Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
misura che l ’ osservazione procede dagli anelli più forti a quelli più deboli, e soprattutto non coglie la specificità di paesi, come l ’ Italia, che si collocano negli anelli intermedi della catena. Il fatto di sedere al tavolo dei sette paesi più industrializza ti dell ’ occidente ci riempie di legittimo orgoglio. Abbiamo an che il travoltismo, il problema della droga, il rifugio nel priva to, il rifiuto del lavoro. Qualcuno si è persino rallegrato dell ’ as senteismo (qualche punto in meno) alle ultime elezioni politi che, che ci fa progredire verso i livelli dei paesi ancor più indu strializzati: la meta è il cinquanta per cento dei votanti alle ele zioni americane? Ma poi si deve deprecare l ’ ostinata conflittua lità del nostro sistema di relazioni industriali, e guardare alla presenza, nel paese, di un forte partito comunista come ad una sorta di calamità naturale, che ci impedisce — come lamenta Bobbio — di adottare il modello politico dell ’ alternanza, il solo capace di mediare i conflitti sociali nelle società industriali avanzate. Ma ci si interroga sulle ragioni della persistente pas sione politica degli italiani? E la conflittualità del nostro sinda cato, la presenza di un partito attraverso il quale la classe ope raia osa ancora proclamarsi classe egemone, portatrice di inte resse generale, sono meri accidenti che turbano solo tempora neamente l ’ armonia del modello? o non sono, piuttosto, la pro va che il modello è sbagliato? Non si è sfiorati dal sospetto che la non completa «omogeneizzazione» del nostro paese rispetto ai prototipi dei paesi industrialmente «più avanzati» — in una parola, il «caso italiano» — abbia radici profonde, strutturali? Ragioniamo su un ’ altra ipotesi: diciamo che non ci sono solo anelli forti (paesi industrializzati o a capitalismo maturo) e anelli deboli (paesi del sottosviluppo del Terzo e del Quarto mondo): diciamo che esistono, con una loro specificità, anche anelli intermedi del capitalismo. E allora potremo davvero cer care di capire il «caso italiano»; e potremo comprendere anche altre cose: perché, ad esempio, i laburisti inglesi siano, come partito e come sindacato, di tutt ’ altra pasta dai socialdemocra tici tedesco-federali; perché l ’ «anomalia» della presenza di un partito comunista esista, oltre che in Italia, anche in Francia e in Spagna. Ma altre cose ancora dobbiamo comprendere, cose che non si piegano al supermodello delle società industriali avanza te e, anzi, che marciano in senso del tutto inverso rispetto ai processi di «omogeneizzazione» predicati dal supermodello. Mi limito, per ora, ad indicarli soltanto: il tendenziale declino del pluralismo americano e la progressiva canalizzazione delle istanze sociali emarginate — proprio come nei paesi «meno» industrializzati — all ’ interno dei partiti politici; rincalzante au mento, sempre negli Stati Uniti, della spesa pubblica e la dilata zione degli apparati di economia pubblica; la progressiva con trazione dell ’ azionariato popolare, che fu vanto della società americana, e la contemporanea concentrazione dei capitali in dustriali, proprio come da noi, in capo alle istituzioni. E allora c ’ è materia di domandarsi se i processi di omoge neizzazione procedano — come Stame continua a ripetere — dagli anelli forti verso gli anelli deboli del capitalismo o non, piuttosto, in senso inverso: se il particolare e il diverso degli anelli intermedi sia solo un residuo del passato in via di liquida zione o non sia, piuttosto, la punta più avanzata di un processo storico destinato a investire l ’ intero Occidente. C ’ è, soprattut to, da interrogarsi sulla «legge» che governa questi processi; e
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