Problemi della transizione 1979
L ’ urbanistica italiana
tendevano rischiavano di andare in galera (l ’ accusa era quella di concussione). E i vincoli ambientali e storico-artistici si pos sono applicare: non sono più un lusso cóme quando si doveva no risarcire i proprietari delle zone vincolate. Fino a poco tem po fa porre un vincolo era l ’ equivalente di una causa, di un pro cesso al Consiglio di Stato, di un «ricorso», magari al Presiden te della Repubblica. Anche sull ’ edilizia popolare non esibiamo la solita dema gogia. Ne è stata fatta poca, pochissima rispetto a qualsiasi al tro paese capitalistico, ma le case sono state costruite, e molte; il disegno della Democrazia Cristiana — «la casa in proprietà» al posto della «casa come servizio sociale» — è stato in gran parte attuato. E, ad attuarlo, anche la sinistra ha contribuito, nei limiti non sempre ristretti delle cooperative edificatrici, nei limiti di un ’ ispirazione favorita e condivisa; se le percentuali di coloro che oggi hanno un alloggio in affitto si sono capovolte rispetto ai primi censimenti del dopoguerra, un merito, non piccolo, lo si deve attribuire all ’ elaborazione politica dei parti ti, espressione della classe operaia. La stessa proposta legislati va del «risparmio casa» (qualsiasi legge sul risparmio casa) è destinata a far aumentare il numero di proprietari! Infine, e sempre schematicamente, non si dia la colpa degli sfratti alla legge sull ’ equo canone; le analisi siano più appropriate, i giudi zi siano più conseguenti a una valutazione (e a una autocritica) complessiva dei fenomeni (quale, ad esempio, la fine del merca to dell ’ affitto), non sempre registrati con la dovuta tempestività e non sempre combattuti con la dovuta incisività. Per non par lare poi dei ritaidi (solo regionali?) per dare concretezza alla legge relativa alle deleghe dei poteri agli enti territoriali, e per tacere del silenzio (anche della sinistra) sull ’ uso non sempre corrispondente ai fini istituzionali dell ’ edilizia residenziale pub blica. Nessun cinico «chi è causa del suo mal pianga se stesso» e tanto meno l ’ «agiografia» delle conquiste legislative ottenute, parziali quanto ancora inadeguate; inadeguate anche a risolve re in tempi brevi guasti e disastri compiuti in decenni di malgo verno, in anni e anni di «trionfo» della speculazione edilizia. Non si può certo dimenticare il «quadro impressionante» delle distruzioni cui hanno sottoposto il patrimonio storico, ambien tale e naturale di questo che fu il «Bel Paese». E non si può di menticare tutto il resto, dall ’ inquinamento delle coste alla de vastazione delle città. Non si possono dimenticare le responsa bilità reali che condizionano e continueranno a condizionare chissà per quanto tempo ancora il nostro ambiente. Con ciò, le nuove prospettive ci dovrebbero rendere un po ’ più ottimisti, invece le perplessità permangono, l ’ inquitudine continua. Non si è affetti da catastrofismo, ma, pur con tutta la buona volon tà, non si scorgono i segni di un diverso, veramente «altro» as setto del territorio. Colpa delle leggi, allora? O, meglio, ci sia mo sbagliati quando abbiamo posto la nostra attenzione e ab biamo indirizzato la nostra lotta per dare avvio a proposte di riforma? Aveva ragione chi ci accusava di capitolazione? Non quelle, ma altre erano le leggi che dovevamo rivendicare? E quali? Come sarebbe comodo, a questo punto, dar la colpa, co me nei più classici feuilleton, ai tecnici professionisti! Ai lottiz zati. Spifferare le meschinità e i raggiri, le contorsioni ideologi che che hanno fatto pur di avere quell ’ incarico, pur di far parte di quella «lottizzazione». Ripetere le accuse che hanno rivolto,
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