Transizione 1989
stazione femminile; a parte la possibile lettura psicoanalitica del l ’ ancoraggio così forte e polivalente dell ’ utero nell ’ immaginario e nei tabù collettivi, tale da escluderne una «socializzazione» che in queU ’ immaginario è rappresentata come impropria, c ’ è da chie dersi quanto pre-giudicante sia questa costruzione terminologica e quanto essa riproponga anche su questo versante l ’ assunzione del corpo femminile in chiave eticamente dissimmetrica rispetto a quello maschile. Tanto che l ’ uomo che decide che altri dispongano del prodotto del proprio corpo dona, mentre la donna che compie la medesima operazione per uno spazio e una funzione del proprio corpo si vende. Riproponendo, così, anche eticamente e semanticamente quella antropologia dualistica di attività per l ’ uomo (che è l ’ atto del donare) e di passività per la donna (che si dà), come se non fosse in realtà ben più attivo gestire per nove mesi la gravidanza per un ’ altra donna che offrire il prodotto di un istante di autoero tismo. Mi chiedo quali disorientamenti sociali si produrrebbero se, ad esempio, tutti i media, tutti i simposi e la stessa terminologia me dica, riservassero all ’ uomo la definizione di venditore di seme e alla donna quella di donatrice, sia pure in senso necessariamente tra slato, di utero. Si potrebbe obiettare che anche alla donna è riservata la defi nizione di «donatrice», come nel caso di donazione di ovocita. Ma proprio perché qui la riflessione verte non su ciò che è ma sui significati e sui meccanismi sottesi alla rappresentazione sociale che tale circostanza non smentisce le considerazioni fatte anzi, in qual che modo, vi trova conferma se si pensa che in questo caso la donna donatrice è assimilata i^uomo donatore e, quindi, ne fruisce,, per così dire, anche i «vantaggi» di collocazione nello scenario di quella rappresentazione. Certo, sono ben più profondi gli intrecci che avviluppano l ’ utero in quello sfondo di chiaro-scuro che nell ’ immaginario collettivo prende il nome di paura e di controllo insieme e si configura ad un tempo come attrazione-repulsione. E so anche che la lettura di tutto ciò richiede un rinvio a categorie forti mistico-sacrali oltre che a quella sessuale-sociale. Credo anche, però, che non si possa ritenere di esercitare la funzione di osservatori critici nei confronti dell ’ impatto tecnologico senza mettere nel conto quanto di quella critica sia socialmente 107
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