Impegno presente 1-1960

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POLITICA E CULTURA

RIVISTA

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Presentazione

Rivista biluci Irai e di politica c cultura N. 1 Aprile-Moggio I960

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Presentatane

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Editoriale

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Guel/o: Note politiche

Dando vita a Impegno Presente riteniamo che si possa fondare un organo di stampa, che permetta l'incontro e la libera dialettica di differenti posizioni culturali e ideologiche. Nel panorama presente della stampa nazio nale, crediamo sia in partenza un apporto positivo quello, che si realizza in un giornale indipendente ed autonomo, costituito da un gruppo di gio vani, non legato a precisi interessi economici o a direttive di partito. La nostra rivista nasce dunque aperta sul piano delle concezioni ideo logiche e culturali; ma quest'apertura non può non porsi entro limiti chia ramente definiti. La libera dialettica non può dare positivi risultati fuori dei confini fissati da irrinunciabili principi comuni. L'apertura ideologica indiscriminata si risolve infatti sul piano della cultura nell'agnosticismo, sul piano politico nel qualunquismo. Il nostro Impegno trova al contrario un fondamento comune e s'incon tra in un comune programma di lotta. Di fronte all'attuale pericolo ever sivo, rivolto contro le istituzioni repubblicane e democratiche, il nostro impegno è di contribuire alla difesa della Costituzione, dei diritti fonda mentali dell'uomo alla libertà e alla uguaglianza, che ne informano lo spi rito, ed all'attuazione integrale dello Stato democratico, che in essa è pre visto. È immediatamente conseguente a queste premesse il considerare obiet tivo essenziale e condizione indispensabile ad una società democratica la libertà della cultura, senza la quale non esiste dialettica e non si dà pro gresso alcuno del pensiero e dell'arte. Crediamo tuttavia di poter assumere un nostro piu preciso impegno, sul piano della cultura, nella difesa di una concezione del mondo razionale ed, umanistica. Ci accompagna nell'assunzione di questo Impegno la consapevolezza dei nostri limiti. Ma riteniamo che il clima di apertura dialettica e rispetto delle altrui posizioni ideologiche, che informerà la vita interna del nostro gruppo, potrà testimoniare in concreto la validità dei principi di libertà e tolleranza, per cui lottiamo. Ci confortano le parole di Gobetti: « Edu cando noi, avremo educato gli altri ».

li Claudio Saba! tini: Panorama della situazione internazionale 15 Pratico Pasquali: Le trattative per il Centro-Sinistra di Segni c !' ut leggi amento della Chiesa Cattolica 19 Claudio Cristoni: La etili dello gioventù nella società d'oggi 26 Carlo Coniato: Magis trai uni indipendente c Stillo democratico 33 Sili do Saul: La Costituzione e F autonomia sindacale 39 Federico Stame: Le Regioni: un punto di partenza 5/1GGI 48 Rob erto Pinzi: Note su laicismo e dimensione 63 Giuncarlo Gtardimi: Critica dclFcstcricsi marxiani 76 Gianni Celati: 11 sonno della ragione 82 Aldo Bave b tocchi: Attualità di Piero Gobetti LETTERATURA 92 Paolo Valerio: I racconti di Pavese TEATRO 94 Paolo Valerio: Diirrenmatt e Eduardo CINEMA 97 Cristiano Contbi: Il posto delle fragole MUSICA 99 Graziella Ratnous: La poetica musicale di Strawinsky SCIENZA E SOCIETÀ 101 Gianni Zanarini: Lavoro e automatismo RECENSIONI 103 « Verso il Regime > di M. Boncschi, E. Rosai, L. Piccurdi 104 « La distruzione della ragione » di G. Lucàcs

Direttore resp.: Carlo Coniglio Vice-Direttore: Giancarlo Giardino

Comitato dt Redazione: Carlo Coniglio, Giancarlo Giardina, Roberto Fmri , Claudio Sabatini, Aldo Bocchiocchi, Nicoletta Stame, Gianfranco Pasquali, Claudio Cristoni, Mario Ferretti Segretaria di Redazione: Nicoletta Stame Redazione e Amministrazione: Bologna, via Stalingrado, 13 Una copia L. 300 • Abbonamento annuo L. 1200 • Abbonamento sosceni toro L. 3000 Spedizione in abbonamento postole gruppo IV Registrazione Tribunale di Bologna n. 2899 in data 294-1960.

stante tutto ciò vediamo nell ’ attuale il momento più adatto per impo stare un discorso sulla cultura che, anche se non è del tutto nuovo, è un punto di partenza costruttivo, di apertura verso una nuova coscienza storica, verso una nuova moralità pubblica, verso una nuova tolleranza e (anche se i termini con cui l ’ abbiamo annunciata sono un poco pomposi) verso una maggior semplicità, che vuol dire aderenza alla realtà ed alle cose e fine d ’ una cultura libresca. Questo discorso ha come presupposti l ’ attualità e la necessità. Negli ultimi cento anni abbiamo assistito al progressivo logoramento d ’ uno strumento culturale che, anche se è ancora sfruttato in certi settori d ’ avanguardia, non può servire più a nessuno per rappresentare idee, per ché ha esaurito le proprie possibilità comunicative. Questo tipo di concezione, di origine idealistica, che tende a conside rare il mondo nella proiezione dell ’ io e a vedere nell ’ artista un costrut tore di realtà nuove, operante non nel campo della pratica ma della pura contemplazione, aveva già in sé alla radice il pericolo fortissimo di creare, con questa negazione dell ’ oggettività, una difficoltà di dialogo tra l ’ io e gli altri. Per tre quarti di secolo abbiamo visto l ’ affermarsi sempre più completo e vasto di questa concezione dell ’ artista come il genialoide iso lato, il tipo un po ’ fuori del comune, che magari è stato tanto disgraziato nella vita e gli uomini tanto cattivi con lui, per il quale i fatti autobio grafici divengono sempre pretesto lamentoso di poesia. E la misura di quanto si sia diffusa in ogni senso quest ’ idea ci può essere data dai testi scolastici, in cui la storia della vita d ’ un poeta interessa sempre di più della sua opera, e dalla opinione, arrivata fino agli strati popolari, che inevitabilmente poeta equivale a squilibrato o almeno a ipersensibile ecce zionale. Ma bisogna dire che quest ’ idea trovò modo d ’ applicazione assai inte ressante ed utile nella fase distruttiva d ’ una cultura delle regole, con la liberazione da ogni preconcetto formalistico sull ’ arte. Questo perchè all ’ io non si ponevano più confini e lo si lasciava muoversi capriccioso e rivolu zionario, unire liberamente parole in poesie assurde, scrivere dei libri senza un punto e una virgola, ascoltando incessantemente un monologare interiore che metteva in luce tutta la vastità del microcosmo etc. Sono gli anni tra le due guerre questi, accentrati intorno alla vicenda spagnola, grande crogiolo in cui tanti di questi autori rivoluzionari tardo- romantici ebbero modo di accentuare la propria inclinazione all ’ antiogget- tività per le contraddizioni del mondo esterno e spesso incanalare la loro ispirazione in una critica anarchica della società. In quegli anni alcuni autori di grande potenza e forza distruttiva creano il mito dell ’ angoscia moderna, il personaggio alienato impotente a modificare lo svolgimento della realtà, la quale spesso ha assunto la dimensioni assurde d ’ un incubo dove, come in una Babele moderna, ognuno parla una lingua diversa e via d ’ uscita non se ne trova. Ecco la solitudine moderna ed il suo dramma, i cui personaggi, si chiamino étranger, outsider o altro, hanno tutti l ’ idea di Sartre che « l ’ homme est une passion inutile ».

Il sonno della ragione

Ormai, credo, gli anni e le esperienze ci hanno reso sazi di astratti pro grammi culturali, di manifesti artistici, di nuovi ismi, e più cauti nel riconoscere la loro validità, come più refrattari alla loro suggestione. Quello che ci interessa maggiormente ora è la presa di coscienza della situazione storica in cui si vive, l ’ analisi delle tendenze e i possibili svi luppi per ricavarne un binario al nostro lavoro. Tutto questo per maturazione dei tempi. Per anni e anni si è discusso: realismo socialista o mondo interno del poeta da difendere, romanzo en gagé o attenzione sensibilistica alle risonanze degli oggetti, linguaggio « slang » colto sulla bocca del parlante e trascritto (come si credeva faces sero gli americani) o écriture artiste, astrattismo o figurativo, neorealismo o formalismo classico ed elegante? Gli anni sono passati senza portare delle risoluzioni a questi problemi e ciò in parte perché in essi v ’ era il medesimo vizio di fondo; infatti erano tutte posizioni volontaristiche, non spontanee e tali che ognuna scartava a priori le altre. Però noi da queste discussioni ed interlocutori abbiamo tratto un ’ esperienza grandissima, in modo che da ultimi arrivati sentiamo di avere le carte in regola per chia rire molte cose. Proprio perchè da quei dibattiti abbiamo imparato a muo verci con benevolenza (in senso brechtiano) scartando le posizioni eccessi vamente polemiche, cercando di comprendere maggiormente gli altri e non sentendo più il fascino degli individualismi chiusi e maudits né della retorica sociale. Non a caso parliamo in clima di distensione e non a caso pensiamo che la fase negativa della cultura europea (negativa cioè distruttiva) possa considerarsi chiusa. Infatti in noi non può essere più la freddezza brechtia na, il gelidume di Auden, l ’ alienazione acuta di Eliot o il cinismo di tante esperienze fiorite tra le due guerre. In noi non vi può essere più nemmeno il senso di impotenza e di assurdità del reale che v ’ è in Kafka, perché pen siamo che le nostre azioni possano incidere variamente sulla realtà e la porta si sia chiusa da sola sull ’ epoca degli outsiders. Certo le nostre università e le nostre scuole sono ancora agguerrite fortezze che custodiscono le vestigia ammuffite della grande tradizione italiana di rimatori aulici e tirapiedi, ancora miriadi di professori s ’ affan nano a scoprire ogni caccola di mosca che ricopre le suddette vestigia, ancora (e questo è più grave) una gran parte dell ’ avanguardia nostrana si muove nella sua produzione artistica sui moduli superati di un incancre- nimento decadentistico e la critica gli tiene bordone con disquisizioni sempre più da azzeccarbugli per gabbare un pubblico di gonzi. Ma nono

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volto. Cioè la posizione dell ’ artista verso la propria opera, per chi egli produce e come si ponga in rapporto col mondo esterno. Infatti la conce zione individualistica aveva dimenticato, che le grandi fioriture artistiche erano sempre partite da un principio del tutto diverso, di ricambio cioè tra il pubblico e l ’ artista, di dialogo, domanda e richiesta d ’ un prodotto; per cui il pubblico non cadeva mai nel gusto per l ’ evasione (almeno finché l ’ artista cosciente non si è trasformato in una industria senz ’ anima) e d ’ al tra parte l ’ artista non era portato alla chiusura verso il mondo esterno. Posizione questa che possiamo definire artigianale anche se alla mente del cultore delle belle arti viene subito da pensare al ciabattino, e cosi risponde che l ’ artista è superiore al ciabattino. Ed è superiore, in quanto nel rispon dere ad una richiesta di prodotto può concorrere all ’ evoluzione della cul tura, quindi della mentalità comune e della società. Ma il suo atto ha gli stessi presupposti di umiltà e di creazione di ogni altro mestiere umano. Nel nostro Rinascimento, Botticclli non disdegnava dipingere le insegne sui vessilli dei suoi protettori, né Cosmè Tura decorare la gualdrappa del duca d ’ Este. Ai tempi di Shakespeare durante la grande fioritura del teatro elisabettiano, agli autori più quotati ed allo stesso Shakespeare non dispia ceva produrre opere in collaborazione e nemmeno adattarsi a mettere in scena c a volte a recitare i propri plays. Tutto questo derivava da una concezione più artigianale e meno trascendente del lavoro artistico, il che permetteva loro se non altro di aver i piedi ben piantati nella realtà, e trarre le proprie linfe da una cultura popolare piuttosto che da una for mazione libresca. Ora noi non poniamo come inevitabile il lavoro verso un ’ estrazione di cultura popolare, ma crediamo, come diceva Pavese, che nulla possa nascere d ’ importante che non abbia in sé i semi della cultura del pro prio ambiente: « la verità per la nuova America come per la vecchia Europa è che dal nulla non nasce nulla c specialmente nella sfera della poesia, nulla di notevole nasce se non ispirandosi ad una cultura autoctona, e se tale non può essere il caso, ad una cultura almeno seriamente e definitivamente assimilata dalla razza e dalla nazione ». È evidente che in ispecie qui da noi, questo tipo di aggancio non lo possiamo trovare certamente nella tradizione della cultura ufficiale e dotta, perché, come ha mostrato Gramsci, essa è sempre stata aristocra- tica e jj casta. Quindi il discorso dovrebbe essere portato all ’ utilizzazione di certi materiali di letteratura che sono ancora allo stato grezzo, a ritro vare una vera lingua italiana, divenuta nazionale, col ritmo fruibile in molte direzioni che è nel dialetto e la possibilità di descrizione immagi nifica esemplare ed ironica che è sempre stata delle classi subalterne e delle grandi fioriture artistiche. Per realizzare quell'auspicio di De Sanctis che è ancora il nostro: « (la) ricerca degli elementi reali della sua esistenza (in cui) lo spirito italiano rifarà la sua cultura, restaurerà il suo mondo morale, rinfrescherà le sue impressioni, troverà nella sua intimità nuove fonti d ’ ispirazione... Guardare in noi, nei nostri costumi, nelle nostre idee, nei nostri pregiudizi, nelle nostre qualità buone o cattive, convertire il mondo moderno in mondo nostro studiandolo assimilandocelo trasfor-

La Waste Land di Eliot e l ’ opera di Kafka e Camus definiscono meglio di tutto questo individuo divenuto asociale perché la società gli impedisce di essere il contrario. Ma direi che proprio nel periodo di massima espan sione della concezione individualistica dell ’ artista e di questo mito dell ’ an goscia moderna, in cui vi furono le grandi riesumazioni di Kierkegaard e Dostojevskij come precursori, direi che gli autori piu impegnati vedano chiaramente la provvisorietà e l ’ esaurimento di questa posizione di fronte al mondo e di questa concezione di lavoro. Tra tutti Eliot e Kafka. Il primo conducendo all ’ estremo una speculazione intellettualistica e libre sca, ma ben sapendo che è tale, che suona quasi un requiem per la poesia che non si evolve verso radici piu vere, come quelle ambientali ataviche, del mito e della favola. Il secondo (Kafka) che analizza spietatamente questa interiorità incomunicabile e, come dice Camus, trova nel Castello una risposta alle dimensioni assurde del mondo: « Nel Castello questa sottomissione al quotidiano diventa un ’ etica. La grande speranza di K... (il protagonista del libro) è quella di ottenere che il castello lo adotti... diventando un abitante del villaggio, perdendo la sua condizione di étran- ger che tutti gli fanno sentire. Ciò che vuole è un mestiere, un focolare, una vita d ’ uomo sano e normale ». Ed oltre a questi due, potremmo aggiungere il nome di Hemingway tipico outsider del primo dopoguerra, eroe della separated peace il quale con le parole finali di Harry Morgan in To bave and bave not e in tutto il libro successivo For whom thè bell tolls, chiude i suoi rapporti con una concezione morale individualistica e outsider, per preferire forme più aperte di associazione umana contro il male. Se consideriamo le date in cui avvennero questi fatti (1922, 1926, 1937), non possiamo chiamare che epigoni tutti quelli, né pochi né sprovveduti, che agiscono in questo senso ai nostri giorni. Essi sono facilmente rintracciabili nelle arti figura tive, in larga parte tra le schiere astrattiste, e in un tipo di autori di teatro, che prende piede negli ultimi tempi, di carattere astratto barocco, da Ionesco e Beckett fino a Dùrrenmatt, ultimo enfant prodige della serie. Per costoro il discorso è unico, anche se può sembrare semplicistico, per ché tutti, lavorando in una maniera che esclude i rapporti sociali e il dialogo tra essi ed il mondo, sono rimasti alla superficie dei loro pro grammi d ’ avanguardia. E tale maniera accadcmizzandosi (come è avvenuto e continua ad avvenire) riprende la stessa posizione formalistica in seno alla cultura che i maestri di questi epigoni avevano smontato. Nella fase in cui una cultura si contrappone ad un ’ altra in genere c ’ è la tendenza ad un ’ opposizione netta ed inevitabile, ed allora nasce un moto di reazione, non d ’ evoluzione. Ma abbiamo già detto che degli errori di chi venne prima di noi vogliamo far tesoro, quindi pensiamo che certi assunti della generazione degli outsiders, non possono non restare nostri, perché ancora la società non si è mutata dandoci il modo di superarli. Cosi ad esempio l ’ idea che l ’ individuo nella nostra fase storica sia alienato, e quindi non possa nascere il personaggio eroico, caratteristica di altri tempi, anche se l ’ intendiamo in maniera abbastanza diversa, rimane tra le nostre convinzioni. Ma è il problema di fondo che crediamo debba essere capo

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mandolo: esplorare il proprio petto secondo il motto testamentario di Giacomo Leopardi è la propedeutica alla letteratura nazionale moderna ». Che tutto ciò sia possibilità, realtà in atto, e non chimere, ce lo pos sono dimostrare due esempi. II primo è l ’ opera di Italo Calvino il quale ha saputo trovare la strada per dare forma d ’ arte a queste necessità. Il secondo viene dall ’ evoluzione della letteratura americana, in cui vediamo lo stesso processo, che pensiamo necessario per il rinnovo della nostra cultura. Infatti vi sono cent ’ anni di ricerche, dalla letteratura puritana della Nuova Inghilterra e da quella quacqucristica fino a Melville e Mark Twain per creare un ceppo autonomo, che avesse origine nel nuovo am biente e si contrapponesse alla vecchia e corrotta Europa. Cent ’ anni di ricerche per creare una lingua letteraria propria, espressione nazionale d ’ una società giovane, che risulta una vera invenzione di linguaggio. Per raggiungere tutto questo è necessario uno sforzo per ritrovare le nostre vere tradizioni, che porta allo studio di certi autori che ci sono ancora vicini perché veramente nostrani e fuori della cultura dotta ed aristocratica: Nievo, Celimi, Goldoni, Vico, sono i primi che vengono in mente, ma la lista si potrebbe allungare. In questo modo ritrovando le nostre vere origini la letteratura si spoglia di tendenze di letterarietà per diventare uno strumento di ricambio continuo con la vita e col passato. Occorre per tutto questo uno sforzo per colmare il distacco tra cultura e classi subalterne, che non vuol dire come dicevano i nostri nonni andare verso il popolo ma negare che esista una separazione uomo di cultura - popolo. Occorre uno sforzo verso una produzione antilibresca per la fine d ’ una letteratura da tavolino, per una forma d ’ arte che abbia le radici nella terra, nelle nostre tradizioni popolari e persino nei nostri dialetti, espressione più autentica della vita regionale. Un organo nuovo e rinno vatore può concorrere validamente a tutto ciò, affiancando e aiutando questi tentativi. Ciò significa un ’ opposizione ad ogni tendenza irrazionalistica, trascen dente e di chiusura alla vita, visto che una concezione dell ’ arte di questo genere non è che un residuo di tempi passati; ed anche opposizione a tutte le intenzioni cosmopolitiche dei maestri della pittura astratta in quanto ciò non può che sottrarre nerbo ad una produzione artistica, escludere una qualsiasi origine ambientale, togliere un pubblico preciso a cui par- lare, togliere ogni funzione sociale alla cultura, confondendola con l ’ esperanto. Ma vorremmo concludere dicendo che questa necessità ancora piu che dalla speranza d ’ una fioritura artistica viene da uno stato di cose attuale, a cui una cultura razionale e forse anche neoillumìnistica è l ’ unico rimedio. Di ciò ci si può rendere conto guardandosi intorno, accendendo la radio, andando al cinema. El sueno de la razon produce mostruos era il titolo d ’ una vignetta grottesca di Goya e ci sembra una proposizione tanto attua le da prenderla come epigrafe al nostro lavoro. Infatti in un momento in cui la società (borghese) per determinati bisogni di autoconservazione tende al livellamento delle nostre intelligenze, a trasformare le idee, i poeti, gli

scrittori in nomi e date, ad abituare il pubblico a tralasciare ogni vero interesse per trasformarlo in una massa di automi imbecilli e qualun quisti che alla sera quando hanno cinque minuti di tempo per pensare ai fatti propri si mettono davanti alla televisione e mandano a dormire il cervello, il sonno della ragione, questo è ciò che ci spaventa di più. In questo mondo cosi sviluppato e terribile, in questa fase storica che va « da Buchenwald alla bomba H », questo è più di tutto ciò che ci spaventa, perché gli svaghi della gente divengono sempre più evasione e scade in questo modo l ’ interesse per gli altri uomini che non siano celebrità o divi belli ed ammirati, aumenta la tendenza all ’ isolamento dietro il paravento delle funzioni, degli incarichi, dei titoli. Da questo nasce la necessità urgente di elaborare strumenti culturali nuovi, che possano penetrare più largamente nelle masse per sfatare i miti, demolire il gusto all ’ evasione di questi uomini senza idee e con la pancia piena. E i mezzi per fare ciò sono nuove costruzioni dell ’ intelli genza e della volontà, che realizzano, come diceva Italo Calvino: « Una rivincita dell ’ intelligenza umana e razionale sui due suoi maggiori nemici: la furbizia intellettualistica avara ed allusiva e l ’ entusiasmo lirico irrazio nalista e falsamente generoso ». I mezzi per fare ciò sono opere nuove profondamente radicate in una realtà ambientale, che insegnino le possi bilità di comunicazione tra gli uomini pur nel variare delle loro espe rienze e buttino a mare definitivamente ogni trascendentalismo, pregiudi zio e residuo d ’ individualismo, che soffoca l ’ evoluzione della cultura, e scuotano questo sonno della ragione, che altrimenti a poco a poco finirà per annientarci tutti. G ianni C elati

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