Problemi della transizione 1979
Politico e sociale in Italia
candidati, con membri designati dai sindacati maggiormente rappresentativi, con rappresentanti, a volte, degli enti locali. Si deve completare l ’ ordinamento regionale e locale e si in cludono, fra quelle da trasferire, le funzioni di una serie di enti a carattere nazionale. Sono gli enti della famosa tabella B del D.P.R. n. 616, un ’ autentica mappa dell ’ Italia delle micro-cor porazioni, ciascuna col suo riconoscimento giuridico, il suo contributo a fondo perduto, la sua istituzionale e garantita pre senza nelle sedi in cui quel contributo viene deciso. Taluni la smantellano a malincuore, perché nei decenni sono ovviamente cresciute le cointeressenze, altri sono recisi ed altri cauti, per il timore delle conseguenze sul terreno del consenso. Certo si è che si tratta di un ’ Italia difficile da difendere di fronte a quella delle Regioni e degli enti locali: non evoca né l ’ immagine delle formazioni sociali che vivono la loro vita ai sensi del (solo) art. 2, né quella delle formazioni sociali che partecipano alla solu zione dei problemi collettivi, ai sensi del combinato disposto dagli artt. 2 e 3. La stessa Costituzione, insomma, sembra esse re tutta dall ’ altra parte ed è in nome suo che ci si batte perché Regioni ed enti locali assorbano le funzioni degli enti tabellari e minino così l ’ esistenza di questi. Eppure, i motivi di perplessità non dovrebbero mancare, e non solo da parte dei fautori del vecchio ordine. Di fatto, in nome del sociale e in nome della partecipazione, sia pure non corporativa, si sta estendendo e rinsaldando il potere partitico sulla società: è questo — comun que lo si giudichi — il significato dei trasferimenti di funzioni ora ricordati ed è questo il significato delle ipotesi prima riferite per gli organi di governo di settore: chi, se non i partiti, è in grado infatti di gestire elezioni in cui il professore di qualunque disciplina vota per il professore di qualunque disciplina? Certo, il vecchio ordine è un ’ impenetrabile boscaglia di in teressi particolaristici, chiusi nella propria, gelosissima autodi fesa. Ma è questa l ’ unica risposta e quali possono essere le sue conseguenze? Il dibattito ideologico, apertosi nel frattempo, fra fautori del primato delle assemblee elettive e fautori dell ’ au togestione e del controllo sociale, non dovrebbe fornire, ad opera evidentemente di questi ultimi, indicazioni diverse? Siamo tornati così al punto dal quale eravamo partiti, al dilemma di Montesquieu: monarchia o repubblica, potere poli tico che si lascia filtrare da corpi intermedi, ovvero sradicamen to di questi ultimi, quando non esprimano essi stessi comunità che parlano ed agiscono attraverso organi politico-partitici? E qual è il segno di ciascuna delle due ipotesi, progressista, con servatore, ambivalente? Una risposta sicura a queste domande non ci può venire dalla comune convinzione che c ’ è ben poco da salvare nei corpi intermedi, o meglio negli organismi espressivi del «sociale», a cui, nel concreto della nostra esperienza, si cerca di sostituire o enti o organismi espressivi piuttosto del «politico». Rimane in fatti da chiedersi se una tale sostituzione, mitigata soltanto dal lo spazio che si tende a riservare alle rappresentanze sindacali, non operi come un defoliante e non dia luogo essa stessa a delle strutturali deformazioni particolaristiche. Al fondo c ’ è pur sempre l ’ idea che siano i partiti, e chi è scelto da loro, i portato ri più adeguati dell ’ interesse generale e che sia il loro pluralismo l ’ unica canalizzazione che serve per nutrire un tale interesse di
5. Attualità del dilem ma di Montesquieu
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