Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
guarda a caso, a quelle amministrazioni pubbliche che utilizza no i propri uffici tecnici ... Siamo onesti. Lottizzati o meno, i risultati finali non sarebbero stati molto diversi. Ci sarebbe for se più chiarezza ideologica. Alcune questioni non continuereb bero a essere oggetto di sterili diatribe, però il quadro di riferi mento sarebbe cambiato? Riforme parziali o radicali, malandrino «staff» professio nale o ufficio tecnico pubblico, le stesse nuove giunte e anche quelle da sempre di sinistra modificano o consolidano l ’ orienta mento di fondo, l ’ implicita ed esplicita volontà di continuare il manifestarsi dell ’ espansione? L ’ obiettivo è, o no, quello dello «sviluppo», ovunque e dovunque, deH ’ allargamento, della cre scita dell ’ urbano? Un ’ espansione razionale, certo; purché sia espansione tut te le teorie sono valide. E anche tutte le critiche; quel che conta non sono i mezzi, bensì le finalità. Nasce così l ’ urbanistica con temporanea quale «scienza» per consentire al progresso (allora si diceva) e allo sviluppo (si continua a dire) industriale e urba no di potersi manifestare per il raggiungimento del «benessere» collettivo. Si forma e si radicalizza il convincimento che solo l ’ espansione e la produzione — lo sviluppo — formeranno un avvenire luminoso, senza ingiustizie e senza emarginazioni, senza sfruttati. Lo sviluppo per ora ha provocato squilibri che sembrano insanabili? ha determinato congestioni che sembrano infernali? ha distrutto «valori» che sembrano insostituibili? Non bisogna preoccuaparsi: la «nuova» scienza urbana e le confraternite professionali risolveranno tutto. Gli squilibri territoriali? Non esisteranno più se e in quan to si attueranno piani di «riequilibrio». Elementare. Basta in centivare le zone depresse e queste non saranno più tali: un po ’ di industrie, qualche superstrada possibilmente « trans «-regio nale, molta nuova edilizia e il miracolo è assicurato. Essendo poi queste zone depresse quelle maggiormente salvaguardate dal punto di vista dell ’ ambiente naturale, oltre agli ingredienti principali si può sempre aggiungere (o, se si preferisce, ante porre) qualche parco con relativa zona turistica. Più la zona è depressa, maggiori sono le «vocazioni». In un caso recente è stato proposto contemporaneamente (e forse in parte è già sta to realizzato): l ’ insediamento di industrie nocive trasferite da una zona «opulenta» da disinquinare; l ’ insediamento di altre nuove industrie; una centrale termoelettrica, tanto, si è detto, c ’ è un grande fiume in cui scaricare l ’ acqua calda (42°) di risul ta; un insediamento turistico (di massa, naturalmente); un par co naturale, è ovvio, polivalente, in cui possano sistemarsi zoo safari ... Chi più ne ha più ne metta: non è una zona depressa? La congestione, poi, non è un problema. Dall ’ urbanesimo a oggi non lo è mai stato, specie per le questioni di traffico. Ieri era sufficiente «schiantare e sventrare» intere zone di interesse storico, oggi ci sono gli assi di penetrazione, le sopraelevate e le «sussidiarie». E se il caos continua ... pazienza, domani ci sa ranno altre proposte, altri sistemi. Le amministrazioni pubbli che preferiscono spendere miliardi per le «infrastrutture» stra dali piuttosto che per le «strutture» librarie e museografiche. La ricerca, in quel settore, è fra le più avanzate; perché porre dei limiti alla tecnica e alla scienza? I cosiddetti «valori», infine — l ’ identità storica (che nel suo insieme è l ’ ambiente costruito e no, è la città e il suo territo
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