Problemi della transizione 1979

Politico e sociale in Italia

le organizzazioni politiche, certo si è che tali tendenze non sem brano idonee a risolvere i problemi posti dalla marcescenza del vecchio sociale (peraltro ancora vigoroso e per nulla sconfitto) e dall ’ inquieta esplosione del nuovo. In tutto questo c ’ è un filone che sta languendo, quello che si era aperto con gli organi scolastici e che rappresenterebbe forse, al di là della stessa scuola, l ’ unica terza via sulla quale si potrebbe utilmente lavorare. Per farlo, occorre però abbando nare la premessa sulla quale si attestano i fautori della «repub blica», quella secondo cui solo le sedi politico-partitiche e solo quelle in cui si è presenti come «cittadini», o come rappresen tanti dei medesimi, sono in grado di effettuare confronti e sin tesi di carattere politico, rispondenti cioè ad interessi generali. Una tale capacità può essere anche ricercata in formazioni so ciali, in comunità nelle quali si è presenti come genitori, come utenti, come professori di diritto e come veterinari, a condizio ne che si tratti di comunità nelle quali si esercitano responsabi lità trasparenti, non poteri arbitrari né diritti privilegiati di pre tesa e di pressione per l ’ accaparramento delle risorse collettive. E questa la direzione in cui va la posizione favorevole al governo comunitario che, maturata in sede di dibattito ideolo gico e di riflessione teorica, ha avuto il torto sinora di non uscirne abbastanza e di lasciare così campo libero allo scontro fra la difesa del vecchio ordine corporativo e l ’ avanzata della repubblica partitica. Essa prefigura un assetto fortemente inno vativo, che tuttavia si riallaccia a tradizioni ben presenti nella cultura che abbiamo alle spalle. E un assetto che non coincide con quello arcaizzante a cui pensava La Pira, quando disegnava formazioni sociali, che lo Stato doveva solo coordinare e inte grare, ma ha con esso un sottofondo comune, nel quale varreb be la pena di scavare. Altrettanto evidente, anche se parziale, è la derivazione delle idee di articolata (e un po ’ meccanica) de mocrazia economica, che la cultura socialista aveva elaborato prima della Costituente, facendole poi valere in essa con in comprensibile frammentarietà e parsimonia. Che cos ’ è che lega fra loro queste diverse impostazioni? È l ’ idea che le istituzioni politico-partitiche, per quanto aperte e pluralistiche, saranno sempre insufficienti a contenere le artico lazioni sociali e a rappresentarle senza deformazioni, dettate dai propri, connaturati interessi; è l ’ idea che il potere trasfor matore ha bisogno, insieme, dello stimolo e del freno che pos sono venire soltanto da una società che si ramifica in autono mie non pre-politiche, ma certo pre-partitiche; è l ’ idea che la distinzione fra Stato e società civile non è la perfida invenzione di un potere nemico che si chiude nello Stato per non farsi rag giungere, ma la premessa necessaria per costruire sistemi che non soffochino i conflitti sostenendo di averne eliminato le cause. C ’ è dunque un patrimonio comune, che tale rimane nono stante non lo si fosse sufficientemente approfondito ai tempi dell ’ Assemblea Costituente e nonostante siano intervenuti da allora una serie di mutamenti nell ’ assetto sociale e nei problemi di governo. La fecondità di queste idee è infatti non smentita, ma confermata dalla difficoltà, emersa negli ultimi anni e che pare oggi insuperabile, di fronteggiare quello che si è preso a chiamare «eccesso» di domande sociali. A parte le soluzioni autoritarie, c ’ è un modo di risolvere il problema che non sia quello di decentrare il più possibile le risposte, all ’ interno della

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