Impegno presente 1-1960

volto. Cioè la posizione dell ’ artista verso la propria opera, per chi egli produce e come si ponga in rapporto col mondo esterno. Infatti la conce zione individualistica aveva dimenticato, che le grandi fioriture artistiche erano sempre partite da un principio del tutto diverso, di ricambio cioè tra il pubblico e l ’ artista, di dialogo, domanda e richiesta d ’ un prodotto; per cui il pubblico non cadeva mai nel gusto per l ’ evasione (almeno finché l ’ artista cosciente non si è trasformato in una industria senz ’ anima) e d ’ al tra parte l ’ artista non era portato alla chiusura verso il mondo esterno. Posizione questa che possiamo definire artigianale anche se alla mente del cultore delle belle arti viene subito da pensare al ciabattino, e cosi risponde che l ’ artista è superiore al ciabattino. Ed è superiore, in quanto nel rispon dere ad una richiesta di prodotto può concorrere all ’ evoluzione della cul tura, quindi della mentalità comune e della società. Ma il suo atto ha gli stessi presupposti di umiltà e di creazione di ogni altro mestiere umano. Nel nostro Rinascimento, Botticclli non disdegnava dipingere le insegne sui vessilli dei suoi protettori, né Cosmè Tura decorare la gualdrappa del duca d ’ Este. Ai tempi di Shakespeare durante la grande fioritura del teatro elisabettiano, agli autori più quotati ed allo stesso Shakespeare non dispia ceva produrre opere in collaborazione e nemmeno adattarsi a mettere in scena c a volte a recitare i propri plays. Tutto questo derivava da una concezione più artigianale e meno trascendente del lavoro artistico, il che permetteva loro se non altro di aver i piedi ben piantati nella realtà, e trarre le proprie linfe da una cultura popolare piuttosto che da una for mazione libresca. Ora noi non poniamo come inevitabile il lavoro verso un ’ estrazione di cultura popolare, ma crediamo, come diceva Pavese, che nulla possa nascere d ’ importante che non abbia in sé i semi della cultura del pro prio ambiente: « la verità per la nuova America come per la vecchia Europa è che dal nulla non nasce nulla c specialmente nella sfera della poesia, nulla di notevole nasce se non ispirandosi ad una cultura autoctona, e se tale non può essere il caso, ad una cultura almeno seriamente e definitivamente assimilata dalla razza e dalla nazione ». È evidente che in ispecie qui da noi, questo tipo di aggancio non lo possiamo trovare certamente nella tradizione della cultura ufficiale e dotta, perché, come ha mostrato Gramsci, essa è sempre stata aristocra- tica e jj casta. Quindi il discorso dovrebbe essere portato all ’ utilizzazione di certi materiali di letteratura che sono ancora allo stato grezzo, a ritro vare una vera lingua italiana, divenuta nazionale, col ritmo fruibile in molte direzioni che è nel dialetto e la possibilità di descrizione immagi nifica esemplare ed ironica che è sempre stata delle classi subalterne e delle grandi fioriture artistiche. Per realizzare quell'auspicio di De Sanctis che è ancora il nostro: « (la) ricerca degli elementi reali della sua esistenza (in cui) lo spirito italiano rifarà la sua cultura, restaurerà il suo mondo morale, rinfrescherà le sue impressioni, troverà nella sua intimità nuove fonti d ’ ispirazione... Guardare in noi, nei nostri costumi, nelle nostre idee, nei nostri pregiudizi, nelle nostre qualità buone o cattive, convertire il mondo moderno in mondo nostro studiandolo assimilandocelo trasfor-

La Waste Land di Eliot e l ’ opera di Kafka e Camus definiscono meglio di tutto questo individuo divenuto asociale perché la società gli impedisce di essere il contrario. Ma direi che proprio nel periodo di massima espan sione della concezione individualistica dell ’ artista e di questo mito dell ’ an goscia moderna, in cui vi furono le grandi riesumazioni di Kierkegaard e Dostojevskij come precursori, direi che gli autori piu impegnati vedano chiaramente la provvisorietà e l ’ esaurimento di questa posizione di fronte al mondo e di questa concezione di lavoro. Tra tutti Eliot e Kafka. Il primo conducendo all ’ estremo una speculazione intellettualistica e libre sca, ma ben sapendo che è tale, che suona quasi un requiem per la poesia che non si evolve verso radici piu vere, come quelle ambientali ataviche, del mito e della favola. Il secondo (Kafka) che analizza spietatamente questa interiorità incomunicabile e, come dice Camus, trova nel Castello una risposta alle dimensioni assurde del mondo: « Nel Castello questa sottomissione al quotidiano diventa un ’ etica. La grande speranza di K... (il protagonista del libro) è quella di ottenere che il castello lo adotti... diventando un abitante del villaggio, perdendo la sua condizione di étran- ger che tutti gli fanno sentire. Ciò che vuole è un mestiere, un focolare, una vita d ’ uomo sano e normale ». Ed oltre a questi due, potremmo aggiungere il nome di Hemingway tipico outsider del primo dopoguerra, eroe della separated peace il quale con le parole finali di Harry Morgan in To bave and bave not e in tutto il libro successivo For whom thè bell tolls, chiude i suoi rapporti con una concezione morale individualistica e outsider, per preferire forme più aperte di associazione umana contro il male. Se consideriamo le date in cui avvennero questi fatti (1922, 1926, 1937), non possiamo chiamare che epigoni tutti quelli, né pochi né sprovveduti, che agiscono in questo senso ai nostri giorni. Essi sono facilmente rintracciabili nelle arti figura tive, in larga parte tra le schiere astrattiste, e in un tipo di autori di teatro, che prende piede negli ultimi tempi, di carattere astratto barocco, da Ionesco e Beckett fino a Dùrrenmatt, ultimo enfant prodige della serie. Per costoro il discorso è unico, anche se può sembrare semplicistico, per ché tutti, lavorando in una maniera che esclude i rapporti sociali e il dialogo tra essi ed il mondo, sono rimasti alla superficie dei loro pro grammi d ’ avanguardia. E tale maniera accadcmizzandosi (come è avvenuto e continua ad avvenire) riprende la stessa posizione formalistica in seno alla cultura che i maestri di questi epigoni avevano smontato. Nella fase in cui una cultura si contrappone ad un ’ altra in genere c ’ è la tendenza ad un ’ opposizione netta ed inevitabile, ed allora nasce un moto di reazione, non d ’ evoluzione. Ma abbiamo già detto che degli errori di chi venne prima di noi vogliamo far tesoro, quindi pensiamo che certi assunti della generazione degli outsiders, non possono non restare nostri, perché ancora la società non si è mutata dandoci il modo di superarli. Cosi ad esempio l ’ idea che l ’ individuo nella nostra fase storica sia alienato, e quindi non possa nascere il personaggio eroico, caratteristica di altri tempi, anche se l ’ intendiamo in maniera abbastanza diversa, rimane tra le nostre convinzioni. Ma è il problema di fondo che crediamo debba essere capo

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