Impegno presente 1-1960

stante tutto ciò vediamo nell ’ attuale il momento più adatto per impo stare un discorso sulla cultura che, anche se non è del tutto nuovo, è un punto di partenza costruttivo, di apertura verso una nuova coscienza storica, verso una nuova moralità pubblica, verso una nuova tolleranza e (anche se i termini con cui l ’ abbiamo annunciata sono un poco pomposi) verso una maggior semplicità, che vuol dire aderenza alla realtà ed alle cose e fine d ’ una cultura libresca. Questo discorso ha come presupposti l ’ attualità e la necessità. Negli ultimi cento anni abbiamo assistito al progressivo logoramento d ’ uno strumento culturale che, anche se è ancora sfruttato in certi settori d ’ avanguardia, non può servire più a nessuno per rappresentare idee, per ché ha esaurito le proprie possibilità comunicative. Questo tipo di concezione, di origine idealistica, che tende a conside rare il mondo nella proiezione dell ’ io e a vedere nell ’ artista un costrut tore di realtà nuove, operante non nel campo della pratica ma della pura contemplazione, aveva già in sé alla radice il pericolo fortissimo di creare, con questa negazione dell ’ oggettività, una difficoltà di dialogo tra l ’ io e gli altri. Per tre quarti di secolo abbiamo visto l ’ affermarsi sempre più completo e vasto di questa concezione dell ’ artista come il genialoide iso lato, il tipo un po ’ fuori del comune, che magari è stato tanto disgraziato nella vita e gli uomini tanto cattivi con lui, per il quale i fatti autobio grafici divengono sempre pretesto lamentoso di poesia. E la misura di quanto si sia diffusa in ogni senso quest ’ idea ci può essere data dai testi scolastici, in cui la storia della vita d ’ un poeta interessa sempre di più della sua opera, e dalla opinione, arrivata fino agli strati popolari, che inevitabilmente poeta equivale a squilibrato o almeno a ipersensibile ecce zionale. Ma bisogna dire che quest ’ idea trovò modo d ’ applicazione assai inte ressante ed utile nella fase distruttiva d ’ una cultura delle regole, con la liberazione da ogni preconcetto formalistico sull ’ arte. Questo perchè all ’ io non si ponevano più confini e lo si lasciava muoversi capriccioso e rivolu zionario, unire liberamente parole in poesie assurde, scrivere dei libri senza un punto e una virgola, ascoltando incessantemente un monologare interiore che metteva in luce tutta la vastità del microcosmo etc. Sono gli anni tra le due guerre questi, accentrati intorno alla vicenda spagnola, grande crogiolo in cui tanti di questi autori rivoluzionari tardo- romantici ebbero modo di accentuare la propria inclinazione all ’ antiogget- tività per le contraddizioni del mondo esterno e spesso incanalare la loro ispirazione in una critica anarchica della società. In quegli anni alcuni autori di grande potenza e forza distruttiva creano il mito dell ’ angoscia moderna, il personaggio alienato impotente a modificare lo svolgimento della realtà, la quale spesso ha assunto la dimensioni assurde d ’ un incubo dove, come in una Babele moderna, ognuno parla una lingua diversa e via d ’ uscita non se ne trova. Ecco la solitudine moderna ed il suo dramma, i cui personaggi, si chiamino étranger, outsider o altro, hanno tutti l ’ idea di Sartre che « l ’ homme est une passion inutile ».

Il sonno della ragione

Ormai, credo, gli anni e le esperienze ci hanno reso sazi di astratti pro grammi culturali, di manifesti artistici, di nuovi ismi, e più cauti nel riconoscere la loro validità, come più refrattari alla loro suggestione. Quello che ci interessa maggiormente ora è la presa di coscienza della situazione storica in cui si vive, l ’ analisi delle tendenze e i possibili svi luppi per ricavarne un binario al nostro lavoro. Tutto questo per maturazione dei tempi. Per anni e anni si è discusso: realismo socialista o mondo interno del poeta da difendere, romanzo en gagé o attenzione sensibilistica alle risonanze degli oggetti, linguaggio « slang » colto sulla bocca del parlante e trascritto (come si credeva faces sero gli americani) o écriture artiste, astrattismo o figurativo, neorealismo o formalismo classico ed elegante? Gli anni sono passati senza portare delle risoluzioni a questi problemi e ciò in parte perché in essi v ’ era il medesimo vizio di fondo; infatti erano tutte posizioni volontaristiche, non spontanee e tali che ognuna scartava a priori le altre. Però noi da queste discussioni ed interlocutori abbiamo tratto un ’ esperienza grandissima, in modo che da ultimi arrivati sentiamo di avere le carte in regola per chia rire molte cose. Proprio perchè da quei dibattiti abbiamo imparato a muo verci con benevolenza (in senso brechtiano) scartando le posizioni eccessi vamente polemiche, cercando di comprendere maggiormente gli altri e non sentendo più il fascino degli individualismi chiusi e maudits né della retorica sociale. Non a caso parliamo in clima di distensione e non a caso pensiamo che la fase negativa della cultura europea (negativa cioè distruttiva) possa considerarsi chiusa. Infatti in noi non può essere più la freddezza brechtia na, il gelidume di Auden, l ’ alienazione acuta di Eliot o il cinismo di tante esperienze fiorite tra le due guerre. In noi non vi può essere più nemmeno il senso di impotenza e di assurdità del reale che v ’ è in Kafka, perché pen siamo che le nostre azioni possano incidere variamente sulla realtà e la porta si sia chiusa da sola sull ’ epoca degli outsiders. Certo le nostre università e le nostre scuole sono ancora agguerrite fortezze che custodiscono le vestigia ammuffite della grande tradizione italiana di rimatori aulici e tirapiedi, ancora miriadi di professori s ’ affan nano a scoprire ogni caccola di mosca che ricopre le suddette vestigia, ancora (e questo è più grave) una gran parte dell ’ avanguardia nostrana si muove nella sua produzione artistica sui moduli superati di un incancre- nimento decadentistico e la critica gli tiene bordone con disquisizioni sempre più da azzeccarbugli per gabbare un pubblico di gonzi. Ma nono

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