Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

nuità se non il peggioramento dell ’ attuale condizione. Il proble ma autentico è quello di rinunciare al mito dello sviluppo con siderato quale «svolgimento»/incremento di tutti i prodotti, compreso quello urbano, di rinunciare al modello di produzio ne della quantità considerato l ’ unico modello capace di offrire ricchezza e benessere. Il modello di riferimento non è quello del «medioevo prossimo venturo». Esistono equivoci. Lo «svilup po» è sì negativo, ma il contrario non vuol dire autarchia, mer cato chiuso, e il «non sviluppo» è riconsiderazione delle risorse e valorizzazione delle potenzialità esistenti, di esaltazione del lavoro professionale, è conoscenza precisa e «incisiva» dell ’ am biente. Pur considerando l ’ assetto urbano il derivato di scelte compiute in un ambito politico generale — prodotto quindi dal modello di sviluppo — non possiamo attendere che cambi la società per poter cambiare la città. Nonostante sia la città espressione evidente di ciò che determina il mito dello sviluppo, possiamo iniziare dall ’ ambiente per tentare di contribuire a sgretolare il mito dello sviluppo stesso. Da qualche parte biso gna pur iniziare. E, allora, possibile bloccare il ciclo economico dell ’ espansione e dell ’ accumulazione? Può la città (o meglio, quell ’ ammasso edilizio che continuano a chiamare città) cessa re di svilupparsi? Si può anteporre la «qualità» alla quantità dell ’ urbano? Si è detto che le città sono in crisi non perché siano carenti le soluzioni tecniche (alcune sono anche molto sofistica te) o perché non si riesce a eliminare la speculazione edilizia (la crisi urbana è presente anche nei paesi socialisti), ma sono in crisi perché è ormai tramontato il modello di sviluppo della so cietà industriale e soprattutto lo sviluppo si è dimostrato falli mentare, impoverisce invece di arricchire. Sarebbe illusorio e alquanto infantile pensare di risolvere questa crisi con la «scienza» urbana. In questo settore si può solo rifiutare il mito dello sviluppo proponendo e promuovendo il non sviluppo. La non crescita della città è attuabile oggi rinunciando a tutti i miti che accompagnano quello dello sviluppo, da quello economico che produce solo una falsa ricchezza a quello pro gettuale, frutto di una falsa creatività; proponendo con molta modestia di gestire — in questa fase così critica — solo resi stente. Ed è già una scelta di qualità perché impone, in sede ur banistica e pianificatoria, di riutilizzare e di recuperare quanto è già stato prodotto, senza contropartita alcuna dal punto di vi sta del dare e dell ’ avere, del concedere ora alla richiesta cultu rale (e accademica: la tecnologia o l ’ arte che risolvono tutto), ora a quella sociale (la produttività che deve essere in costante aumento), per riuscire a stabilire una «condizione» urbana ac cettabile. L ’ uso dell ’ esistente, nei fatti, impone il ripensamento radicale di ciò che si è inteso per sviluppo, per esigenza della ci viltà industriale. Ed impone anche una scala di valori totalmen te diversa rispetto a quella in essere, codificata in anni e anni di vero allargamento e di falso arricchimento. L ’ espansione indefinita nel tempo e nello spazio e l ’ utilizzo dell ’ esistente mettono iti luce due metodi contrapposti di inter vento, inconciliabili fra loro, a cui corrispondono due differen ti condizioni urbane (e perciò due diversi tipi di società: Luna in continua trasformazione e allargamento in nome di un presun to progresso, l ’ altra in stasi dimensionale, forse, anzi senz ’ altro più povera dal punto di vista economico, ma non per questo meno ferma nella sua incisività ideologica, nella sua esplicita

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