Transizione 1989

recitazione di testimonianza (cfr. Bussagli, 1972, Eliade, 1982, Spinsanti, 1983, Cardini, 1987). La stessa produzione di altri codici simbolici che la Chiesa ha conosciuto, sia pure come esito della sua storicità politico-ideologica, ha rafforzato, anche iconograficamente, il corpo come attività, non semplice strumentalità, di sacralità. L ’ abbandono, alla fine dell ’ anno mille, della preghiera a braccia aperte e palme delle mani in avanti (espressione di orientamento del corpo verso) a favore della genuflessione e delle mani giunte, segnala il rafforzamento della fides in quanto contemporanea espres sione di fidelitas. E non a caso quella gestualità è mutuata dal linguaggio vassallatico dell ’ z^^zx/zo manuum (cfr. Le Goff, 1976, Cardini, 1987) 6 . Forse anche per questo salus nella traduzione latina designa a un tempo salvezza e salute (cfr. Catarsi, 1986) e la «salvezza» pro-mette la resurrezione dei corpi. Dalla letteratura biblica ai canti d ’ amore dei Tuareg (popolo del Sahara; cfr. Maraval-Berthoim, 1985), dagli adynata (rappresenta zione letteraria dell ’ impossibile o del mondo rovesciato, dell ’ iper bolico) al verismo dei nostri poeti, al di là delle letture allegoriche, storiche, drammatiche o culturali, è il corpo che si fa parola. L ’ amore della pastorella del Cantico dei Cantici (cfr. Gollwitzer, 1979) che le fa dire «la notte passa fra i miei seni» (1 : 13) e le fa implorare «ponimi come un sigillo sul tuo cuore, / come un sigillo sul tuo braccio. / Perché l ’ Amore è forte come la morte, / inesorabile come l ’ inferno è passione» (8 : 6), deve essere letto, come fu alle origini, solo nella sua funzione allegorica, cosa che ne legittima la presenza nel canone biblico, pena la dimostrazione di un sensus carnalis della lettura, o può essere letto anche per quella connessione che il corpo sostanzializza tra eros e agàpe? Tanto da indurre Dietrich Bonhoeffer a scrivere dal carcere «mi piace rebbe leggerlo [il Gz«//co] proprio come un canto d ’ amore ter reno. Questa è forse la sua migliore interpretazione cristologica» (cit. in Gollwitzer, cit., 79). Parafrasando Droysen 7 si potrebbe dire che il corpo è il conosci te stesso dell ’ uomo, la sua coscienza. In questo senso esso partecipa di tutte le questioni tipiche della complessa dinamica di ogni osservazione in cui il soggetto che osserva deve mettere se stesso nel gioco dell ’ osservazione, perché vi è in-cluso. 102

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