Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Assemblea Costituente. Stupisce tuttavia che non siano mai en trati nel gioco i principi di cui tanto avevano discusso fra loro i socialisti, intesi a ricostruire la democrazia politica entro un ar ticolato e nuovo tessuto di democrazia economica (la Repub blica dei consigli). Stupisce inoltre che i comunisti non abbiano portato nulla della loro democrazia progressiva, quella al cui servizio Togliatti voleva porre il suo partito nuovo e della quale anche altre (al di là dello stesso partito) dovevano essere le arti- colazioni sociali. Stupisce infine che nessuno abbia fatto notare a La Pira che le strutture istituzionali e sociali da innovare non erano né quelle «hegeliane», né quelle «rousseauiane» (i suoi due bersagli), ma erano le strutture del periodo fascista, di cui sarebbe valsa la pena accertare la natura e i caratteri. Le ragioni di tutto ciò possono essere diverse: una certa qual mimetizzazione dei comunisti, l ’ usuale frammentarietà delle impostazioni socialiste, confermata nella specie dal fatto che i socialisti stavano contestualmente imponendo il 2° com ma dell ’ art. 3, senza tuttavia trasferirne né le premesse, né le implicazioni nel dibattito sull ’ art. 2; la cultura, infine, dei co stituenti, che li portava a incontrarsi e a scontrarsi sul terreno dei grandi principi ideali, piuttosto che a misurarsi nell ’ analisi e nella valutazione dei fatti. Una cosa è certa: il fatto che sulla norma-chiave in tema di ruolo degli interessi sociali, si sia soltanto giocato di rimessa ri spetto alle impostazioni e ai progetti fervidamente sostenuti dai cattolici, non è rimasto senza conseguenze. In primo luogo, gli stessi cattolici hanno acquisito un solido retroterra per sostene re le prerogative, a loro avviso irrinunciabili, delle «formazioni sociali» a cui tenevano di più, la Chiesa, la scuola privata, la famiglia. E ben vero che nelle discussioni partitamente dedicate a ciascuno di tali argomenti, le obiezioni alle loro tesi incontra rono ostacoli rivelatisi in qualche caso insuperabili. Rimaneva tuttavia l ’ art. 2, che, in un clima adatto, poteva sempre favori re l ’ interpretazione delle norme di specie più coerente con il mondo (originario) di cui esso era espressione. In secondo luo go — ed è quanto più interessa in questa sede — per le altre for mazioni sociali l ’ art. 2 rimaneva molto indeterminato e nasceva slegato, sia dal contesto della Costituzione, sia dalla realtà dei fatti. I suoi padri democristiani, infatti, non avevano gran che maturato, nel corso dei lavori d ’ ^Assemblea, il bagaglio di cui li aveva forniti il dibattito svoltosi in precedenza nella loro area culturale. Come già era accaduto in quel dibattito, perciò, essi avevano le idee chiare ed univoche soltanto su Chiesa, famiglia e scuola, ma per il resto erano insieme confusi e divisi. Erano confusi, perché parlavano di categorie professionali e di «co munità di lavoro», senza mai andare oltre le allusioni generi che. Erano divisi, perché rimaneva aperta, fra loro, la questio ne del rapporto con lo Stato: alcuni applicavano allo stesso campo economico-sociale il principio del garantismo dallo Sta to e della funzione necessariamente sussidiaria di questo, men tre altri (Costantino Mortati in testa) avevano una visione, se si vuole organicistica, ma certo diversa. In base ad essa, le forma zioni sociali dovevano intrecciare rapporti con lo Stato, per far acquisire dimestichezza ai loro componenti con l ’ interesse ge nerale e per consentire a questo di influenzare gli interessi parti colari. Ci fu, insomma, un modello fortemente sostenuto, ma pie no ancora di ambivalenze e punti oscuri e non ci furono, su di

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