Transizione 1989

direbbe Siddharta, fatta di luci e di ombre, di opportunità che veicolano non una sola verità. È certo che essendo qui il corpo snodo di molteplici intrecci pro blematici, privilegiarne alcuni può significare proporre conclusioni diverse da altre che pure potrebbero essere conseguite se si partisse da differenti angolazioni. Credo che la riflessione che si è aperta intorno a queste tematiche oggi vada oltre i termini attuali delle stesse, evocando scenari non sempre verosimili o comunque spesso poco attendibili. Ritengo anche che sarebbe illusorio pensare di giungere a con clusioni assolutamente certe, scientifiche per così dire, sulla «ve rità» che circonda l ’ applicazione delle risorse tecnologiche alla riproduzione umana. E questo non tanto perché non si disponga di adeguati strumenti di «misura», ma perché in realtà quel bisogno sottende un ’ altra più annosa e atavica questione, quella della «responsabilità» del ricercatore. Problema tanto irrisolvibile e complesso quanto oggetto di que sta sorta di rinvio metafisico alla verità: supporre o desiderare che esista un ’ idea esterna di responsabilità che si possa applicare alla ricerca scientifica e alla persona dello scienziato, è in qualche modo rassicurante per coloro che escludono che d ’ ogni verità anche il contrario sia rappresentabile come vero, che escludono, cioè, il carattere di ambivalenza non solo delle costruzioni storiche ma anche di quelle del «pensiero» che le giudica. C ’ è un problema, ci ricorda Edgar Morin (1988, 76), per il quale non disponiamo di alcun «metodo» di valutazione ed è proprio quello della responsabilità del ricercatore nei confronti della società e dell ’ uomo. E questo per due motivi: perché l ’ impianto, per così dire, classico della scienza ha sempre segnalato come condizione di «og gettività» la separazione di «fatto» e «valore», e perché non esiste, né dentro né fuori la scienza, un criterio oggettivo che possa de finire quale sia la vera responsabilità (Ibid.). «Se non si è in grado di concepire scientificamente lo scienziato e la scienza stessa, come è possibile considerare scientificamente la responsabilità dello scienziato nella società?» (Morin, ib., 77). Questa affermazione che potrebbe apparire come un bizantino e pilatesco risolvere la questione in realtà oltre che intenderne la complessità ne segnala anche due possibili orizzonti di lettura. 84

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