Transizione 1988

tito in termini acuti anche dalle forze più aperte e sensibili della sinistra europea, dalla socialdemocrazia tedesca e dal comuniSmo italiano, che iniziarono allora una riflessione che continua ancor oggi sulla congruità delle proprie affermazioni programmatiche tra dizionali alle nuove condizioni della lotta politica in Europa. Infine i dirigenti sovietici hanno cominciato ad insistere, ormai da alcuni mesi, sulla dimensione politica generale dell ’ operazione che stanno conducendo, sottolineandone l ’ aspetto «rivoluzionario» sotto alme no due punti di vista: perché intenta al mutamento di un sistema ossificato e perché ispirata da un rinnovato anelito al perseguimen to dei fini socialisti, paragonabile a quello che animò la rivoluzione del 1917. Si potrà, forse, discutere se sia appropriato l ’ uso che dell ’ agget tivo fanno gli attuali dirigenti. Qui ci limitiamo a segnalare un terzo elemento che pare, in ogni caso, escludere una spiegazione in chiave prevalentemente economica degli avvenimenti sovietici con temporanei. In essa non può non occupare ampio spazio anche il nuovo orientamento nel campo delle relazioni internazionali. Si tratta innanzitutto dell ’ idea del primato dell ’ obiettivo della pace su quello del socialismo stesso: oppure, se si vuole indicare la questione sotto l ’ altro suo aspetto, del riconoscimento dell ’ obiettivo della pace come presupposto e non come conseguenza dell ’ obiettivo socialista. Sembra, in effetti, che gli attuali dirigenti sovietici, e segnatamente il segretario generale del PCUS, abbiano inteso stabi lire tra la pace e il socialismo un rapporto analogo a quello che, in politica interna, hanno voluto porre tra democrazia e socialismo. Il nuovo concetto-guida posto oggi a fondamento dell ’ azione interna zionale dell ’ URSS è quello dell ’ interdipendenza della politica e dello sviluppo storico mondiale, che implica il riconoscimento di un grado di corresponsabilità dell ’ URSS negli sviluppi economici e politici del mondo non socialista e pone i presupposti di una presenza attiva e propositiva dei sovietici su problemi che essi hanno finora inclinato a trattare con intransigenti affermazioni di principio ma sostanzialmente chiamandosi fuori dal circolo degli Stati e delle forze politiche e sociali che avrebbero l ’ onere di occuparsene. In entrambi i casi, il nuovo orientamento sovietico in politica internazionale sembra preludere ad un marcato stacco da tradizionali e cruciali affermazioni del leninismo, quanto al rappor to tra guerra e socialismo e quanto allo stesso contenuto dello slogan della coesistenza pacifica. Esso si è finora manifestato so prattutto nella duttilità con la quale i negoziatori sovietici hanno

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