Transizione 1989

correnti di opinione, addirittura pericoloso. Si prende ancora una volta in esame il rapporto tra natura e cultura; si ridiscute la liceità della conoscenza, come se a certi livelli il sapere potesse essere solo preso in prestito, ma non realmente posseduto. È certo vero che la ricerca scientifica, nel campo della biologia della riproduzione, è, almeno potenzialmente, una scienza scon volgente, poiché indaga sui processi e sui meccanismi che fanno dell ’ uomo quello che l ’ uomo è. Una ricerca, quindi, che può modificare il nostro futuro e mu tare in modo significativo la qualità della nostra vita. Quello che caratterizza questa ricerca è il fatto che essa non può più essere completamente «rispettosa» nei suoi oggetti. Per certe complessità di indagine, conoscere può comportare la necessità di modificare sperimentalmente quello che si indaga. Che noi siamo in grado di adeguarci a questi nuovi rapporti tra la ricerca e il suo oggetto, lo dice l ’ esame del nostro passato, storie di continui assestamenti della nostra capacità di accettare l ’ inter vento della cultura sulla natura. Lo strumento che ci dovrebbe rendere, ancora una volta, capaci di adattarci al progresso, è certamente la conoscenza: delle possi bilità, dei limiti, dei rischi che questa ricerca può comportare. Da questa conoscenza possiamo ottenere sollecitazioni e suggeri menti necessari per costruirci un ’ etica, capace di reggere alla re sponsabilità delle decisioni di grande portata che il futuro può riservarci. Una falsariga di principi e di convinzioni sulla quale leggere le nuove realizzazioni della scienza; un piedistallo di re gole accettate da tutti che consente di guardare avanti senza paura del futuro. Questa «nuova» etica non può essere personale, privata, settaria. Deve essere un ’ etica razionale espressa dalla società a tutela della propria dignità, del proprio progresso. Contro questa nuova biologia, in antitesi a questa nuova morale, si contrappone l ’ idea di una natura da difendere dalla violenza della scienza, «valore assoluto» che l ’ uomo non deve minacciare. È invece possibile che in questa estensione di confine invalica bile, la natura non esista nemmeno, ma rappresenti soltanto una proiezione della nostra storia di uomini. Se è così, non si può fare a meno di pensare che molte delle cose che oggi ci appaiono come innaturali o addirittura ripugnanti non abbiano reali rapporti con un ordinamento naturale «sacro, 25

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