Transizione 1988

soltanto le nostre posizioni sull'Afghanistan, ma anche quelle sul la Cecoslovacchia». Per un altro, ha fatto ricorso alla cautela, invitando i presenti a non dimenticare che i sovietici non vogliono «esportare la pere- strojka>>-, anche se «essa si collega con gli auspicabili sviluppi nei paesi dell'Est europeo, perché si fonda sulla denuncia della crisi generale del vecchio modello. È affare vostro disse allora Breznev al momento della nomina di Dubcek, e poi smentì se stesso con l'intervento armato. È affare loro, diciamo anche noi oggi. Sap piamo tuttavia che è anche affare nostro. Noi vogliamo una demo cratizzazione su larga scala, ma senza compromettere il processo in atto da noi, evitando cioè i rischi di destabilizzazione che porte rebbero ad una ripresa del conservatorismo, da noi oggi sulla di fensiva». Ambarzumov, insomma, ha insistito sul fatto che Mosca deve «rinunciare ad ogni interferenza nei confronti degli altri paesi socialisti, anche se questo può rallentare il processo di rinno vamento. La politica riformatrice deve essere intelligente, anche se questo può essere motivo di rammarico per molti partigiani della perestrojka». Evidente è in lui la preoccupazione di evitare «una scossa gene rale» in grado di risultare pericolosa; «e se è vero che Gorbacèv deve prendere le distanze da Breznev e dalle sue dottrine, po trebbe essere negativo qualsiasi tentativo, ad esempio, di imporre un cambiamento ai dirigenti di Praga». In un certo senso, a suo pa rere, «oggi ad essere in crisi sono i paesi riformatori, mentre gli altri sono in buone condizioni»; al tempo stesso, ha ribadito, «proprio perché non vogliamo seguire vecchi metodi, dobbiamo osservare una politica di non interferenza, a costo di rallentare la perestrojka in altri paesi». Tale impostazione non gli ha tuttavia impedito di soffermarsi sulla drammatica situazione che sta vivendo la Romania in questi anni Ottanta, in cui alla gravissima crisi economica si assomma un potere dispotico e una politica di sistematica distruzione del pas sato storico e artistico della nazione e delle minoranze etniche in nome di una «società futura» che mira ad annientare interi villaggi per concentrare la popolazione rurale in nuovi e anonimi insedia menti urbani. «E impossibile — ha voluto pertanto chiarire Ambar zumov — rimanere imperturbabili di fronte a fenomeni ripugnanti come quelli della collettivizzazione forzata in Romania, dova non solo vengono soffocate le minoranze etniche ungheresi (in Tran- 12

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