Transizione 1988
silvania n.d.r.), ma anche la democrazia». Lo studioso sovietico ha voluto quindi manifestare solidarietà con le vittime della politica dissennata di Ceausescu, specificando come in Romania domini da tempo ormai un clan familiare secondo logiche che «nem meno Stalin poteva permettersi». E tuttavia, ancora una volta, Ambarzumov ha ritenuto neces sario sottolineare come «dentro e fuori l ’ Unione Sovietica i rifor matori debbano seguire una politica coerente ma anche intelli gente, e badar bene a non provocare scosse catastrofiche per la stessa perestrojka, scosse che potrebbero avere per risultato una ricaduta nel conservatorismo». Certo, simile atteggiamento, improntato per lo più alla cautela, può risultare comprensibile se espresso da chi agisce all'interno del «campo socialista», se considerato nell'ottica dei rapporti matu rati in Europa orientale nel secondo dopoguerra e, quindi, se in serito nel complicato contesto delle relazioni fra URSS e paesi del Patto di Varsavia; ben diverso appare, invece, l'approccio che l'Occidente può manifestare nei confronti delle medesime proble matiche. Non a caso un'intera sezione del convegno è stata de dicata proprio al ruolo che la Sinistra può svolgere in Occidente, in relazione ai progetti riformatori avviati all'Est e al quadro com plessivo delle vicende che si stanno determinando nel «campo socialista». La discussione su questi aspetti, che si è rivelata stimo lante e ricca di suggestioni come forse da tempo non accadeva, si è svolta in un'atmosfera di franchezza e di rispetto reciproci, gettando non pochi lumi sui numerosi risvolti che caratterizzano la situazione all'Est e i rapporti Est-Ovest, grazie anche ai lucidi in terventi «a braccio» di Francois Fejtò, Tito Favaretto, Aldo Natoli, Peter Bekes e di tanti altri studiosi. Per quanto attiene poi allo specifico caso cecoslovacco (ma te nendo presenti, più in generale, atmosfera e fervori da cui è scosso oggi l'Est europeo) appare reticente, o per lo meno poco convin cente e limitativa, l'opinione corrente — diffusasi nei mesi passati nella «nostra metà d'Europa» e pure in Italia — secondo la quale la riabilitazione della «primavera di Praga» possa avvenire, da parte sovietica, solo attraverso un riconoscimento pubblico che consi deri l'invasione un tragico «errore». Vi è del vero, infatti, quando si sostiene che tra esperienza del «Nuovo Corso» cecoslovacco e perestrojka sono individuabili numerosi punti di contatto. Non si può però dimenticare come 13
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