Problemi della transizione 1980
Nuova «soggettività» e governo dello sviluppo
do del confronto aperto mantiene una tensione problematica la quale investe anche le categorie interpretative con cui leggere la realtà, e cerca un avvicinamento tra competenze e angolazioni diverse, una combinazione (e non una sommatoria) di discipli ne, una comunicazione tra linguaggi specifici e tra specialismi. Non dico che ci siamo già. Non mi nascondo affatto le dif ficoltà e le lacune. Mi interessa molto però l ’ ispirazione, la ten sione critica concreta che questa strada contiene, la fiducia che essa esprime in un confronto reale e nel potenziale di forze mo bilitabili al di là di angusti confini particolari e di contrapposi zioni di bandiere, il bisogno di una riaggregazione al livello del le nuove contraddizioni, la spinta — e qui, non lo nascondo, ci metto molto una sottolineatura mia — all ’ aggiornamento di tutta la tematica del nuovo «blocco storico». Dentro questa tensione sta tutta la ricerca aggiornata delle contraddizioni attuali dello sviluppo italiano, con il movimen to tumultuoso che le contrassegna. L ’ Emilia non sta al di fuori, ed immune da questi processi e dallo scontro ad essi collegati. Ecco allora il valore e l ’ interesse delle domande che emergono dalle diverse relazioni e in particolare dal contributo al dibatti to sul rapporto oggi tra l ’ Emilia e la questione meridionale. Tutti sentiamo quanto sarebbe angusto, sbagliato ridurre un si mile problema all ’ onda di emarginazione giovanile, che dal Mezzogiorno si ripercuote in punti essenziali dell ’ area emilia na. Giustamente, e prima di tutto qui a Bologna, è stata respin ta con forza l ’ idea di un «ghetto» giovanile e meridionale, da controllare e governare, da assorbire o «sistemare». Questo non solo sarebbe angusto e goffamente paternalistico, ma ri manderebbe ancora ad una nozione del Mezzogiorno come mondo arretrato, a bassa produttività e ristrettezza di mercato, che consuma risorse, oggetto al tempo stesso di rapina e di «soccorso», ancora «colonia» nel vecchio senso. Davvero non è così. Noi parliamo oggi di un altro Mezzogiorno, il cui svi luppo individuale ha tutta una storia e anche una articolazione, e dove non solo esiste e agisce oggi una moderna impresa agri cola (e non soltanto in alcune fasce di più alta trasformazione), ma la stessa espansione del terziario non può essere ridotta esclusivamente a proliferazione parassitarla, perché comprende aggregazioni di nuova cultura, allargamento di professioni, moltiplicazione di apparati pubblici, a loro modo significativi, nella gestione di risorse, nella organizzazione di servizi. Questo sviluppo meridionale assai probabilmente non consente più nemmeno l ’ immagine suggestiva ma semplificante del contrasto fra l ’ «osso» e la «polpa»; e tuttavia non vede ri dursi, anzi sembra vedere consolidarsi, radicarsi e ramificarsi il suo carattere dipendente, il suo essere determinato nei suoi ca ratteri fondamentali e decisivi fuori del Mezzogiorno, altrove. Non è proprio muovendo da questa connotazione di dipenden za che va riconsiderata oggi la questione meridionale? Dipen denza che non è vecchia arretratezza: è sviluppo, ma che ri manda ad una determinata organizzazione della società, ricon duce a precise gerarchie sociali, a modelli di produzione e di vi ta, a valori che sono elementi tipici e caratterizzanti dello scon tro generale in cui anche l ’ Emilia è coinvolta. Insisto: dunque il Sud non come una zona ritardata, in qualche modo a sé, «estranea» (ecco il pericolo e l ’ equivoco di determinare letture
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