Transizione 1989

La scienza, quella che noi conosciamo, segnala una «oggettività» in cui dimensione dello spazio e scansione del tempo risultano com-prese in una indistinta e neutra categoria di universalità che, tradotta nei nostri termini, può solo configurarsi come immobilità rispetto allo spazio e come eterno presente rispetto al tempo. Que sto proprio perché l ’ estensione della scienza nello spazio è geo metrica e la sua scansione temporale è seriale. «Mentre lo sguardo del corpo — scrive Galimberti (1983, 78) — potendosi estendere da un passato verso un futuro, non è ossessionato dal presente e quindi può muoversi libe ramente tra le cose che mette in prospettiva, lo sguardo della scienza, nella sua pretesa di essere contemporanea a tutti i tempi, annulla passato e futuro per raccogliersi nelle sue leggi “ eterne ” che, a guardar bene, altro non esprimono se non un presente impropriamente dilatato». E tuttavia occorre anche ricondurre scienza e tecnologia al loro ambito proprio che non le designa né come «metafisica» né come semplici strumenti dell ’ agire umano. Abbandonare ogni prospettiva dualistica tra corpo e spirito, soma e psiche, significa contemplare questo medesimo abbandono anche per quanto attiene alla tecno-scienza. Allora, in ordine alla prima faccia di questo abbandono pos siamo, con Sartre (1968), ritagliare al corpo una valenza che non lo riconosca come segno-esecutore di dettami della coscienza ma lo definisca come esperienza di relazione attraverso cui si produce la coscienza delle cose. Che è poi esperienza di verità, nel senso di s-velamento delle mie possibilità in relazione a quelle {altre) con cui entro in rapporto e che io ignoro. Ma rispetto all ’ altra faccia di quell ’ abbandono dobbiamo chie derci quale collocazione e quale valenza riconoscere alla strumen tazione tecnologica che di volta in volta, in quella relazione, l ’ uomo ha approntato e continua ad approntare. Qui la tecnologia è comunque parte di una relazione di s-vela mento di possibilità del mio essere-fare, nel senso che mi consente la trasformazione del virtuale in reale, s-velando così ad un tempo anche la «verità» delle cose che mi circondano la quale non si manifesta mai in assoluto ma sempre in rapporto alle possibilità che, anche per via tecnologica, identifico come costruzioni di relazioni. 114

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