Problemi della transizione 1979

Politico e sociale in Italia

esso, gli approfondimenti e i confronti che potevano servire, non solo a cambiarlo, ma anche a metterne a fuoco e a svilup parne le eventuali potenzialità. La disciplina generale degli in teressi sociali, a differenza di altre parti della Costituzione, non venne affidata al futuro con una sua compiutezza, che la na scente Repubblica aveva la sola responsabilità di attuare o non attuare. Rimase invece indefinita, affidando al futuro i chiari menti e gli svolgimenti che erano mancati. Secondo una diffusa opinione, per buona parte del tren tennio seguito alla Costituzione, la società italiana non si è arti colata nel ricco tessuto di formazioni intermedie che l ’ art. 2 aveva progettato. Ci sono stati soltanto i partiti e i sindacati, anzi, dato il ruolo non marginale, ma certo minore giocato da questi ultimi sino agli anni ’ 60, sono stati i partiti a monopoliz zare, o quasi, l ’ aggregazione degli interessi sociali e a far da ponte con le istituzioni. Solo in un secondo tempo la società si sarebbe messa in proprio, valorizzando il sindacato ed altri, nuovi organismi ed arrivando di conseguenza a contestare l ’ ec cesso di potere partitico. Questo genere di ricostruzione, che vede consolidarsi nella fase post-costituente uno «Stato di partiti» e, più ampiamente, un sistema dominato dalla partitocrazia, ha diversi argomenti a proprio favore. Sul versante statale, è noto che ancor prima della Costitu zione l ’ esistenza stessa dello Stato e il suo funzionamento erano stati assicurati dai partiti, autori delle principali decisioni e supporto essenziale degli organi che le traducevano in atti for mali. Ciò aveva dato agli stessi partiti una forza e una legitti mazione che erano destinate a penetrare nel nuovo ordinamen to e a deformarne le regole di funzionamento, adattandole a una realtà di fatto, che esso solo in parte aveva recepito. Sul versante poi del rapporto fra i partiti e gli interessi sociali, è ve ro che, soprattutto nei primi anni, questi ultimi erano in più ca si carenti di soggettivazione propria e si presentavano quindi allo stato diffuso, disorganizzato. I disoccupati, i senza-casa, gli inquilini, una parte degli stessi impiegati pubblici erano por tatori di esigenze, che non manifestavano in forme autonome e le cui modalità di appagamento non erano in condizione, né di proporre, né di discutere. In un contesto sociale ancora larga mente magmatico, perciò, i partiti, con le loro strutture orga nizzative, divenivano gli interpreti naturali di interessi del gene re e ne erano interpreti relativamente liberi, perché privi di ri scontri e contestazioni che non fossero quelli elettorali (dove, tuttavia, gli argomenti in gioco erano sempre molteplici). Se tutto questo spiega, e giustifica, l ’ idea di un sistema a dominanza partitica, c ’ è da chiedersi se l ’ idea stessa — ancor ché fondata — non pecchi tuttavia di unilateralità e non ignori una serie di elementi che in parte la contraddicono. La società italiana, infatti, non era del tutto disorganizzata e costretta ad affidarsi per intero alla voce che i partiti le davano. C ’ erano in teressi organizzati e c ’ erano interessi direttamente rappresentati nelle istituzioni pubbliche, entro le quali concorrevano essi stessi a definire, e a volte a decidere, i propri appagamenti. Per dar prova di questo, non c ’ è bisogno di condividere le visioni cospirativo-manichee dei sistemi sociali, che ritengono un asserto dimostrato a priori la contiguità degli interessi do

3. Il primo ventennio repubblicano: dominan za del «politico» o inva denza del «sociale»?

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