Problemi della transizione 1980

L ’ Emilia-Romagna fra crisi e trasformazione

Sulla scorta delle tesi avanzate nei contributi appena ricor dati, si può affermare che l ’ economia emiliano-romagnola si presenta all ’ inizio degli anni ’ 80 grosso modo con le seguemti caratteristiche: a) il reddito complessivo ha registrato specie negli ultimi tempi tassi di incremento più accentuati tanto rispetto a regioni mag giormente industrializzate (Piemonte e Lombardia) quanto ri spetto a situazioni regionali analoghe (Toscana, Veneto e Mar che), sino a collocarsi al primo posto per la produzione del red dito agricolo e al terzo per il reddito industriale. Del pari si è avuto un notevole innalzamento del reddito prò capite, tanto che Modena si colloca oggi al secondo posto in Italia con la più alta percentuale di incremento del valore aggiunto negli ultimi dieci anni. b) Si è registrato un contenimento del peso relativo delle attivi tà agricole, mentre il settore manifatturiero ha assunto un peso pari a quello medio regionale ed è consistentemente aumentato il peso del settore dei servizi con particolare riferimento al com mercio e al turismo. L ’ industria continua ad essere fortemente caratterizzata dalle dimensioni minori, mentre è praticamente assente la gran de impresa monopolistica, e il suo corpo centrale è formato dal settore meccanico e dai complessi tessile-abbigliamento, cuoio- calzature, legno-mobilio. c) Il capitale sociale e le infrastrutture sono qui più consistenti che nel resto del Paese. d) La popolazione attiva supera ormai il 40% (in Piemonte il 39,3% circa, in Lombardia il 39% circa, il dato nazionale è rappresentato dal 34,8% circa); mentre l ’ occupazione femmi nile può essere computata nella percentuale del 37%, dato net tamente superiore tanto a quello nazionale, quanto a quello delle regioni maggiormente industrializzate. e) Il settore industriale è nella quasi totalità raccolto e rappre sentato da organizzazioni di categoria mentre anche i lavorato ri hanno in Emilia-Romagna organizzazioni sindacali molto più forti e diffuse della media nazionale (un milione di iscritti al sindacato dei quali 760.000 alla CGIL su poco più di 4 milioni di abitanti), anche se non va sottaciuto che il 40% degli addetti alle aziende metalmeccaniche non ha presenza sindacale. Il quadro proposto da queste ricerche e da innumerevoli quantità di contributi indebolisce vistosamente l ’ ipotesi messa in campo da Bagnasco e Messori e di conseguenza toglie sup porti e credibilità scientifica a non poche delle letture pauperi- stiche e catastrofiche che si erano fondate su di essa dilatando ne però in direzione ideologica tanto i presupposti quanto le conclusioni. Di quella ipotesi e di quelle letture non tiene il punto cen trale che tende a definire periferica e perciò stesso subalterna ogni economia che si fonda sulla piccola e media impresa. «Può accadere che, ed è il caso dell ’ Emilia-Romagna, una solida base di piccole e medie imprese, in settori strategici, offra condizioni di padronanza del mercato e ritmi di innovazione e di espansio ­

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