Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
cambiavano gli stessi criteri organizzativi e la gestione veniva affidata insieme agli erogatori e agli utenti, consentendo così a questi ultimi, sia pure nei limiti imposti dalla libertà d ’ insegna mento e dai perduranti vincoli burocratici, di far pesare i pro pri orientamenti, anche di tipo culturale. Che ciò abbia consentito per l ’ appunto ai cattolici di guar dare con rinnovato interesse alla scuola pubblica, è una pura ovvietà. Certo si è che al loro interesse — e all ’ impegno con cui la Democrazia Cristiana ha voluto delimitare ai soli utenti (stu denti e genitori) i nuovi co-partecipi alla gestione — si sono contrapposti atteggiamenti critici, che hanno messo in discus sione la stessa idea di «comunità scolastica». Che cos ’ è — si è detto — questa comunità, è un mondo separato in cui i prota gonisti della vita scolastica gestiscono se medesimi in funzione dei propri interessi e ignorando tutto il resto, la realtà economi ca, il contesto territoriale etc.? Non è quindi, in quanto «scola stica», una comunità corporativa che ricalca, per ciò stesso, i vecchi modelli? La critica è venuta da più parti e, nel formular la, i più drastici, ma anche i più coerenti, sono stati coloro che hanno esplicitato la premessa dalla quale partivano: non c ’ è partecipazione — hanno detto costoro — se non attraverso gli enti esponenziali delle popolazioni, perché solo così si parteci pa come «cittadini» e non in base ai diversi status particolari stici di cui si può essere investiti. La premessa era chiara e tali erano anche le sue implicazio ni. Per la scuola si sarebbe dovuto, o affidarla in toto alla ge stione dei comuni (anzi, dei consigli comunali e di circoscrizio ne), ovvero, mantenendo lo schema degli organi scolastici, far vi eleggere i rappresentanti non dei genitori, ma dei cittadini. Al di là della scuola, c ’ era una vigorosa rivendicazione del pri mato della politica, identificata con le istituzioni politico-parti tiche, che si avvaleva della diffusa disistima nei confronti del vecchio sociale, per dire a quello nuovo che il suo vero stru mento erano appunto tali istituzioni: se esso era portatore di domande generali, se tali domande non avevano trovato rispo sta in un assetto che aveva privilegiato le istituzioni corporati ve, l ’ unico modo di soddisfarle era quello di affidarle al Parla mento, alla Regione, al Comune; ovvero anche ad organi di go verno settoriale, ma composti con rappresentanze non corpo rative. Chiusa la vicenda scolastica, sono numerose le occasioni di confronto e in esse, che offrono regolarmente come bersaglio il vecchio sociale e la sua organizzazione, è solo questa posizio ne che riesce a farsi valere come interlocutore innovativo. Si de vono riformare o costituire gli organi collegiali che provvedono al governo universitario, a quello della ricerca scientifica, alla gestione tecnica del settore sanitario. Nella tradizione si tratta di organi a rappresentanza corporativa, con professori di dirit to che eleggono professori di diritto, veterinari che eleggono veterinari e così via. I sostenitori del primato della politica ve dono in ciò la matrice del particolarismo e propongono formu le diverse, che, senza escludere dall ’ elettorato passivo né giuri sti né veterinari, li facciano tuttavia esprimere da corpi eletto rali non suddivisi per discipline e li affianchino inoltre con un altro genere di «sociale», quello degli interessi esterni. Di qui le ipotesi di organi di governo di settore (o di alta consulenza di settore) a rappresentanza mista, con gli addetti ai lavori eletti però da un elettorato che non ha più la conoscenza diretta dei
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