Problemi della transizione 1979
Il più e il meno industrialmente avanzato
ne che i sottostanti sistemi economici sono tutti — salvo il «più» e il «meno» — sistemi industriali «avanzati» o a «capita lismo maturo», giacché essi non sono (o si vuole accogliere an cora la finzione della concorrenza perfetta?) sistemi capitalistici in serie o in parallelo, ma sono sistemi capitalistici in scala o a catena, disposti in successione fra loro proprio in ragione del «più» o del «meno avanzato». Ecco dove cade la pretesa del modello universale: non si considera che ciascun sistema di re lazioni industriali è il sistema di un «anello» del capitalismo, ed ha una strategica ragion d ’ essere nella collocazione. Il modello unico, che si pretende di costruire per tutti i paesi industriali avanzati, fra i quali il nostro, è il modello co siddetto neocorporativo: il suo comun denominatore, nei di versi paesi dell ’ occidente, è una classe operaia che non agisce come forza rivoluzionaria, portatrice di un interesse universale, ma agisce come gruppo consumatore, portatore di un interesse particolare; una classe operaia che non si oppone al sistema, ma si integra nel sistema; che non combatte il potere, ma con corre nell ’ esercizio del potere. Alla base di questo modello c ’ è un più vasto piano culturale — o un supermodello — che mira, deliberatamente, alla «omogeneizzazione», in ogni ambito, delle società industriali avanzate: nell ’ ambito politico, dove il sottomodello proposto è l ’ alternanza; nell ’ ambito sociale, dove alla «dicotomia» della lotta di classe si sostituisce la complessi tà dell ’ antagonismo sociale, il pluralismo conflittuale fra anti chi (la classe operaia) e nuovi gruppi portatori di bisogni (i di soccupati, le donne, gli emarginati, i giovani). Sarebbe arbitrario qualificarlo solo come il piano di forze culturali conservatrici o moderate; e sarebbe riduttivo, quanto al proposto sottomodello di relazioni industriali, parlare di pia no culturale solidale alla pretesa tedesco-federale di generaliz zazione in Europa (attraverso le direttive Cee) del sistema di cogestione. Il piano nasce anche da un ’ area di segno politico e ideale di sinistra, si nutre di una filosofia del capitalismo della quale non è difficile rintracciare matrici marxiste, c ’ è una visio ne semplificata del mondo capitalistico che non ci è estranea: una sorta di sua concezione dualistica, che vuole il mondo capi talista diviso, drasticamente, in paesi sviluppati da un lato e paesi del sottosviluppo dall ’ altro. Le matrici culturali sono, a volerne individuare un esempio emblematico, nel pensiero di marxisti americani, come Baran e Sweezy. Nell ’ ormai classico Capitale monopolistico è il giudizio che le forze rivoluzionarie capaci di combattere efficacemente il capitalismo sono soltanto quelle che agiscono nei paesi del Terzo mondo, ossia negli anel li più deboli dell ’ economia capitalistica, dove la legge di caduta tendenziale del saggio di profitto manifesta i suoi effetti ultimi, senza possibilità di ulteriore traslazione; mentre nei paesi svi luppati la classe operaia si sarebbe tramutata, da classe sfrutta ta, in gruppo di consumatori, organizzato solo per partecipare alla spartizione della torta. E un giudizio che si spiega per lo specifico campo d ’ osser vazione di questi marxisti, che è l ’ anello più forte del capitali smo odierno: là è vero che il conflitto di classe non si pone all ’ interno del paese, ma si pone fra quel paese, complessiva mente considerato, ed il resto del mondo; là è altrettanto vero che, all ’ interno del paese, altra politica «di sinistra» non è con cepibile se non quella rivolta a garantire uno status ai gruppi non ancora garantiti. Ma è un giudizio che perde di validità a
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