Problemi della transizione 1979

L ’ urbanistica italiana

programmatico-progettuali si può far coesistere una cosa e il suo contrario — dallo sviluppo turistico all ’ inquinamento — nella realtà questa coesistenza significa la rinuncia di una com ponente. Questa componente di solito è'quella non immediata mente monetizzabile: è la componente, per così dire, spirituale. Osservare un paesaggio è spiritualmente gratificante, ma è an che economicamente vantaggioso se questo stesso «paesaggio» viene utilizzato quale terreno edificabilc. Insieme le due cose si possono ottenere perché si elidono a vicenda, e così si sceglie di eliminare l ’ elemento «contemplativo». Gli esempi sono infiniti, dal paesaggio si può passare all ’ ambiente costruito, fino alla cultura materiale (per non parlare sempre di centri storici). Molte zone adesso definite zone di «archeologia industriale »- presentano il duplice aspetto di «simboli» contrastanti: luogo rappresentativo della cultura materiale, ma anche testimonian za dell ’ oppressione e dello sfruttamento della classe operaia co stretta a vivere (lavorare) in quel luogo. La loro distruzione sa rà doppiamente meritoria: avrà permesso la continuità dello sviluppo e avrà cancellato un triste ricordo. Tutti gli sventra menti operati nelle città del passato sono serviti per eliminare il presunto «squallore» esistente ipotizzando per la zona trasfor mata una «nuova vita». Lo squallore e i tristi ricordi diventano perciò il pretesto per «effettuare» gli sventramenti mentre la causa è un ’ altra ed è, ancora e sempre, quello dello sviluppo. Giustificata in un modo o nell ’ altro la perdita della memo ria storica — sia essa archeologia industriale o centro antico o ambiente naturale — si può esaltare il guadagno, il profitto, il benessere ottenuto. È, però, un guadagno effettivo e collettivo o non è invece una privazione che ognuno di noi è costretto a subire? A ben vedere il ricavato economico è individuale (o di classe o di potere), mentre l ’ impoverimento è collettivo. La di struzione del nostro ambiente, naturale e costruito, avviene in nome di un presunto sviluppo che altro non è che interesse pri vato. Distruggendo un «bene culturale» si impoverisce (o, se si preferisce, si ghettizza, si emargina) la collettività alla quale quel bene appartiene, o, di fatto e di diritto, dovrebbe apparte nere. La collettività percepisce questo impoverimento, ma cre de, o meglio, le si fa credere, che sarà compensato con lo svi luppo (tradotto in tante ore lavoro, tanta produt- tività/occupazione, ecc.). La stessa catalogazione dei «beni culturali», quando non è finalizzata all ’ uso sociale, porta a di scriminare il bene censito rispetto al restante territorio, sul qua le — a censimento avvenuto, a vincolo imposto — continua l ’ attività di trasformazione. Vincolando perciò una zona si in crementa la produttività edilizia delle zone contermini e così non si modifica il processo «operativo» avviato con l ’ industria lizzazione e l ’ urbanesimo. D ’ altra parte è stato spiegato e docu mentato ampiamente come non sia sufficiente isolare una zona dal contesto territoriale privandola del suo insieme per riuscire a salvaguardarla; al massimo si riesce a rallentare, ma non a impedire, la sua trasformazione. Infatti tutti concordano sulla salvaguardia dei beni culturali del territorio, ma divergono le opinioni sul metodo per ottenere questa conservazione. La di versità non è dialettica, non riguarda la metodologia, fa riferi mento a due contrapposte concezioni dell ’ assetto del territorio. L ’ una tende a una conservazione integrale e totale, l ’ altra a una trasformazione graduale, ma altrettanto globale. L ’ una affer ma l ’ esigenza di recuperare il bene e il suo ambiente attaverso la

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