Problemi della transizione 1979
PROBLÈMI DELLA TRANSIZIONE
manutenzione e il restauro, l ’ altra consente invece l ’ «ammoder namento» mediante interventi corrispondenti alle cosiddette esigenze della «vita moderna». Ed è quest ’ ultima la tesi vincen te in quanto giustifica e permette il manifestarsi della continui tà dello sviluppo. Di uno sviluppo, naturalmente, demolitorio, distruttivo in quanto alterante il bene culturale. Di uno svilup po-distruzione inteso esso stesso quale «bene» proprio perché di grande valore economico e produttivo. Proprio perché espressione dello sviluppo. Al posto della vecchia fornace, della casa obsoleta, del paesaggio sempre uguale a se stesso, sorge ranno le nuove o adattate costruzioni, le quali, grazie alla tec nica e all ’ Arte, saranno domani sicuramente oggetto di nuova contemplazione ... intanto oggi sono l ’ effetto di un buon gua dagno, di un intervento non «mortificante» l ’ economia e la scienza. Al posto del tessuto storico, sommatoria di interventi artigianali e artistici, si inseriranno le «moderne» tecnologie, demolitrici per definizione delle testimonianze della cultura materiale, e i nuovi inserimenti — dissonanti o mimetizzati con le forme del passato — esprimeranno ancora una volta il «no stro tempo» e, cioè, garantiranno la continuità dei criteri inne scati con l ’ urbanesimo. Sarà il progettista ad assicurare il risul tato estetico garantendo comunque lo sviluppo ... Del resto anche le «mode» progettuali, per garantire lo sviluppo (o il sottosviluppo?), sono da sempre tese a ottenere lo stesso risultato; e qui l ’ elenco sarebbe lungo; è sufficiente ri cordare alcuni periodi salienti: quello dei quartieri-satelliti au tosufficienti, che altro non erano che quartieri dormitorio; quello del decentramento di tutto e di tutti che altro non era che la trasformazione di aree fortemente urbanizzate in zone per insediamenti altamente speculativi (uffici, residenze di lus so, ecc.); quello dei centri direzionali, commerciali, ecc., che altro non era che l ’ ulteriore urbanizzazione di suolo agricolo; l ’ ulteriore assicurazione della continuità dello sviluppo. L ’ ulti ma «rivoluzionaria» proposta del riequilibrio sposta il luogo degli interventi senza incidere sul processo produttivo, anzi, lo incrementa, offrendo un ambiente non condizionato dalla con gestione. E il riequilibrio in cosa si differenzia dal decentra mento, dai piani settoriali, dalle vecchie e fallimentari propo ste? Il «sistema» e i progettisti, le leggi e gli orientamenti posso no, debbono essere criticati, ma non possono essere confusi con le cause specifiche del malessere urbano e di quel tormento che, a parte gli operatori del settore, investe e non poco tutti i cittadini. L ’ attuale condizione urbana interessa gli sfrattati e gli emarginati, ma interessa anche gli altri, tutti gli altri che l ’ allar gamento urbano rende sempre più marginali, indipendente mente dal luogo in cui abitano. Marginali perché il cambia mento, le trasformazioni e le ristrutturazioni continue incidono negativamente sulla loro condizione. La sottrazione sistematica dei punti salienti della memoria storica, per non dire delle altre sottrazioni, non può compensarsi con la deviante ideologia del lo sviluppo costi quel che costi. Consapevolmente o meno ci si rende conto di essere l ’ oggetto e non il soggetto di queste muta zioni; ci si rende conto che il tanto paventato sfruttamento del territorio è anche e soprattutto sfruttamento di chi abita nel territorio. Il giorno in cui un abitante del centro è costretto ad andare in periferia, magari fuori dal confine della sua città, perché dove c ’ è la sua casa ci deve andare una banca, è difficile dimostrare che il suo sacrificio è un contributo alla «crescita».
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