Transizione 1988
qui amici cecoslovacchi che questi problemi li vivono sulla loro pelle, oltre che nel nome di ideali che ci sono comuni. Certo, la vita degli Stati ha sue regole particolari. Gli Stati possono, ad e- sempio, andarsene dal Vietnam o dall'Afghanistan, senza ammet tere che avevano fatto male ad intervenire, pur se la cosa è eviden te. Possono cioè correggere la loro politica anche senza ricono scerlo apertamente. Personalmente preferisco l'altra via. Ma qui non si tratta di preferenze personali. L'essenziale è che le cose si facciano. Non sarà però possibile farle in Cecoslovacchia senza tener conto con rispetto dell'esperienza che fu fatta vent'anni fa e di coloro che ne furono gli artefici convinti. A vent'anni di distanza possiamo quindi constatare che in fon do non abbiamo molto da cambiare nella valutazione dei fatti che già demmo allora. Non credo che questa sia una prova di nostra pigrizia mentale. È piuttosto la conferma della validità di un'espe rienza che ha un posto importante nella storia di questo secolo e non solo per i cecoslovacchi, né soltanto fra i paesi dell'Europa centro-orientale. Di tale validità io credo che anche i lavori del no stro convegno costituiscano una testimonianza. In vent'anni, cer to, molte cose sono cambiate nel mondo. Anche noi siamo cam biati. Tanto più confortante mi pare constatare che, sia pure arric chito da due decenni di riflessioni e di esperienze, il riferimento alla «primavera di Praga» resta per noi un punto fermo di intelli genza e di speranza.
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