel campo della politica estera e dell ’ ideologia, il «nuovo modo di pensare» sia venuto prendendo l ’ indirizzo accentuatamen te revisionistico e distensivo del periodo appena trascorso. È possi bile stabilire un nesso tra la politica economica immobilistica della seconda metà degli anni ’ 70 e la contemporanea linea di politica estera, ispirata al primato dei fattori strategici e militari su quelli diplomatici, politici e ideali (ricordiamo la presenza dell ’ URSS nel Corno d ’ Africa; l ’ appoggio unilaterale al Vietnam nella guerra contro la Cambogia; l ’ occupazione dell ’ Afghanistan; gli sforzi di potenziamento della flotta militare e le sue ingombranti apparizioni in diverse parti del mondo). L ’ attuale gruppo dirigente sovietico sembra confermare l ’ esistenza di un nesso organico quando afferma che la distensione internazionale è necessaria al paese per concen trare un maggior volume di risorse sulle riforme interne, che altri menti sarebbero assorbite dalle spese militari. La politica estera sovietica del 1975-80 nasceva sulla base di un rifiuto dell ’ orienta mento chrusceviano in campo strategico, di un rilancio dell ’ unità del comuniSmo internazionale attorno all ’ URSS e della riafferma zione del valore della battaglia ideologica nel confronto tra socia lismo e capitalismo. Essa dette un contributo ulteriore alle difficol tà sociali in URSS ed a quelle nei suoi rapporti con il resto del mondo. Quella politica estera non può, in ogni caso, essere giudica ta un semplice riflesso di quella interna. Entrambe erano largamen te il frutto di un modo di concepire gli obiettivi nazionali e quelli socialisti dell ’ URSS nel mondo contemporaneo. Esiste la possibilità che il problema della valutazione dell ’ in fluenza della sua matrice originaria sull ’ URSS attuale assuma una forma riduttiva e, probabilmente, non priva di implicazioni fuor viami anche per l ’ agire politico dei nostri giorni, oltre che per il giudizio storico. Si tratta del problema dell ’ adeguatezza dello stali nismo alle questioni dinanzi alle quali l ’ Unione Sovietica e il mo vimento comunista internazionale si trovarono verso la fine degli
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anni ’ 20 e che essi cercarono di superare, da un lato, con la collettivizzazione e l ’ industrializzazione accelerata e, dall ’ altro, con la mobilitazione estremistica della Terza Internazionale. Il problema non può essere discusso senza una congrua presen tazione della situazione interna ed internazionale dell ’ URSS a quel l ’ epoca, senza la considerazione delle scelte alternative allora sul tappeto ed un esame della natura delle decisioni che spinsero infine all ’ adozione di quelle decisioni: tutti punti sui quali si è venuta fissando e approfondendo la ricerca e la discussione negli ultimi anni, e non solo tra gli storici di professione. Ora, il punto di vista al quale ha aderito l ’ attuale segretario generale del PCUS in occa sione del 70° dell ’ Ottobre si limita largamente a ricalcare quello espresso a suo tempo da Chruscev. Questi, a sua volta, continuò ad ispirarsi ad alcune celebri proposizioni staliniane del 1931 e del 1944-46: «Verso la fine degli anni Trenta, l ’ Unione Sovietica, per il volume della produzione industriale, passò al primo posto in Euro pa e al secondo posto nel mondo, diventando una grande potenza industriale... E guardando alla storia in modo realistico, tenendo conto di tutto l ’ insieme delle realtà interne ed internazionali, non si può non chiedersi: era possibile, in quelle condizioni, scegliere una via diversa da quella che fu proposta dal partito? Se vogliamo restare sulle posizioni dello storicismo, della verità della vita, la risposta non può essere che una sola: no, non era possibile. Nelle condizioni di un palese aumento del senso del pericolo di un ’ aggressione imperialistica, nel partito andò affermandosi la con vinzione che era necessario compiere nel più breve periodo storico possibile un balzo, anziché un passaggio, dall ’ incudine e dall ’ aratro all ’ industria sviluppata, altrimenti sarebbe stato inevitabile il falli mento di tutta la causa della rivoluzione». Tale giudizio parte dal duplice assunto che l ’ unica strada di inserimento dell ’ URSS nella civiltà industriale contemporanea fosse quella tracciata dal tipo di industrializzazione adottata nel decennio prebellico; e che quel tipo di industrializzazione, intesa a fare dell ’ URSS la prima o la seconda potenza industriale del mondo, era lo strumento più idoneo ad assicurare la difesa delle conquiste della rivoluzione d ’ Ottobre. L ’ opinione di chi scrive è che in entrambi i casi sia opportuno limitare il giudizio alla valutazione della forza dei fattori storici e politici che spinsero all ’ adozione di quella scelta. L ’ incompletezza e la debolezza delle alternative agli orien 18
tamenti rappresentati essenzialmente da Stalin aiutano, certo, a spiegare perché la storia successiva dell ’ URSS sia stata quella che è stata. Tuttavia, nel partito erano presenti anche linee diverse da quella che si affermò nel 1929, soprattutto nell ’ ambito della «de stra» del partito, ed anch ’ esse si basavano su dati di fatto e ten denze politiche ed economiche la cui consistenza è confermata da numerose e accurate ricostruzioni, sia di studiosi occidentali che sovietici. Il giudizio che ha trovato ospitalità anche nel discorso dell ’ at tuale segretario del PCUS rischia di costituire un elemento di contraddizione nell ’ elaborazione e nella realizzazione del «nuovo modo di pensare» e di contribuire a perpetuare l ’ ispirazione ideale e politica di un ’ epoca superata dalla maturazione politica del l ’ URSS. Naturalmente i giudizi di un uomo politico in campo storico non possono essere valutati, in primo luogo, sulla base del loro contenuto scientifico ma nel quadro dell ’ indirizzo complessivo che questi persegue. La riaffermazione in quei termini dell ’ espe rienza storica dell ’ industrializzazione ha probabilmente un fine di fensivo, di difesa dell ’ identità storica dei comunisti sovietici e dell ’ identità nazionale dei cittadini dell ’ URSS. È inoltre più che probabile che, con il progredire della perestrojka, la storiografia sovietica giunga ad avvicinarsi alla questione in modo più proble matico. Questa previsione è incoraggiata dall ’ intensità del ritmo e dal successo con i quali è venuta svolgendosi negli ultimi anni la vicenda della «riabilitazione» di Bucharin. Per il momento, tutta via, la riconferma ufficiale di quel giudizio consente di esporre alcune altre considerazioni pertinenti al tema che qui si cerca di introdurre. Non basta ricordare, da un lato, l ’ entusiasmo dei protagonisti dell ’ epopea dell ’ industrializzazione e della collettivizzazione e, dal l ’ altro, gli «eccessi» e gli errori che accompagnarono quelle imprese per dare il senso pieno dell ’ influenza di quell ’ epoca sulla storia successiva dell ’ URSS. Le conseguenze sociali e politiche dell ’ in dustrializzazione e della collettivizzazione costituirono il nucleo del «blocco storico» dello stalinismo, attorno al quale si addensò il suo sistema di potere. È difficile ritenere che i successi dell ’ industria lizzazione, che anche l ’ attuale generazione di politici sovietici ri vendica con orgoglio, sarebbero stati possibili senza il potenziale autoritario e repressivo sviluppato dallo stalinismo. Nel suo discorso celebrativo Gorbacev ha sottolineato in mo do, si può dire, esclusivo la dimensione essenzialmente nazionale,
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russa, della rivoluzione d ’ Ottobre. Si tratta di un sintomo molto significativo dell ’ emergere tra i dirigenti sovietici della consapevo lezza dei limiti storici dell ’ esperienza politica dell ’ URSS, suscettibi le di dar luogo, anche in questo paese, ad una riconsiderazione dell ’ intero tema del rapporto tra la politica interna del PCUS dopo il 1917 e la politica del movimento comunista, tra la sua effettiva natura sociale e nazionale e quella politica e internazionale. I con traccolpi sul sistema ideologico ufficiale di questa tendenza di pen siero possono rivelarsi massicci, favorendo l ’ adeguamento della dottrina e della coscienza politica dei comunisti sovietici alle reali condizioni nelle quali hanno avuto luogo la rivoluzione ed i suoi sviluppi. Non sarebbe altrettanto positivo, tuttavia, se il progressi vo diffondersi di tale consapevolezza contribuisse a respingere su di un piano secondario il problema della dimensione ideale delle scel te compiute sotto la direzione di Stalin e della struttura storica mente determinata dell ’ idealità socialista che allora quelle scelte sorresse. Anche la politica estera ed il peculiare internazionalismo dello stalinismo hanno costituito parti integranti di quel «blocco storico». La formazione di un modello economico e politico si accompagnò e fu in parte notevole legittimata da una certa perce zione della situazione internazionale nella quale aveva luogo il processo di costruzione del socialismo in URSS e confermò e svi luppò un ’ idealità socialista con particolari tratti storici. La linea sostanzialmente isolazionistica imboccata dall ’ URSS dopo il 1928 era, a suo modo, coerente con la scelta di collettiviz zare e di industrializzare con quei ritmi e stabiliva con essa, è stato osservato, una sorta di circolo vizioso. L ’ industrializzazione stali niana era legata ad una percezione della posizione dell ’ URSS nel mondo come fortezza assediata da forze egualmente ed irrimedia bilmente ostili e fu largamente giustificata con il pericolo di una qualche forma di combinazione aggressiva dall ’ esterno ai suoi dan ni. Un ’ analisi più adeguata e differenziata dei rapporti internazio nali e degli interessi degli Stati e delle forze sociali in campo avrebbe potuto consentire anche l ’ elaborazione di una diversa poli tica economica e sociale all ’ interno. In particolare, essa avrebbe potuto indurre l ’ URSS a ricercare garanzie alla propria sicurezza in una linea diplomatica più attiva e coraggiosa, intesa alla creazione di un vero sistema di sicurezza collettiva. L ’ URSS staliniana cercò, invece, meramente di scongiurare la possibilità di un coinvolgimen to in eventuali conflitti armati. Essa si limitò al proprio rafforza mento economico e militare (uno sforzo che ebbe un successo
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relativo) e al tentativo di rimanere fuori, per quanto possibile, da ogni tipo di coalizione di Stati rivali (che fallì, a causa dell ’ impre vista aggressione hitleriana). Una visione errata della natura del fascismo, che veniva considerato dalla maggioranza del movimento comunista dell ’ epoca come una forza tutt ’ altro che antagonistica alla democrazia e alla socialdemocrazia, rafforzò e legittimò l ’ isola zionismo sovietico ma indebolì la lotta antifascista, precludendo la strada ad una più ampia e solida politica delle alleanze sia sociali che diplomatiche. In tal modo si indebolì, alla lunga, la stessa possibilità dell ’ URSS di contribuire in modo efficace alla causa della pace e della prevenzione delle aggressioni fasciste. La politica estera di Stalin, essenzialmente preoccupata che non fosse l ’ URSS a «tirar via le castagne dal fuoco» per conto di altri, restava ancorata alla vecchia idea socialista e, in seguito, anche leniniana dell ’ irri mediabile acutezza delle contraddizioni interimperialistiche e dell ’ i- nevitabilità di una nuova guerra generale. Essa faceva blocco con l ’ altra, di origine più recente e di paternità largamente staliniana, secondo cui in ogni caso l ’ URSS avrebbe dovuto contare essenzial mente sulle sole proprie forze, dopo le delusioni recatele dal ritar do della rivoluzione europea. Di qui l ’ ibrido senso di autosufficien za, nutrito sia di elementi politici che di schietto patriottismo, che per un lungo periodo dopo il 1917 ha sostenuto la dottrina del «socialismo in un solo paese». Senza una ricostruzione piena, lucidamente critica, dei successi e delle tragedie dello stalinismo, dell ’ intreccio del motivo nazionale e di quello ideale e internazionalista, così strettamente legati in sieme dalla storia, sarà probabilmente più difficile all ’ URSS supe rare le forme di governo e di pensiero ereditate dal suo passato. Celebrando il 70° dell ’ Ottobre Gorbacev ha concluso che «ora noi abbiamo definitivamente superato i tentativi di fare i furbi con la storia, quando a volte si partiva non da ciò che c ’ era ma da quello che si preferiva immaginare». Il segretario del PCUS ha inteso così riproporre la lezione di realismo data da Lenin con la scelta della Nuova politica economica e della «coesistenza pacifica» nel 1921, dopo la caduta dello spirito eroico della Rivoluzione russa e delle speranze riposte nella rivolu zione europea. Tuttavia, come lo stesso Gorbacev poco dopo rico nosceva, questa cruda autocritica concerne anche le successive ana lisi della Terza Internazionale e dei comunisti russi quanto alle condizioni oggettive nelle quali essi si trovarono a muoversi dopo il 1921. L ’ esortazione a non «fare i furbi con la storia» può anche
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essere rivolta agli eredi attuali del movimento comunista interna zionale nel loro sforzo di ricostruire criticamente la propria storia. Proprio dalla prospettiva della perestrojka sovietica e dai suoi eventuali successi possono essere coerentemente tratti ulteriori mo tivi di un distacco pieno e maturo dalla loro tradizione politica.
Studi storici, n. 4, 1987
INDUSTRIA ELETTRICA E MOVIMENTI DI CAPITALE IN EUROPA Giorgio Mori, Premessa / Peter Hertner, Espansione multinazio nale e finanziamento internazionale dell'industria elettrotecnica te desca prima del 1914 / Luciano Segreto, Le nuove strategie delle società finanziarie svizzere per l'industria elettrica (1919-1939) / Pierre Lanthier, Imprenditori e « managers » stranieri nel processo di elettrificazione in Francia (1880-1940) / Alain Beltran, Il gruppo Empain l'elettrificazione della regione parigina (1900-1946) / Giovanni Bruno, Capitale straniero e industria elettrica nell'Italia meridionale (1895-1935) / Pinella Di Grego rio, Crisi e ristrutturazione dell'industria elettrica in Sicilia (1930-1935): l'intervento del capitale americano / Antonio Tena Junguito, Importazioni, livelli di protezione e produzione di mate riale elettrico in Spagna (1890-1935). OPINIONI E DIBATTITI Giorgio Vercellin, Ai margini delle false letture sulla crisi afghana: sovranità statuale o autodeterminazione dei popoli? RICERCHE Giuseppe Astuto, Lo Stato moderno in Europa: la variante russa. NOTE CRITICHE Giorgio Doria, Un modo esemplare di fare storia urbana.
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IL POTERE E ^INTELLIGENTSIA
Robert V. Daniel s
Quello attuale è per la Russia uno dei periodi di più straordi nario mutamento di tutta la sua storia. Ciò non significa certo che l ’ Unione sovietica stia per diventare una democrazia capitalista, come viene erroneamente ritenuto da molti osservatori occidentali: essa deve essere infatti presa in esame tenendo ben presente le sue caratteristiche, in una prospettiva storica. In quest ’ ottica, diventa così particolarmente significativo il fatto che i costumi politici maggiormente radicati nella storia del paese — «una filosofia fon data sull ’ imposizione di divieti e limitazioni, ed una vera e propria passione per le scomuniche» 1 — vengano oggi messi in discussione non da un movimento rivoluzionario, ma dai vertici del potere statale stesso. L ’ attuale dirigenza sovietica sta infatti cercando di rinnovare tutto il complesso dei rapporti tradizionali tra potere e classe intellettuale. Al momento attuale non è ancora possibile stabilire con certezza quanto profondi e duraturi potranno essere questi mutamenti, ma certo le riforme promesse da Gorbachev hanno le proprie radici in tendenze storiche di fondo — ivi compresa la elaborazione di una cultura politica alternativa e l ’ attuazione delle eredità ancora incompiute della Rivoluzione stessa. Gorbachev sem bra aver riconosciuto che la liberazione AAV intelligentsia dal giogo del potere statale è la chiave della riforma e del progresso della nazione, e che solo la presenza di una classe di intellettuali liberi può rendere « irreversibile » la « ristrutturazione ». Per più di due secoli, l ’ intelligentsia e lo stato russo hanno vissuto una scomoda esperienza di coabitazione: lo stato, infatti, pur temendo e reprimendo gli intellettuali, ha sempre avuto biso gno del loro sostegno. Come incarnazione della coscienza e del progresso nazionale, l ’ intelligentsia è infatti il simbolo di un im 23
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