Transizione 1989

za», come oggi dicono i moralisti dell ’ etica cd. «laica», quella posta su basi razional-strumentali). Se la bioetica si trova nelle impasses che essa stessa denuncia {in primis il fatto di non poter assicurare nulla in termini di senso normativo, di giustizia e di common good), ciò è dovuto al fatto che essa nasce oggi da un tessuto sociale frammentato e privo di fondamenti di valore, in cui la definizione dei fenomeni della vita è sempre più medicalizzata e delegata ad un apparato scientifico- tecnologico che tende a manipolarli in funzione di desideri e di costrutti puramente artificiali a-morali. I fini sono slegati dalla vita. Le regole non hanno fondamento, se non in un misto di sentimento e di utilità che si trova muto e impotente a ritrovare e perseguire il senso morale della verità e della giustizia. Se prendiamo come esempio quello certamente più delicato, l ’ insorgere della vita umana, noi vediamo che scienziati e opera tori sanitari rifiutano di riconoscere nei fatti naturali della fecon dità un qualunque senso normativo e una significatività vincolante, e quindi normativa, per essi. La fecondità, ai loro occhi, è un evento del mondo-ambiente che, per essere trattato, deve essere ridefinito nei termini di una costruzione bio-medica interna al si stema (apparato scientifico-tecnologico) e nient ’ altro. Con ciò, sono essi che conferiscono normatività alla fecondità e al corpo umano. In questo nuovo codice simbolico-normativo ogzzz fatto naturale diventa potenzialmente patologico. Ora, io non intendo qui respingere il fatto che una tale lettura abbia anche una sua legittimità, ove sia considerata dal punto di vista di un particolare sistema operativo di riferimento. Certa mente, per certi aspetti, la sterilità «può» essere considerata una patologia. E così tanti altri eventi della vita naturale fisica, quando siano considerati nell ’ ottica di ciò che si vorrebbe o ci si attende altrimenti. Ciò che avanzo è una duplice richiesta: primo, che si studi più a fondo come un fatto di per sé naturale venga ad essere social mente definito come patologico; secondo, che si riconosca il fatto che, se di patologia si tratta, essa non è certamente solo patologia bio-medica. In breve, ho detto, nella riduzione della complessità si deve adottare un ’ ottica pienamente relazionale. Introdurre il «criterio relazionale» diventa un ’ esigenza impre scindibile sia per l ’ analisi dei casi, sia per l ’ intervento clinico, sia ancor di più per la ricerca scientifica, e quindi per la legislazione, 71

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