Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Il contributo che in questo senso può venire da una realtà come quella dell ’ Emilia-Romagna può essere determinante sia in senso negativo che positivo. Se prevalesse una sorta di rifiuto della tematica di «liberazione» in tutti i suoi aspetti (sia pubbli ci che privati) contrabbandando la tesi che questo problema non esiste in Emilia-Romagna perché le donne sono, più che al trove, emancipate, politicizzate, hanno un loro pezzo di storia nella storia collettiva, hanno i più alti tassi di occupazione ecc., il ruolo che noi svolgeremmo sarebbe, oltre che di retroguar dia, ambiguo, contraddittorio rispetto alle nostre stesse esigen ze e problemi. Se invece, proprio partendo dal maggior livello di emancipazione delle donne, ci sforzeremo di affrontare — così come i movimenti femministi hanno posto — le contraddi zioni esistenti non solo nell ’ organizzazione sociale ma in quella familiare, non solo gli aspetti relativi al lavoro ma quelli relati vi alla sessualità, noi saremo in grado da una parte di svolgere un preciso ruolo di avanguardia rispetto all ’ avvio a soluzione della contraddizione tra i sessi e, dall ’ altra, di affrontare pro blemi come quello della disoccupazione femminile, presenti an che nel nostro territorio, da un punto di vista non meramente quantitativo ma qualitativo. b3) Alcuni nodi di fondo che gli atteggiamenti dei giovani pongono vanno affrontati senza schemi ideologici, senza inutili drammatizzazioni, abbandonando la difesa rigida di valori considerati «sacri». Ci riferiamo ad esempio alla effettiva crisi di valore del lavoro manuale in generale e del lavoro operaio in particolare. Dobbiamo renderci conto che è profondamente mutata, anche ma non solo come conseguenza della scolarizza zione di massa, la scala dei valori sociali e che, all ’ interno di questi valori, il lavoro subordinato ha minore rilevanza che nel passato. Questo non significa che occorre voltare pagina, che occorre abbandonare la centralità operaia: dalle lotte del 1968- 69 è uscito infatti un modello organizzativo fondato sulla con siderazione del lavoro umano come lavoro sociale, e quindi ca pace di autoregolarsi nel rapporto con le tecnologie e capace di convalidare le scelte organizzative dell ’ impresa soltanto in un processo di continua partecipazione alle e delle decisioni. Questa «discrezionalità operaia», incompatibile con la concezione tayloristica, è oggi l ’ elemento politico che occorre rilanciare per restituire valore al lavoro operaio. Dobbiamo quindi avere la capacità di rimettere in discussione il taylorismo (oggi non a caso riproposto dal padronato come se fosse l ’ unico modo di produrre e di garantire la «governabilità» dell ’ impre sa) non solo nelle lotte sindacali ma come tematica generale culturale-politica, partendo anche da una serie di dati nuovi, dal fatto che in fabbrica devono entrarci i giovani (questi giova ni scolarizzatile le donne (queste donne che hanno messo pro fondamente in discussione il loro tradizionale ruolo sociale). Ciò significa non solo costruire un diverso rapporto tra lavoro e scuola ma tra lavoro e vita; nel senso che la professionalità non può essere considerata soltanto un fatto tecnico, non è sol tanto l ’ acquisizione di una serie di capacità che consentono di lavorare e di produrre meglio; professionalità è oggi sapere per ché si lavora e per quale tipo di vita. Anche la questione della durata del lavoro va affrontata in questi termini nuovi, nel senso che propone non tanto una «fu ga» dal lavoro ma la esigenza di un tempo di libertà da poter utilizzare per attività creative e liberamente scelte. In questo

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